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Prima risposta: l'eredità storica 

Di tutte le spiegazioni della situazione italiana, la più sbrigativa, la più ripetuta e la più complessa è quella che mette tutte le responsabilità sulle spalle della storia. Ma è una risposta parziale, sostanzialmente fuorviante.

    Cosa c'è di più facile che chiamare in campo le origini ancestrali della mafia, la napoletanità quintessenziale, le invasioni e gli stranieri, il sole e il mare capovolti da onore ad onere? Apparentemente, i dati relativi alla questione criminale ribadiscono l'importanza dell'eredità storica nel problema della gestione dell'ordine pubblico. Si deve ricordare che sin dall'inizio della nostra storia unitaria c'è una enorme consistenza della questione criminale, che riguarda sia la delinquenza comune, sia la costituzione di vere e proprie bande armate. Il caso più noto è il brigantaggio nel periodo imme­diatamente successivo all'avvento dello Stato unitario: causò più vittime di tutte le precedenti guerre d'indipendenza. Alcuni numeri mettono bene in rilievo che grande parte della società meridionale fu coinvolta in una cruenta lotta armata. Si contarono 7.000 morti in combattimento, oltre 20.000 prigionieri, più di 2.000 fucilati, decine di migliaia di feriti. Una parte dei ribelli era costi­tuita da ex soldati e graduati del disciolto esercito borbonico, un'altra parte era costituita da quei detenuti che erano usciti dalle prigioni spalancate al passaggio dei garibaldini, un'altra parte assai significativa era costituita da disertori e renitenti alla leva: alla prima chiamata al servizio militare, su 72.000 uo­mini se ne presentarono in tutto 20.000, in Basilicata si presen­tarono soltanto 687 su 2.697 chiamati. La guerriglia cominciò nel 1860, e si protrasse a lungo: ancora nel 1868-1869, in luoghi come Campobasso, L'Aquila, Cosenza, Catanzaro, furono condotte dall'esercito piemontese imponenti operazioni militari. Tali operazioni furono frequenti in Sardegna e in Sicilia alla fine del diciannovesimo secolo e sono state ripetute alla fine del ventesimo secolo, all'insegna della continuità di un problema e della maniera di affrontarlo.

   Secondo molti osservatori, infatti, la presenza massiccia dei militari in varie zone del Meridione nel corso degli anni Novanta può essere interpretata non soltanto come continuità della questione criminale nel Meridione, ma anche come continuità nella reazione degli apparati statali, che avrebbero fatto ricorso all'intervento dell'esercito non sapendo o non volendo intervenire altrimenti. Chi aderisce a questa interpretazione ritiene pure che in più di un secolo di storia unitaria la risposta delle istituzioni in tema di criminalità è stata spesso tale da aggravare un'eredità storica complessa, che però stava per essere modificata sotto profili sostanziali. Nel secondo dopoguerra, per tutti gli anni Cinquanta e per buona parte degli anni Sessanta, la criminalità nel Meridione era sostanzialmente diminuita e stava avvicinandosi ai livelli dell'Italia settentrionale e dell'Europa civile. Dal 1968 i livelli di criminalità cominciano a salire in maniera straordinaria, sia dal punto di vista quantitativo sia dal punto di vista qualitativo.

   Esistono ragionevoli perplessità in merito al concetto stesso di continuità, perché si corre il rischio, limitandosi a mettere in evidenza questo postulato fondamentale della metodologia storica, di <<dire cosa tanto innocua quanto banale>> (Gerschenkron). Eppure, illustri studiosi sostengono fieramente questa tesi, con abbondanza di dati e di argomentazioni. Ad esempio, il peso dell'eredità storica ha un posto centrale nell'analisi di Robert Putnam, che ha svolto una ricerca sull'Italia divenuta famosa in tutto il mondo degli studiosi. E' stato sostenuto che esiste un evidente rapporto tra mancanza di senso civico e illegalità: <<Le regioni meno civiche sono quelle più soggette alla vecchia piaga della corruzione politica. Vi domina la mafia con le sue varianti regionali>> .

   Inoltre è stato sostenuto che la storia del Meridione è caratterizzata da molti secoli da una tradizione di senso civico molto diversa da quella esistente nel Settentrione. Il funzionamento odierno delle istituzioni in Italia meridionale e in Italia settentrionale è profondamente influenzato dalle loro rispettive e remote tradizioni di senso civico. A due tradizioni storiche molto diverse corrispondono due rendimenti istituzionali molto diversi. La storia (e in particolare la storia del senso civico) condiziona il funzionamento delle istituzioni. Insieme all'importanza della storia, Putnam avverte l'importanza del problema istituzionale, ma non ne tira tutte le conclusioni: <<Il Sud è in ritardo non perché i suoi cittadini siano malvagi, ma perché sono intrappolati in una struttura sociale e in una cultura politica che rende difficile e addirittura irrazionale la cooperazione e la solidarietà. Anche un individuo che sia dotato di molto senso civico (higly civic), se viene posto in una società priva di senso civico (uncivic), è destinato a comportarsi in modo non cooperativo, ad agire con egoismo e indifferenza>>. In conclusione, il contesto istituzionale può massimizzare o minimizzare il peso dell'eredità storica, che diventa più o meno rilevante appunto a seconda del contesto istituzionale. Il contesto istituzionale è il fattore decisivo, che permette la continuità o meno di una determinata eredità storica.

 

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