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Un magistrato-avvocato condannato per falso

Ci sono avvocati e avvocati. Ci sono magistrati e magistrati. Fulvio Croce, il presidente dell'Ordine degli avvocati di Torino, era un avvocato e merita il massimo rispetto, come tanti altri avvocati che tutti abbiamo conosciuto e apprezzato. Durante gli anni di piombo, quando le Brigate Rosse revocarono il mandato ai loro difensori di fiducia, egli adempì al proprio dovere di difensore d'ufficio. Si guadagnò l'epiteto di <<servo di regime>> e fu assassinato per aver fatto il proprio dovere. Anche i magistrati non sono per niente tutti uguali. Quando ho partecipato al convegno dell'Associazione nazionale magistrati, a Roma, dal 30 marzo al 2 aprile 2000, ho rivisto il bellissimo manifesto realizzato per la commemorazione delle vittime della strage di Capaci. Rose tagliate in due e una semplice lista di nomi di magistrati, in ordine alfabetico; comincia con Emilio Alessandrini e finisce con Cesare Terranova. Ci sono avvocati e avvocati. Ci sono magistrati e magistrati. Ci sono delinquenti e delinquenti.

Nella vicenda di Peppino Impastato, diventata celebre anche per l'opera commovente che ne ha tratto Marco Tullio Giordana, c'è un aspetto per me particolarmente significativo. Quando i mafiosi decisero di eliminare Peppino Impastato, pensarono che innanzitutto il padre avesse l'obbligo di eliminare il figlio. La madre di Peppino Impastato ha raccontato questo episodio per primo, appena la grande stampa ha dato notorietà alla vicenda: <<Volevano che mio marito ammazzasse mio figlio; lui si è rifiutato e poi è morto>>. Questa è la logica della mafia. Ed è una logica non da poco, visto che il padre di Peppino Impastato si rifiutò di eliminare il figlio, ma poi a sua volta scomparve in circostanze poco chiare. Chi si rifiuta di adempiere ad un ordine della mafia, rischia la pelle.

Che c'entra? Andiamo con ordine.

L'ex segretario generale della Corte dei Conti, il dottor Sergio Ristuccia, oggi avvocato amministrativista, è stato condannato ad otto mesi di reclusione per falso dalla seconda sezione del Tribunale di Roma. La vicenda riguarda il doppio incarico di Giuseppe Carbone, come presidente della Corte dei Conti e presidente del Consiglio di Amministrazione della società Gemat, su cui nel 1989 fu aperto un procedimento disciplinare in seguito all'esposto di un consigliere della Corte: Natale Aricò. In sede di appello è stato prosciolto. Il magistrato Maria Cordova, che aveva sostenuto l'accusa e che è nota come un magistrato rigoroso, evidentemente era di parere diverso. Mentre esprimo il mio compiacimento per il risultato definitivo, sottolineo che Sergio Ristuccia è stato mio avvocato. Anzi, il mio avvocato presso il Consiglio di Stato. Ha diretto la strategia processuale, è andato a difendermi in aula, mi ha costantemente rassicurato sull'esito della vertenza, sconsigliandomi o, per meglio dire, proibendomi determinate iniziative che volevo prendere sul piano penale. In nome dei rapporti affettuosi, fraterni, paterni, che aveva con me da ben trenta anni. Uno dei miei amici migliori, che dire, non un amico, quasi un altro padre.

 

 

 

 

 

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