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Il MINISTRO REPLICA AI RETTORI: "L'UNIVERSITA' CAMBI STRADA: CIECO CHI NON VEDE APPIATTIMENTO ED OPPORTUNISMO
Articolo di ANNA MARIA SERSALE, apparso sul MESSAGGERO DEL 6-1-2003
ROMA - «Uno che non vuole vedersi allo specchio è cieco o in malafede. Voglio
bene all’Università, ma far finta di non vederne i difetti sarebbe sciocco e
controproducente». Girolamo Sirchia, ministro della Salute, usa parole dure per
rispondere al presidente della Conferenza dei rettori, Piero Tosi. Le accuse del
ministro non sono rivolte alla persona, ma al sistema universitario. Malato, a
suo dire, di nepotismo. «Potremmo fare decine di nomi - ha continuato Sirchia -
centinaia, ma non è questo il senso del mio discorso». Il chirurgo Marino ha
lasciato il Centro trapianti di Palermo sbattendo la porta, dicendo che così «non
si può lavorare» e che «la burocrazia non può soffocare tutto». Il caso ha
fatto esplodere la polemica nel mondo scientifico. E ora è il momento delle
accuse, anche pesanti. Ministri, professori universitari, scienziati, si
scambiano aspre battute. Gli scienziati hanno espresso indignazione per lo stato
della ricerca, senza soldi, senza prospettive immediate, costretta ad
accontentarsi dei pochi spiccioli del Pil, poco più dell’1%. Quanto a Marino
tutti hanno gridato allo scandalo, perché l’Italia permette a persone del suo
calibro di andarsene. I ricercatori rimasti, quelli che lavorano nei nostri
laboratori, si sono sentiti frustrati: «Non siamo di "serie B", i
"bravi" non sono solo quelli che vanno all’estero». Giusto, ma il
problema della ricerca ha molte facce e la fuga dei cervelli è comunque un
fatto grave. Nel clima di tensione i toni si sono inaspriti. Il ministro
Girolamo Sirchia in un certo senso ha dato ragione a Marino, sostenendo che
nelle Università il fenomeno del «nepotismo», causa di tante
"fughe", non è mai morto. Ha risposto il capo dei rettori, Piero
Tosi, che ha detto: «Sirchia faccia i nomi, è un suo dovere come ministro
della Repubblica. Non si possono fare accuse generiche e indiscriminate». Il
responsabile della Salute ha replicato: «Riconosco i difetti del servizio
sanitario nazionale, ma riconosco anche quelli dell’Università, che, con una
propria catarsi, deve liberarsi dei suoi vizi». Secondo Sirchia la competizione
è la molla che dovrebbe rilanciare il mondo accademico. Partendo dalla
liberalizzazione degli stipendi dei professori: «Non è pensabile che siano
uguali per tutti, per una persona di alto profilo e una di basso profilo. Da noi
c’è stato un livellamento verso il basso che ha ucciso dei settori come la
sanità, l’università e i ministeri. Occorre liberarsi di questa impostazione
che protegge i peggiori». «Non è che non veda i difetti dell'Università,
anzi - ha replicato il rettore Tosi -. Ma non si possono generalizzare le accuse
e non si può non vedere quello che le università stanno facendo. Stanno
inserendo nelle proprie comunità la cultura della valutazione, che porta
automaticamente alla competizione»
E’ intervenuto Guido Possa, viceministro dell’Istruzione e dell’Università,
che rassicura: «Abbiamo un'abbondanza di talenti, eppoi i grandi cervelli,
anche quando migrano, non vanno perduti, ma mantengono solidi legami con
l'Italia». Quanto al nepotismo c’è chi lo attribuisce anche al sistema
americano, ma con profonde differenze. «Non solo in Italia esiste il fenomeno -
sostiene Cesare Peschle, direttore del laboratorio di ematologia e oncologia
dell’Istituto superiore di Sanità - I baroni della medicina ci sono anche in
America, ma sono quei pochi Nobel che cercano di far valere il proprio prestigio
per ottenere fondi che vadano a beneficio della collettività. Di ben altro
spessore, dunque, rispetto ai baroni nostrani».
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