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QUANDO
DIFFAMAZIONE E'
TENTATO OMICIDIO
La diffamazione è sempre gravissima, ma particolarmente grave ed odiosa
in determinati contesti. Si deve infatti distinguere tra vari tipi di
diffamazione, a seconda del fatto attribuito, delle conseguenze, della
ripetizione, dell'artificio usato, eccetera. Se per esempio qualcuno mi
accusasse di pedofilia, non mi farebbe certo un complimento. Ma se venisse
accusato un pio padre salesiano, che ha deciso di dedicare tutta la sua vita ai
ragazzini e che ogni giorno ha a che fare con i ragazzini di una parrocchia,
dove vive da anni, quella sarebbe una diffamazione di tipo particolare e ben più
grave: è tentato omicidio. Giustamente gli americani usano l'espressione character
assassination per indicare l'esito di una campagna diffamatoria:
l'assassinio di una persona non nel suo fisico, ma nella sua identità morale,
professionale, sociale. Il termine character
è più ampio dell'italiano carattere,
come appare dal suo uso nell'espressione in
his character as a Major, che si traduce con nella
sua qualità di sindaco, oppure dall'uso che ne viene fatto al cinema e al
teatro, dove indica il ruolo, il personaggio: in tutti questi casi viene messa
in rilievo la centralità sociale e relazionale del carattere, in un senso che
mi pare ben più ampio e profondo di altre espressioni tipiche della lingua
italiana come nel caso della dizione una
persona di carattere, eccetera.
L'importanza attribuita alla dignità varia da contesto a contesto e da
persona a persona. Ripeto che nei paesi anglosassoni l'importanza del tema è
enorme. Nel suo discorso di insediamento il presidente Bush, nel gennaio 2001,
ha parlato di A nation of character, e il giorno dopo i giornali hanno riportato
questa affermazione con titoli a tutta pagina. I siciliani attribuiscono grande
importanza al tema dell'onore e del rispetto della propria identità; è
indimenticabile come il generale Dalla Chiesa ne parla, in maniera quasi
disperata, nell'ultima sua intervista, prima di essere ammazzato.
Controversa è invece l'importanza che gli italiani in generale
attribuiscono all'argomento. Un tempo certamente avevano il senso
dell'onorabilità, visto che per onore non soltanto ci si ammazzava, ma ci si
sfidava a duello, eccetera. Gli italiani di adesso, non si sfidano più a duello
e pare che abbiano assai meno sviluppato il senso della vergogna. Il lassismo e
il menefreghismo in merito a determinati reati è illuminante. Ad esempio, assai
controversa è l'interpretazione dell'articolo 598 del codice penale, che
enuncia la non punibilità delle offese contenute negli atti giudiziari. I
profani non sanno dell'esistenza di questo articolo e si sbalordiscono a sapere
della interpretazione corrente: una norma garantista, nata per dare la
possibilità di denunciare un crimine senza venir per questo denunciati, è
diventata invece quella specie di terra di nessuno che permette di ficcare negli
atti giudiziari qualunque offesa, indipendentemente dalla sua veridicità.
Dicono certi avvocati e certi magistrati: c'è l'articolo 598! Alcuni vorrebbero
dare ad intendere che in questo caso la diffamazione diventa una specie di
diritto illimitato di distruggere, protetto e garantito dal codice. Per me, è
un ragionamento da farabutti, che può essere difeso e protetto soltanto da
altri farabutti. Assassini che invece delle pallottole usano la carta bollata e
che sono ben più pericolosi e spregevoli di un assassino propriamente detto,
perché assassini che pretenderebbero di esercitare la propria miserabile
attività sotto la protezione della legge! Per quanto mi riguarda ho in grande
considerazione il rischio di diffamare anche involontariamente, sia i singoli
sia le istituzioni, tanto è vero che sto sempre attento a raccontare soltanto
fatti e a distinguere tra avvocati e avvocati, tra magistrati e magistrati,
eccetera. Anche le istituzioni meritano un'attenzione notevole: nei confronti
del Consiglio di Stato mi permetto di parlare in certi termini soltanto perché
sono autorizzato e incoraggiato a fare in tal modo da persone assai più
autorevoli di me.
In un "paese normale" la distinzione tra garanzia, malcostume,
diffamazione sarebbe molto chiara, in Italia invece non è molto chiara. Un
avvocato delinquente con qualunque scusa spesso si arroga il diritto di
infangare, diffamare, ammazzare moralmente e professionalmente. L'avvocato dice
che si è limitato a fare l'avvocato, ma che destino è riservato alle falsità
sostenute come vere? E se vengono riprese, pubblicizzate, bisbigliate e
pantografate in altri contesti? E, ammesso e non concesso che l'avvocato non lo
immagini sin dall'inizio, non deve egli considerare la possibilità che le sue
accuse, protette dall'articolo 598, potrebbero essere utilizzate in un altro
contesto? Cosa dire quando si dimostra a questo avvocato che le sue parole sono
state impiegate in una campagna diffamatoria? E in ogni caso, che porcheria
sarebbe mai questa: l'avvocato decide di diffamare, solo perché lo ha detto il
suo cliente, pur sapendo che i giudici potrebbero prendere per buone le sue
affermazioni? E che fare infine quando sedicenti magistrati fanno trionfare
diffamatori e campagna di diffamazione?
Che dire se viene dato torto al pio padre salesiano? Magari tralasciando
le accuse di pedofilia, ma negandogli comunque il diritto di continuare a stare
in parrocchia? Cosa diranno i ragazzini, i genitori dei ragazzini, il
sagrestano, il fruttivendolo e il fornaio? Andranno a leggersi le sentenze del
Consiglio di Stato o prenderanno atto dell'allontanamento dal posto di lavoro?
Io non penso che il salesiano si rassegnerebbe - e non penso che i farabutti
diffamatori prima o poi non la pagheranno.
In termini di carattere generale, uscendo fuori dall'esempio, fatti di
questo tipo possono accadere in Italia per lo stato disastroso della nostra
giustizia e del nostro sistema politico. Mi riferisco non soltanto ai tempi
lunghi, ai magistrati oberati da un arretrato colossale, eccetera, mi riferisco
soprattutto ad una generale gaglioffaggine che caratterizza singoli,
professioni, istituzioni. Mi riferisco a quell'incertezza del diritto che ormai
genera (innanzitutto tra quelli che conoscono personalmente il funzionamento del
sistema giuridico), un'atteggiamento impastato di scetticismo, menefreghismo,
qualunquismo. La mia non è una annotazione di carattere moralistico, ma
puramente empirico: mi limito a documentare che certi fatti accadono. E vi
assicuro che sono una specialità italiana. Ingiustizie ed errori sono vecchi
quanto l'essere umano, ma certi errori e certe ingiustizie sono caratteristici
di un determinato posto e di determinate epoche, possono arrivare
quantitativamente e qualitativamente a certi livelli e non ad altri. Il livello
italiano è incredibile per qualunque altra democrazia. In nessuna altra
democrazia moderna i giudici permetterebbero ad un avvocato di rovesciare
gratuitamente carrettate di sterco, e meno che mai gli darebbero poi ragione.
Se la legge non interviene e non decide sulla verità o falsità di
quelle accuse, se tutto rimane indistinto ed indeterminato, quali saranno le
conseguenze? Per anni certamente si dirà, quasi tutte le volte in cui il nome del
diffamato viene in discussione per un progetto o per un incarico, davanti alla
possibilità di affidare quel progetto o quell'incarico alla persona
stigmatizzata da un'accusa infamante e che per giunta non è stata smentita in
un tribunale: <<Ma chi? Quello? Il tizio che ha
passato quel brutto guaio? Lui dice di essere stato vittima di una calunnia, ma
il Consiglio di Stato gli ha dato torto! Chi ce lo fa fare?>>. Dunque,
silenzi imbarazzati, risposte evasive, porte chiuse, ingenti danni morali e
materiali. I responsabili? Chi ha orchestrato per anni la diffamazione, chi l'ha
avallata (in proporzione alla sua autorevolezza) e chi (per
vigliaccheria, per interesse, per cretineria) ha permesso che una tale infamia
potesse avvenire tranquillamente. In senso pieno e forte si tratta in questo
caso di tentato omicidio, perché in questione è l'identità civile e sociale
di una persona, che forse non viene ammazzata fisicamente (a parte i
ragionamenti sul danno biologico), ma certo viene ammazzata moralmente e
professionalmente, in quanto persona sociale, in quanto character.
Se ne può discutere in una causa civile, e se ne deve discutere, eccome.
Ma è innanzitutto un tentato omicidio. E' criminalità dei colletti bianchi, ed
è anche criminalità senza aggettivi. Come insegnano i classici. Giusto uno dei
padri fondatori della criminologia, Enrico Ferri, difese, tanti anni fa, uno
studioso accusato di plagio da invidiosi e diffamatori, che tentavano di
rovinargli la reputazione. Gli avvocati dei diffamatori sostennero che i loro
assistiti non avevano parlato espressamente di plagio, ma di erronea
attribuzione di paternità. In pagine ancora attuali e vibranti e convincenti,
Enrico Ferri spiegò che si trattava comunque dell'imputazione di un'azione
immorale e illegale, e chiese la condanna, perché <<la diffamazione
obliqua>> doveva essere giudicata velenosa e punibile come l'esplicita
diffamazione. Ottenne la condanna dei diffamatori.
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