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Un’investigazione all’italiana: il processo a Silone.

     di Francesco Sidoti  

 

(Riproduzione tale e quale di un mio articolo apparso su MondOperaio, luglio 2001. Sarà pubblicata in seguito una versione più ampia, con maggiori informazioni sulla vicenda umana, culturale, politica di Ignazio Silone, "socialista senza tessera e cristiano senza chiesa", cioè uomo libero nel paese delle tessere, delle chiese, dei clientelismi, delle mafie. Per adesso ci basta mettere in rilievo l'assurdità e l'esemplarità della vicenda di Silone: isolato, condannato, disprezzato in vita da fascisti (quando erano al potere), comunisti (quando erano al potere) e dai loro moltissimi alleati, infangato e perseguitato anche da morto, con le accuse più infamanti e più inverosimili: mentre nel suo periodo comunista collaborava con Gramsci e  Togliatti, sarebbe stato in realtà un solerte e assassino informatore della polizia fascista, insomma una spia, un traditore, un fior fiore di farabutto.  Questo è in Italia il salario dell'onestà: in verità Silone è vissuto da perseguitato ed è morto povero, in una casa in affitto, rifiutando onori, soldi, prebende. Testimone della verità e dell'umanità contro gli orrori di un secolo. Il suo Fontamara, grandioso ed emozionante tributo ai poveracci di tutti i tempi e paesi, tradotto in 27 lingue, apprezzato in mezzo mondo, da Giorgy Lukacs a Bertrand Russell, eppure misconosciuto, ignorato, sottovalutato in Italia, dove quelle stesse persone che campavano con i rubli di Mosca sostenevano a spada tratta che Silone stava sul conto paga della CIA!

Intervenendo al convegno che si è svolto a Pescina, vicino L'Aquila, il I maggio 2001, sotto gli alti auspici del Presidente della Repubblica, ho espresso tutto il mio sdegno a vedere che nella città natale di Silone, a pochi passi dai suoi resti mortali, nel centenario della sua nascita, davanti ai suoi concittadini e ai suoi parenti e ai suoi estimatori, nel convegno che formalmente avrebbe dovuto rendergli omaggio, vedevo invitati in pompa magna studiosi assai controversi: hanno scritto che Silone era vissuto da infame e da farabutto per tutta la sua vita, e hanno ripetuto queste accuse durante il convegno. Accuse che hanno fatto il giro del mondo e che sono state prese per buone da alcuni italiani ingenuamente e da molti altri italiani furbamente: tra l'altro, probabilmente pensano che tutti abbiano parametri ideali e morali uguali ai loro. 

Infangato anche da morto, Ignazio Silone, ammazzato moralmente, nel peggiore dei modi, sulla base di indizi evanescenti, perfino nella sua città, nel giorno del suo centenario, nel corso di un convegno a lui dedicato, mentre le persone che avrebbero voluto difenderne la memoria venivano zittite dagli ineffabili organizzatori. Insomma, una via di mezzo tra una tragedia e una barzelletta: una tipica storia all'italiana. Il Corriere della Sera ha scritto nell'occasione che sarei intervenuto nel dibattito ricoprendo quegli studiosi assai controversi di "insulti e sarcasmi". La verità è che viviamo in un paese di galantuomini e chi dice la verità deve essere in conclusione pazzo - nel senso erasmiano del termine, spero).

 

    MONDOPERAIO    LUGLIO    2001

   Il caso Silone può essere considerato sotto molti profili. Innanzitutto un profilo è preminente: i documenti. Quasi tutti quelli che hanno preso per buona la ricostruzione di Biocca e Canali hanno sottolineato la sacralità del documento, anzi il documento per eccellenza, il documento d’archivio, vera pepita aurea, riportata eroicamente alla luce dalle profonde e tenebrose viscere dell’oblio. Da Eugenio Scalfari a Luciano Canfora, da Alexander Stille ad Adriano Sofri, da Francesco Perfetti a Piero Melograni, c’è contro Silone un fronte variopinto, però unificato da un perentorio richiamo ai fatti, alle prove, ai documenti. Silone sarebbe informatore, delatore, spia, traditore, impostore, un aberrante caso politico, umano, clinico, psichiatrico, sulla base di documenti inoppugnabili. Galli della Loggia rimprovera a Montanelli proprio questo aspetto, chiedendo: "cosa mai dovrebbero fare secondo lui gli storici quando capita loro di imbattersi in archivio in qualche documento che … ".

    Per alcuni ci sarebbero dunque in campo due opposti schieramenti: quelli che credono nei documenti e quelli che “oltre ogni ragionevolezza, sono pronti a difendere ad oltranza, come un'icona sacra, il ricordo e l’immagine di integrità che Silone ha saputo costruire”.

     Il volume di Tamburrano (scritto con l’importante collaborazione di Gianna Granati e Alfonso Isinelli) sicuramente va oltre questa contrapposizione: è fondato sui documenti, sulla ricerca di riscontri, sul parere di esperti e di testimoni, sulla valutazione della verosimiglianza,  su un’analisi ampia e complessa della credibilità di una ricostruzione. Dopo “aver controllato uno per uno i documenti dell’accusa”, per Tamburrano l'innocenza di Silone è provata ''al di là di ogni ragionevole dubbio''.

     Le conclusioni di Tamburrano derivano da ricerche in archivio, lunga e attenta analisi, contraddittorio con gli avversari, collaborazione con gli esperti, consultazione di testimoni e autorità varie. In particolare, per Tamburrano:

1)     Canali e Biocca hanno in parte inventato cose che non esistono, ad esempio manipolando o interpolando i documenti.

2)     Hanno erroneamente interpretato come indizi, fatti realmente avvenuti, ma che possono essere spiegati in molti altri modi.

3)     Ogni ricerca di riscontri indebolisce invece che rafforzare la loro infondata ipotesi.

4)     Esperti e testimoni in numero schiacciante offrono valutazioni contrarie a quelle da loro sostenute.

5)     La verosimiglianza della loro analisi è la versione storiografica dell’asino che vola.

6)     Alcune insinuazioni mettono in grave dubbio l’imparzialità e la lealtà della loro ricerca.

7)     E’ del tutto fenomenale una ricostruzione stracolma di errori, manipolazioni, insinuazioni, illazioni, invenzioni, divinazioni, pseudoindizi, contraddetta da esperti e testimoni, platealmente inverosimile, infine per certi aspetti millantatrice e sleale.

    Il caso non è la pretesa delazione di Silone: il caso è l’approvazione assai ampia e spensierata di una condanna tanto infamante quanto infondata.

 

L’autenticità dei documenti

Le rivelazioni sulla pretesa attività spionistica di Silone hanno come punto di partenza alcuni documenti che vengono attribuiti a Silone, ma potrebbero non essere di Silone oppure essere documenti falsi. Anche se prendessimo per oro colato questi documenti, rimarrebbero comunque moltissimi punti oscuri. Cito da un pezzo scelto a caso dell’introduzione di Piero Melograni al volume di Biocca e Canali, e in 16 righe trovo le seguenti cautele: “Ignoriamo quando…Forse e più probabilmente…Non sappiamo se…Non sappiamo neppure…E’ comunque probabile che…Il mistero, in ogni caso…”. L’insieme dei documenti è calato in un contesto di grandi incertezze, che si ingigantiscono se pensiamo ad un profilo decisivo: ma chi ci assicura che quei documenti siano autentici? Ottorino Gurgo sottolinea che nel primo volume delle sue memorie Pietro Nenni ha raccontato un fatto assai significativo dal nostro punto di vista: nell’immediato dopoguerra venivano offerti ai giornali documenti falsi, custoditi nell’archivio della polizia politica fascista, rivolti a dimostrare che una serie di illustri personaggi erano stati agenti dell’Ovra. Incluso lo stesso Nenni!

    Visto e considerato che l’Ovra certamente si era specializzata nella fabbricazione di documenti falsi, giustamente Gurgo sottolinea che non sarebbe strano pensare che a Silone sia stato riservato lo stesso trattamento riservato a Pietro Nenni, a Ivanoe Bonomi, ad Arturo Labriola e a tanti altri. Non è assurdo pensare che noi potremmo essere davanti a documenti preparati a questo scopo e poi mescolati con documenti autentici. Con grande autorevolezza, come storico e come profondo conoscitore del periodo, Leo Valiani sottolineò subito questo aspetto: “sono infiniti gli ’autentici falsi’ dell’Ovra, cioè documenti costruiti ad arte per screditare l’avversario.   …Mi sento di escludere che in carcere Silone possa avere fatto qualsiasi rivelazione all’Ovra in cambio della salvezza del fratello. Lo faccio con tanta maggiore convinzione in quanto in carcere conobbi Ettore Vacchieri, guardia del corpo do Antonio Gramsci nel 1921. Vacchieri fu imprigionato come il fratello di Silone e ferocemente torturato…”.

    Il punto relativo alla autenticità e all’affidabilità dei documenti è assolutamente fondamentale, tanto è vero che viene ripreso da uno dei nostri giuristi più illustri, già presidente della Corte costituzionale, Francesco Paolo Casavola, che mette il problema in primissimo piano: “E’ difficile quando da un lato ci sono documenti letti e interpretati da storici e dall’altro, invece, passioni di lettori o di coetanei, è difficile esprimere un giudizio di attendibilità per gli uni, di inattendibilità per gli altri, di certezza dei documenti, di superiorità dei documenti su esperienze personali… Io proverei a servirmi di distinzioni. Che cosa sono i documenti per gli storici? Non sono cosa molto diversa dagli atti giudiziari per i giudici. C’è una tradizione nella metodologia storiografica che ricongiunge direttamente la lettura, l’interpretazione e l’autenticazione dei documenti alla tradizione giudiziaria. Bene, direi che neppure i giuristi pretendono di considerare la verità giudiziaria come coincidente con la verità”. Figuriamoci quanto per Casavola le verità di Biocca e Canali sul caso Silone possono avvicinarsi alla verità vera, viste quelle che sono le basi di partenza; dice infatti il prof. Casavola: “Non c’è prova che lo pseudonimo usato da questo informatore e che compare in questa documentazione – lo pseudonimo di Silvestri - corrisponda all’identità di Silone. Dunque manca davvero la pietra d’angolo di questa ricostruzione”. In parole povere, l’illustre giurista ricorda che sono mancanti anche le premesse per poter fare un discorso serio: non ci sono a disposizione documenti veramente attendibili, e se anche ci fossero dovrebbero poi essere attentamente interpretati. Insomma, la base documentaria del presunto tradimento di Silone rinvia immediatamente al rischio dell’errore; dice Ferraioli: “l'errore giudiziario, a differenza dell'errore storiografico o di quello scientifico, non è mai fecondo, essendo le sue conseguenze in gran parte irreparabili specie se esso è compiuto a danno dell'accusato”. In questo caso l’errore è contemporaneamente storiografico e giudiziario perché, se fossero vere le accuse, Silone dovrebbe essere guardato non più come “un punto di riferimento morale, una lezione, un esempio” (Montanelli), ma in ben altra luce. Ad esempio, secondo Canali l’attività informativa di Silone sarebbe stata una delle principali cause della serie di arresti di dirigenti comunisti nel 1927-1928: non soltanto una spia, un mostro.

   In generale, il tema del rapporto tra verità e sofisticazione non è nuovo ed ha anche portato ad interessanti pronunciamenti dei tribunali, come nel caso recente dello storico filonazista David Irving, sul quale si sono espressi autori insigni, da Habermas a Nolte, da Hobsbawm a Vidal Nacquet. Sul tema squisitamente metodologico e deontologico sono state registrate diverse opinioni, ma un punto è chiaro: il giudice londinese Charles Gray ha condannato Irving, bollando le sue ricerche come “fasulle”: “ha deliberatamente manipolato o travisato l’evidenza”. In proposito, Habermas parlò del negazionismo dei vari Irving, Rassinier, Faurisson come “tentativi di adescamento dell’opinione pubblica a sostegno di un clima culturale desideroso di chiudere i conti con un passato opprimente”; Vidal Nacquet parlò del “disonore di falsificare una materia che si conosce”.

 

Invenzioni, manipolazioni, divinazioni

  Nell’analisi dei documenti proposti da Biocca e Canali, Tamburrano si esprime in maniera assolutamente inequivoca. Ad esempio, usa il termine invenzioni a più riprese e sempre con un’ulteriore aggettivazione che appesantisce e aggrava un’accusa che da sola sarebbe devastante. A p. 27, a proposito di due frasi attribuite a Silone, che hanno importanza centrale nell’argomentazione di Biocca e Canali, Tamburrano dice non soltanto che sono state inventate, ma che sono state “inventate di sana pianta”, allo scopo di dipingere “un personaggio turpe al di fuori di ogni immaginazione”. A p. 78, a proposito del criterio cervellotico in base al quale alcuni testi non firmati potrebbero essere attribuiti a Silone sulla base del criterio che seguirebbero fedelmente gli spostamenti di Silone, perché quando egli abbandona un determinato luogo le delazioni si attivano dalla sua località successiva di permanenza, Tamburrano scrive che si tratta di “invenzione pura”. A p. 79, parla di invenzione “stupefacente”, a proposito di documenti (ovviamente non firmati) che sarebbero stati scritti da Silone alla presenza del commissario Bellone. A p. 80, a proposito di una fotografia rinvenuta nei faldoni e che si vorrebbe sia stata spedita all’Ovra da Silone, Tamburrano scrive che si tratta di “una invenzione addirittura ridicola”.

    Come abbiamo visto, Tamburrano non è il solo ad avere messo in discussione la base documentaria del lavoro di Biocca e Canali. Montanelli ha contestato la mitologia dei documenti (non quelli inventati, quelli veri), perché "da soli non dicono assolutamente nulla". Come storico, come giornalista, come maestro del buon senso, ci ha scritto sopra un’infinità di volte: le carte, i documenti, i fatti vanno interpretati; spesso l’intuito, ovvero l’analisi della verosimiglianza, è più affidabile del documento. Gaetano Arfè, vecchio leone della storiografia italiana, ha sottolineato che i documenti (quelli effettivamente esistenti, non quelli inventati) "possono essere autentici eppure non veritieri, perché disinformati o manipolati a scopi di parte”. Un giurista illustre come Giuliano Vassalli è stato tra i primi a diffidare di quei documenti.

     Enzo Bettizza è intervenuto sull’argomento come studioso del movimento comunista internazionale e con la ferma intenzione di capire bene come stavano le cose. Comincia così il suo intervento: “Dopo aver letto attentamente capitolo per capitolo, nota per nota, documento per documento…”, e continua soffermandosi impietosamente sull’uso erroneo di una raccolta dei documenti “messa insieme dai due ricercatori in maniera forzata e talora anche confusa…Li connota insomma una pressoché totale inservibilità agli scopi operativi e repressivi di un serio servizio segreto totalitario…”. Bettiza ha trovato nei documenti varie inesattezze e grossolanità che Silone non poteva commettere. Anche per questa ragione egli mette in dubbio che quelle informazioni possano essere attribuite a Silone; si può ipotizzare al massimo che, qualora fossero davvero di Silone, egli avrebbe agito “d'accordo con Togliatti e Gramsci”, e avrebbe fornito a Bellone “notizie fumogene e svianti sui movimenti e i personaggi del Komintern e del Partito Comunista”. Proprio i documenti esibiti da Biocca e Canali secondo Bettizza rafforzano un’ipotesi ben diversa dalla loro: “Perché escludere a priori che Togliatti potesse aver suggerito a Silone di mantenere un contatto trasversale con il commissario Bellone, al quale venivano fornite notizie decotte in cambio, magari, di qualche informazione utile alla logistica clandestina dei comunisti?”.

    Esemplare per Bettizza è la vicenda di Manujilsky, che in una informativa spionistica attribuita a Silone si dice che sarebbe venuto in Italia insieme ad un certo Beruzzi. Chiede stupito Bettizza: Silone all’epoca era un dirigente molto attivo sul fronte internazionale; come poteva citare questo dirigente di primissimo piano del comunismo sovietico, che conosceva benissimo, definendolo un tal dei tali? Come poteva sbagliare la grafia del nome tante volte? Come poteva ignorare che Manujilsky e Beruzzi erano in realtà la stessa persona nascosta sotto un nome di copertura? E soprattutto: l’informazione si riferisce ad un incontro già avvenuto, addirittura tredici giorni prima!

    Sottolineando più volte e gravemente la fragilità del lavoro filologico intrapreso da Biocca e Canali, anche Franzinelli interviene sottolineando vari problemi: nella ricerca di Biocca e Canali non sono analizzate le motivazioni del comportamento di Silone; è evitato un punto fondamentale, relativo al valore delle notizie fornite (giudicate assolutamente non compromettenti, in maniera dunque diametralmente opposta a quanto sostenuto da Biocca e Canali); le note informative attribuite a Silone sono presentate “come un blocco omogeneo, ma senza spiegarne i salti cronologici, stilistici, e senza un'adeguata analisi sia dei contorni politici sia del dato biografico”.

     Franzinelli così si esprime a proposito della base documentaria offerta da Biocca e Canali: “I documenti costituiscono il corpus centrale del libro, e proprio per questo una resa fotografica meglio avrebbe supportato le finalità del volume che non una trascrizione a volte lacunosa, frettolosa e finanche errata. Imprecise o omesse le intestazioni dei rapporti e le note di protocollo utili per conoscere la data di inserimento del documento nel fascicolo, scorretta finanche l’attribuzione di una postilla, spostata arbitrariamente da un’informativa all’altra. Paradigmatico il trattamento subito dal documento principe nel quale Silvestri comunicò a Bellone la fine del loro rapporto: il raffronto con l’originale evidenzia ben 65 (sessantacinque) difformità e non di tipo solamente formale…”.

   In conclusione: documenti di incerta autenticità, attribuzione, datazione, motivazione, significazione, interpretazione, sono anche stati infedelmente riprodotti e assemblati! In questa ottica va interpretata pure la roboante scoperta in un fondo di “Atti Speciali” di un’altra miscellanea di documenti. Secondo Mauro Canali ci sarebbero in questa busta i manoscritti autografi delle relazioni fiduciarie di Ignazio Silone alla polizia fascista, stese a Genova, tra il 21 e il 22 aprile del 1923, alla presenza dello stesso Bellone, che le avrebbe poi inviate al questore di Roma. Liberal  pubblicò in un volumetto le pagine autografe, certificando la chiusura della polemica e inducendo molti osservatori ad arrivare alle stesse conclusioni di definitiva condanna di Silone.

    Per i contenuti altamente opinabili, si trattava di un’operazione ancora più ardita e scriteriata delle precedenti. Anche i documenti offerti in questa ennesima rivelazione sono stati valutati ad uno ad uno da Tamburrano. In generale, Biocca e Canali non soltanto attribuiscono a Silone le lettere firmate da Silvestri, ma attribuiscono a Silvestri-Silone carte non firmate, dattiloscritti provenienti dagli uffici della questura e in cui si accenna ad una fonte che potrebbe essere chiunque, carte manoscritte evidentemente con grafia diversa, carte in cui la fonte si rivolge allo stesso interlocutore dandogli a volte del tu e a volte del lei, infine carte che potrebbero essere imitate con la grafia di Silone (perché è stranoto che l’Ovra fabbricò tantissime carte false) oppure effettivamente scritte da Silone ma a scopi opposti a quelli da loro immaginati. Sulla base di scintillanti poteri divinatori, gli attribuiscono carte spedite da ben sette diversi mittenti, imperturbabilmente unificati insieme agli anonimi e ai semplici dattiloscritti (Silvestri, Silvestro, T, S, codice 73, n.302, Silvestri-73), incluse addirittura carte in cui Silone scriverebbe di sé in terza persona e facendo scrivere da una terza persona. Anche queste carte sarebbero in realtà di Silone e dimostrerebbero ulteriormente le capacità camaleontiche del personaggio; ed effettivamente infinite capacità camaleontiche e cospirative ci sarebbero: per non farsi riconoscere, scrive di sé in maniera impersonale e per giunta fa scrivere a mano da altri, in maniera da allontanare ogni sospetto! Ma con questi criteri di attribuzione, quante carte gli si possono addebitare! Pur accreditando poteri divinatori a Biocca e Canali i conti non tornano: Tamburrano accerta che vengono attribuiti a Silone documenti provenienti da posti in cui si è accertato che in quel periodo non si trovava…

   In questo incubo probatorio non ci sarebbe motivo per rimanere almeno un poco disorientati e dubbiosi? Ma mettiamo pure che parte di quei documenti siano effettivamente di Silone; rimane assolutamente insolubile un problema per tutti quelli (e sono pochissimi) che li hanno guardati ad uno ad uno e in originale: si tratta di carte assai “strane”, perché contengono notizie di scarsissimo valore. Potrebbero essere l’effetto di un doppio gioco o potrebbero essere informazioni di comodo, fornite con il consenso del Partito (ipotesi sostenuta da Herling e Fejtö, che conoscevano Silone e hanno studiato a fondo i partiti comunisti). Oppure potrebbe trattarsi di appunti ad uso interno, rubati dalle spie dell’Ovra e poi finiti nei faldoni; oppure potrebbe trattarsi di carte effettivamente di Silone, ma raccolte dall’Ovra in vista di una montatura: Silone fu indubbiamente negli anni Trenta uno degli oppositori più attivi e rispettati del Fascismo, notissimo in tutto il mondo dopo la pubblicazione di Fontamara, che costituì un colpo tremendo contro la propaganda del regime. Sappiamo per certo che il governo fascista ai suoi più alti livelli si diede da fare per raccogliere notizie compromettenti nei confronti di Silone, allo scopo di diffamarlo e di distruggere la sua immagine; perché non ipotizzare che ci troviamo di fronte a carte vere e false mescolate, che potrebbero essere i resti di un piano di denigrazione architettato all’epoca dall’Ovra, poi abortito, infine oggi inconsapevolmente risuscitato? Stiamo parlando ovviamente di ipotesi fantascientifiche, ma non più fantasiose di quelle di Biocca e Canali; comunque sarebbero ipotesi più verosimili della loro strabiliante ipotesi di uno spione che, non per soldi né per fede, in dieci anni spedisce notizie di quarta mano, poi un bel giorno cambia idea e tutti, su tutti i fronti politici, se ne stanno zitti zitti per settanta anni.

 

 

Esperti, testimoni, riscontri

    In un processo serio, sarebbe risolutiva la perizia calligrafica che ha scagionato Ignazio Silone. L'indagine è stata compiuta dalla dottoressa Anna Petrecchia, consulente perito del Tribunale civile e penale di Roma, che ha analizzato alcune decine di fogli non firmati e attribuiti da Biocca e Canali a Silone. Risultato della perizia calligrafica: “Le scritture in verifica appaiono provenire da un’unica mano. Tali scritture non corrispondono a quelle di Ignazio Silone. …L’impostazione della scrittura, lo sviluppo del curvilineo, le dimensioni, la pendenza assiale delle lettere, i collegamenti tra lettere…Sono due persone diverse”. I risultati della perizia calligrafica sono veramente importanti; sarebbero decisivi in qualunque aula di tribunale, ma ovviamente non bastano a quelli che vogliono un Silone assolutamente colpevole o quantomeno gravemente indiziato.

    Oltre la perizia calligrafica, molti altri riscontri depongono contro i documenti e soprattutto contro i metodi proposti da Biocca e Canali. Ad esempio, la professoressa Paola Carucci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato, ha rilevato che il nome di Ignazio Silone non compare nella rubrica delle spie dell'Ovra. Nell'elenco non figura né il vero nome dello scrittore abruzzese, Secondino Tranquilli, né lo pseudonimo Silvestri, né il numero di codice 73. Poiché questa rubrica è sottratta alla consultazione degli studiosi per motivi di tutela della privacy, Tamburrano sollecitò una risposta ufficiale da parte dell'Archivio Centrale, dopo che Biocca e Canali avevano sostenuto che il nominativo e lo pseudonimo di Silone erano stati inseriti, con il numero di codice 73, nella rubrica redatta e custodita dal capo della polizia, Arturo Bocchini. Ricevuta la notizia dalla dott. Carucci commenta Tamburrano: “Se lo storico Dario Biocca afferma che il capo della polizia Bocchini ha scritto nella sua rubrica dei collaboratori il nome e il codice di Silone e la sovrintendente dell'Archivio Centrale precisa che non è vero, è evidente che la scientificità della sua ricerca è seriamente compromessa”. Questo è l’esito di uno dei tanti riscontri di Tamburrano!

    Altro riscontro fondamentale: una relazione del Ministero dell’Interno al Capo del governo nel 1937, nella quale si afferma che Silone: “diede a vedere di essersi pentito del suo atteggiamento antifascista e tentò qualche riavvicinamento con le autorità italiane mandando disinteressatamente delle informazioni generiche…nell’intento di aiutare il fratello”. Il rapporto di Bocchini a Mussolini nel 1937 è decisivo, e non può non essere tale, perché è impossibile pensare che l’Ovra volesse prendere per i fondelli Mussolini, tacendogli la verità! Bobbio è tra quelli che intendono immediatamente l’importanza capitale del documento del 1937 e infatti scrive a Tamburrano: “…La relazione del Ministero dell’Interno a Mussolini  nel 1937 è una fonte indiscutibile proveniente dall’Ovra la quale non era certo ispirata da sentimenti favorevoli nei confronti di uno scrittore ricercato per decenni come un pericoloso “sovversivo” nemico del regime. Il tuo scrupolosissimo esame degli errori in buona o malafede dei due autori, dimostra che Silone non è mai stato una spia dell’Ovra, e quindi essi hanno torto e vanno fermamente respinti…”.

    Una testimonianza significativa è infine quella di Luce d’Eramo, che in una lettera inclusa nel volume di Tamburrano racconta di aver saputo da Terracini che Silone, su incarico del PCI, si era finto informatore per conoscere notizie riservate in merito ai metodi usati dalla polizia contro gli antifascisti. E’ una testimonianza che modifica completamente il quadro interpretativo proposto da Biocca e Canali, senza fare a pugni con tutte le altre precedenti conoscenze. Nell’atmosfera assolutamente peculiare di un gruppo cospirativo e rivoluzionario spesso vengono coltivati rapporti ambigui con “il nemico”, all’insegna di parole d’ordine del tipo: il fine giustifica i mezzi. Sappiamo benissimo che cose dello stesso tipo sono avvenute anche nella storia dei bolscevichi e di molte altre organizzazioni clandestine. I famosi documenti di Biocca e Canali (quelli veri, non quelli inventati) possono essere interpretati in questa luce.

    Tamburrano ha raccolto soltanto le prove più evidenti della insostenibilità di una ricostruzione. Ma c’è l’imbarazzo della scelta e alcuni altri aspetti sono stati tralasciati perché l’infondatezza delle accuse era stata già abbondantemente dimostrata. Ad esempio, Pasquale Petricca ha trovato nei famosi archivi un documento in cui platealmente viene indicato come Silvestri un’altra persona, Lisa Athos Adone, appartenente all’organizzazione comunista segreta, espressamente indicata con nome, cognome e pseudonimo di Silvestri! In un altro fascicolo dell’Archivio centrale, poi, Diocleziano Giardini ha scoperto che lo pseudonimo Silvestri veniva riferito precisamente a Mauro Scoccimarro. Come si spiegano tutti questi Silvestri in circolazione? Si potrà spiegare in molti modi, ma un punto è certo: di Silvestri non ce n’è uno solo, ma parecchi. Tanto è vero che esiste ancora un altro Silvestri, il giornalista Carlo Silvestri (non uno pseudonimo, ma una persona in carne ed ossa) che, secondo Montanelli potrebbe essere il Silvestri scambiato per Silone. Insomma, sotto molti punti di vista, esperti, testimoni, riscontri demoliscono la credibilità della ricostruzione di Biocca e Canali.

 

 

Insinuazioni

 

    Biocca e Canali a volte sembrano consapevoli della fragilità della loro ipotesi iniziale e delle prove addotte a sostegno; di tanto in tanto fanno ricorso alle divinazioni e alle invenzioni (dice Tamburrano); non arretrano davanti all’insinuazione, che ha uno statuto definitorio diverso dall’errore. Per dare un esempio soltanto delle insinuazioni che costellano il lavoro di Biocca e Canali, indebolendo gravemente la credibilità complessiva della loro ricostruzione, mi affido alle parole scritte da Andrea Ermanno in risposta ad una richiesta della signora Marraffa e della rivista on line www.italialibri.net, che gli richiedevano un’opinione sul caso: “In quanto lontano (e indegno) successore di Ignazio Silone – che tra il 1941 e il 1944 guidò la Federazione Socialista Italiana in Svizzera e diresse l’Avvenire dei lavoratori – mi ritengo vincolato non a obblighi apologetici, ma solo a un laico dovere di onestà. E, onestamente, le tesi accusatorie non mi convincono: per varie ragioni che sono state messe in luce anche di recente da diversi valenti studiosi. A tali ragioni, per parte mia, vorrei solo aggiungere un elemento contestuale riguardante l’esilio elvetico.

    Silone visse per quindici anni da rifugiato politico antifascista in Svizzera dov’era giunto dopo lo scontro con Stalin e dopo aver preso le parti di Trockij a Mosca. In Svizzera, con l’esponente socialista Oprecht, Silone concertò l’uscita di Fontamara, libro che molto nocque a Mussolini (...)

   Quello svizzero fu esilio vero, duro; finché il successo letterario non gli arrise, Silone campò nella miseria, dovendo spesso essere sostenuto dal punto di vista economico, anche tramite qualche minestrone gratis al Ristorante Cooperativo o qualche colletta di carbone durante i rigidi inverni di quegli anni. Per uscire da una situazione d'indigenza la sua compagna, Gabriella Seidenfeld, sposò pro forma un conoscente svizzero affinché, insieme alla cittadinanza, le venisse concesso il permesso di lavoro.

    La comunità italiana in questo Paese conserva dello scrittore e uomo politico marsicano un ricordo diretto, non superficiale e non episodico, alla luce del quale mi pare ad esempio inaccettabile l’insinuazione che Biocca annota alla fine del suo saggio: «allo stato attuale delle ricerche non possiamo né affermare né escludere che la relazione fiduciaria ebbe termine nel 1930. Com’è noto, infatti, alcuni anni più tardi Silone (...) tornò all’attività politica dirigendo in Svizzera il Centro estero del Partito socialista. Alla guida della Divisione Polizia politica era ancora Guido Leto il quale (...) era a conoscenza della collaborazione prestata da Silvestri». Ora, è ben vero che dopo l’occupazione nazista di Parigi Silone diresse le attività del Centro Estero del PSI a Zurigo (...). Ma in qual modo tutto ciò possa ritenersi anche solo compatibile con l’insinuazione di cui sopra, onestamente non riesco comprendere. Si capisce bene, invece, che il castello accusatorio non regge …”.

 

 

Verosimiglianza

Quando Montanelli balzò in difesa di Silone, disse innanzitutto che preferiva affidarsi più al suo istinto che ai documenti. In questo caso per istinto si deve intendere un’analisi della verosimiglianza e un calcolo probabilistico della congruenza di un’affermazione. Per Montanelli le probabilità erano uguali a zero, dunque dichiarava di non credere ai documenti, anzi che non ci avrebbe creduto neanche se lo stesso Silone fosse venuto a dirglielo. Perché per Montanelli, per Tamburrano e tanti altri si tratta di una montatura talmente pacchiana, sesquipedale, elefantiaca da risultare del tutto inverosimile? Innanzitutto l’uomo Silone, poi la gravità delle accuse: l’abiezione dell'informatore Silvestri "che non esitò a denunciare i suoi compagni facendoli imprigionare"; dopo il 1926, le informazioni di Silone sarebbero “una delle principali cause” di arresti di dirigenti comunisti (che si concludono anche con la morte dell’arrestato); eccetera.

     Biocca confessa che l'unica idea che personalmente è riuscito a farsi riguardo al perché Silone tradisse, è che si tratta di "un personaggio che opera enigmaticamente con più sistemi di valori: è un autentico comunista e un convinto informatore". Per Montanelli, per Tamburrano, per tanti osservatori rimane completamente oscuro come si possa essere allo stesso tempo autenticamente un comunista e autenticamente un informatore del fascismo.

     Dal complesso della narrazione, risulta inverosimile il ritratto di Silone, ma risultano inverosimili anche tutti gli altri: Silone sarebbe stato il grande agente dell’Ovra, che con le sue soffiate riesce a sterminare le file dei dirigenti comunisti e contemporaneamente la stessa Ovra avrebbe torturato il fratello nelle carceri di Roma e Perugia fino al punto di provocarne la morte! e per un crimine che non ha commesso! Ma se è stato addirittura sostenuto che l’Ovra aveva programmato e iniziato le procedure per assassinare Silone, arrivando al punto di inviare in Svizzera due sicari a questo scopo! Possibile che l’Ovra si sia fatta salutare senza storie da un informatore di così alto livello? E tutti quelli che hanno indagato su di lui non ci hanno mai capito niente,  tutti casi psichiatrici: non soltanto Silone, anche Mussolini, Togliatti, Tambroni, eccetera?

     Montanelli ritiene impossibile che Togliatti -  il quale "anche per motivi personali aveva interesse a gettare fango su Silone” - non si sia accorto del tradimento di Silone. Galli della Loggia è pienamente consapevole dell’enorme interrogativo e prova a smontare l’argomento: come mai Togliatti e il Pci non si sono mai accorti di niente? Né durante, né dopo? Galli della Loggia sostiene che forse a Togliatti non conveniva far sapere a Stalin che per anni si era tenuto tra i massimi dirigenti del partito un informatore della polizia fascista. Avrebbe pagato la disattenzione a carissimo prezzo. Parallela l’argomentazione di Luciano Canfora: Togliatti non disponeva di documenti contro Silone, perché non aveva potuto trovarli, dal momento che restò a capo del ministero della Giustizia per pochi mesi, e in quel periodo doveva anche partecipare ai lavori della commissione alla Costituente. Ma ragioniamo: la paura di Stalin è durata anche per i dodici anni successivi alla morte di Stalin? E finiti i lavori della Costituente, quando Togliatti attacca terribilmente “il rinnegato Silone”, perché non fa mai neanche un accenno, neanche come ipotesi? E il fascismo, come è possibile che un fascismo gravemente danneggiato dall’incessante attività antifascista di Silone, affaccendato a raccogliere elementi contro Silone, intenzionato a mandargli addosso anche i sicari, non spiffera il segreto? E come è possibile che quando Tambroni, irritato per l’opposizione di Silone, commissiona da Presidente del Consiglio un’indagine su Silone, anche questa indagine si conclude in un nulla di fatto? Prendendo per buona la ricostruzione di Biocca e Canali, delle delazioni di Silone sarebbero stati al corrente non soltanto il commissario Bellone, ma numerosissime altre persone, da Bocchini a Leto. E nessuno di tutti questi si è mai fatta scappare mezza parola? Tra tutti i fascisti che anche dopo la caduta del fascismo si ritrovarono davanti un Silone maestro di antifascismo, nemmeno uno e neanche per via indiretta ha colto l’occasione per una straordinaria rivelazione? Come mai nessuno ha rinfacciato questo enorme doppiogioco a Silone mentre cose ben più piccole e minime contro di lui sono state analizzate e riportate alla luce?

    La storia dell’asino che vola è stata raccontata a proposito di san Tommaso. Per prenderlo in giro e fargli alzare la testa dalle sue amate carte, alcuni frati si misero a gridare che nel cielo erano improvvisamente apparsi asini che volavano. San Tommaso si affaccia, risate generali. A giustificazione del suo comportamento san Tommaso sentenzia: “Mi pareva più credibile che ci fossero asini capaci di volare anziché frati capaci di dire menzogne”. Ora, qui non ci sono alternative: o c’è un asino che vola o i documenti (“i frati”) dicono la menzogna. Se non vogliamo offendere né i frati né i documenti, l’unica interpretazione possibile è l’equivoco. E su questa strada Tamburrano è assolutamente convincente: rilegge i documenti ad uno ad uno, e dimostra che uno per uno (ammesso e non concesso che siano autentici) possono essere letti in maniera diversa da come fanno Biocca e Canali, senza bisogno di far fare la figura del cretino a Mussolini, Togliatti, Tambroni eccetera.

 

 

I critici di Tamburrano

Pierluigi Battista ha più volte criticato Tamburrano; tra le sue osservazioni la più interessante è relativa a quella che gli sembra una palese contraddizione: prima Tamburrano avrebbe sostenuto che i documenti di Biocca e Canali erano falsi o alterati, poi avrebbe adottato le rivelazioni di Luce d’Eramo in merito ad una autorizzazione accordata a Silone dai vertici comunisti perché dialogasse con l’Ovra.

     La contraddizione non esiste, in quanto le due cose possono andare benissimo d’accordo: alcuni documenti sono falsi, altri sono alterati, altri vengono erroneamente attribuiti a Silone, altri sono veri e scagionano Silone. L’interpretazione proposta da Tamburrano non vuole essere la verità ultima e definitiva sul caso, ma innanzitutto una demolizione dell’ipotesi di Biocca e Canali e la proposta di quella interpretazione alternativa che appare ad oggi la più verosimile: Silone effettivamente ha avuto rapporti con esponenti dell’Ovra, autorizzati dal PCI; in particolare, all’epoca dell’incarcerazione del fratello, nell’intento di giovargli, Silone tentò l’impresa disperata di ammorbidire i fascisti, dando a vedere qualche pentimento e fornendo banali informazioni confidenziali. Il partito comunista era a conoscenza di questo tentativo disperato e della intenzione di giovare al fratello senza fare danni al partito. I fascisti capirono benissimo anche loro: il rapporto non proseguì a lungo, perché tentavano di estorcergli sempre di più e soprattutto notizie veramente rilevanti. A quel punto il tentativo di ammorbidimento si interrompe; Silone taglia ogni rapporto; la sorte del fratello è segnata; comincia la sua attraversata nel deserto: tronca ogni possibilità di dialogo con i fascisti e con i comunisti, che gli saranno nemici altrettanto acerrimi e che ben sapendo delle ragioni del tentativo disperato dell’epoca non gli danno rilievo denigratorio, perché sanno benissimo quanto in ultima analisi la vicenda torni a favore di Silone e a loro sfavore.

     Dentro questo perimetro cronologico, morale, psicologico, politico, storico, vanno letti quei quattro documenti che dell’epoca sono rimasti e che vanno presi con le pinze per mille motivi, a cominciare dal fatto che provengono da archivi altamente sospetti. Alcuni documenti sono indubbiamente autentici (ad esempio, la relazione a Mussolini del 1937), ma sono congruenti con l’ipotesi interpretativa di Tamburrano, non con l’ipotesi interpretativa di Biocca e Canali.

    Nel coacervo di documenti e fatti interpretabili in modi completamente diversi, c’è chi è rimasto vittima di un annoso pregiudizio e ha svalutato la ricerca impeccabile di Tamburano, preferendo invece le assai controverse interpretazioni di Biocca e Canali. In generale, evidenti segni di un’insofferenza e di un rancore antichi nei confronti della cultura antifascista e anticomunista di Silone sono presenti in buona parte dei suoi critici, come documentato dalle importanti rassegne di Vittoriano Esposito e Maria Moscardelli Cosi.

    Perfino la collaborazione di Silone con Allen Dulles è stata rivisitata come ennesima dimostrazione di una vita vissuta all’insegna dell’ambiguità e dell’intrallazzo spionistico. Invece la collaborazione di Silone con Dulles fu di carattere eminentemente intellettuale, ideale, morale, una pagina meritoria e cristallina, che testimonia ancora una volta l’integrità e la coerenza di tutta una vita: Allen Dulles era un vero patriota, un interprete brillante e sagace del sogno democratico americano, estimatore di artisti e letterati, nipote di un segretario di Stato e figlio di un pastore presbiteriano, uscito dagli studi universitari a Princeton e approdato ai servizi segreti dopo aver rinunciato ad assai più remunerativi incarichi nell’industria privata. Intrepido teorico di una concezione dell’intelligence nella quale anche le spie (con più precisione: soprattutto le spie) devono essere gentiluomini, fu il più eminente fondatore della CIA, è vero, ma quando dialogava con Silone era un plenipotenziario di Roosevelt in Europa, un rappresentante della lotta all’ultimo sangue contro la tirannia e il totalitarismo. Da Herbert Marcuse a Franz Neumann, una ragguardevole parte della migliore cultura dell’epoca collaborò con l’OSS, antesignano della CIA; Silone fu cercato, avvicinato, frequentato con sincera sollecitudine da Allen Dulles, che coltivò in molti modi quella relazione per lui preziosa, con un intellettuale schiettamente stimato e amato da Musil, Orwell, Camus, Koestler. La intensa collaborazione antinazista di Allen Dulles e Ignazio Silone fa onore a tutti e due. Nelle investigazioni all’italiana, per una cinica e infame ironia della storia, vengono fatti passare per farabutti tutti e due.

 

 

L’equivoco

      Nell’interpretazione proposta da Tamburrano, possono essere riletti tutti i documenti e non c’è contraddizione tra carte, testimoni, fatti, verosimiglianza. Anche l’errore interpretativo di Biocca, di Canali e di molti altri, diventa facilmente comprensibile e in un certo senso scusabile: si sono imbattuti in documenti effettivamente esistenti, di cui alcuni tangibilmente veri, e su questa base hanno poi erroneamente costruito un castello che invece è del tutto arbitrario, perché molte sedicenti prove documentarie possono essere interpretate in ben altro modo: non sono firmate (neanche da Silvestri), sono grafie diverse, possono essere state rubate, possono essere consapevoli forme di depistaggio e di disinformazione del partito fascista o del partito comunista eccetera eccetera. Secondo Tamburano, semplici coincidenze, illazioni, fraintendimenti costellano il processo a Silone; è vero che si tratta di un processo indiziario, ma anche a norma del codice di procedura penale, gli indizi devono essere <<gravi, precisi e concordanti>> per poter essere presi in considerazione. Inoltre, la Cassazione ha sottolineato in una occasione la <<equivocità ontologicamente propria degli indizi>>. 

    Le pretese informazioni fornite da Silone, all’epoca della sua attività di dirigente rivoluzionario, se davvero autentiche, possono essere interpretate in maniera assai diversa da quanto proposto da Biocca e Canali. Il loro lavoro di ricerca, invece di essere, come dice Aurelio Lepre, “una serrata analisi, degna di abili investigatori”, è una montatura. Il classico fischi per fiaschi. Ad esempio, attribuiscono a Silone carte che non sono attribuibili a Silone o che se attribuibili a Silone possono ugualmente e contestualmente essere attribuite a migliaia di altre persone. Se un’informazione viene attribuita a Silone perché in quel momento stava in Francia, ed effettivamente egli stava in Francia, non occorre trascurare che in quello stesso momento in Francia stavano Pitigrilli e migliaia di altri fuorusciti, dai filocomunisti ai filofascisti,  che direttamente o indirettamente potevano essere, anche involontariamente, all’origine di un’informazione poi raccolta e trasmessa dagli agenti della polizia italiana. Scrivono Gianna Granati e Alfonso Isinelli a p. 91: <<è totalmente arbitrario trovare una correlazione tra luogo di provenienza dell’informativa e presenza ivi di Silone (se ad esempio Silone è a Marsiglia chi può dire che nel luogo di provenienza –Francia- si deve intendere Marsiglia e non Parigi, Bordeaux o Tolosa o altro? E a Marsiglia quanti sono i possibili informatori?)”. Anche Tamburano riconosce che “in effetti Biocca e Canali hanno fatto un lavoro accuratissimo, paziente”, e tuttavia sconclusionato: hanno preso lucciole per lanterne.

     A discolpa di Biocca e Canali, e di tutti quelli che appresso a loro ci sono cascati, esistono molti dati di fatto che a prima vista sembrano dar loro se non ragione, legittimazione. Spicca in particolare il comportamento della moglie di Silone, Darina Laracy, che prima ha ostentato indignazione poi a sorpresa si è detta «non contraria» all'approfondimento dei «possibili lati oscuri» della vicenda umana del marito, e ne avrebbe riconosciuto la grafia (ma aggiungendo contemporaneamente che potrebbe trattarsi di un falso dell’Ovra). La signora Laracy ha dimostrato in varie occasioni quali sono i veri sentimenti che ancora nutre per Silone e tutta la sua imparzialità: “Non devo niente a Silone né politicamente, né religiosamente…Qualsiasi cosa provassi a fare, Silone disapprovava. Non era mai rilassato… La mia opinione è che non avesse capacità o talento per l’amicizia…Credo che nessuno l’abbia mai conosciuto bene…Era una persona profondamente triste…Non metto in dubbio l’autenticità dei documenti…Nonostante la perizia. A me sembra la grafia di Silone…”. Anche un lontano parente dello scrittore si è mosso nella stessa direzione, offrendo a Biocca documenti e accreditamenti: «c'è bisogno di una verifica attenta di tutte le carte. Non me la sento di escludere nulla…». Queste dichiarazioni di alcuni parenti hanno avuto un grande peso e hanno avuto più evidenza delle dichiarazioni di altri parenti, sbalorditi ed esterrefatti davanti alle accuse, ma non poi tanto sorpresi a sapere di queste “stranezze” all’interno della famiglia, coerenti con altre stranezze precedenti.

    Innanzitutto c’è da dire che Darina Laracy era una bambina all’epoca dei fatti esaminati da Biocca e Canali: non conosceva Silone e neanche stava in Italia. Lo incontra per la prima volta nel 1941, in circostanze misteriose. Non sa niente di niente a proposito di quel niente scovato da Biocca e Canali. Dice di aver rimuginato sulla faccia triste di Ignazio e di aver pensato che qualche oscura ragione ci sarà stata perché fosse così triste. Certo, a parte i genitori morti drammaticamente quando era piccolo, a parte il fratello ammazzato in galera e il rimorso di essere stato causa indiretta di quella morte, a parte il piacere e l’onore di aver avuto molto a che fare con fascisti e comunisti, a parte una vita vissuta modestamente e poveramente, a parte l’odio e la denigrazione di cui fu attorniato fino alla fine, Ignazio non avrebbe avuto molto di che lamentarsi. La moglie vuole sapere, vuole capire, vuole vedere. Non sarà la prima moglie sospettosa del marito; è in buona compagnia. Ha la convinta solidarietà di tutti quelli che hanno avuto mogli perennemente virtuose, disinteressate, innamorate e credono che esistano soltanto questo tipo di mogli. Assolutamente dunque da respingere l’opinione di quanti invece rivalutano la complessa saggezza orientale e in particolare quell’antico costume induista che prescrive che anche le vedove debbano essere bruciate sulla pira insieme al congiunto. Non parliamo poi del lontano parente: anche lui ogni tanto rilascia assai rivelatrici dichiarazioni di supporto a Biocca e Canali: “Sono convinto che un serio studio sulla realtà del suo vissuto, vissuto complesso e forse torbido, ce lo restituirà più vero, più umano…”. Si rinvia a tutta la letteratura sulle famiglie e sui parenti, da Caino a Novi Ligure.

   Tamburrano non concede una lira all’interpretazione di Biocca e Canali, ma riconosce loro una grande capacità di muoversi dentro gli archivi e un impegnato lavoro di indagine. Da questo duro lavoro negli archivi deriva l’impressione di trovarsi davanti una ricerca documentata, distaccata, obiettiva. Studiosi come Melograni e Perfetti hanno dato alla loro ricerca una importante legittimazione perché impressionati dal lavoro che effettivamente c’è; per la stessa ragione molti altri osservatori poi si sono allineati: parenti, giornali, recensori stranieri (ma non tutti, basti ad esempio vedere la splendida lettera di M. P. McDonald al  “Times Literary Suplement”). Sull’equivoco e sui malintesi esiste anche in italiano una buona letteratura, alla quale caldamente rimando i colpevolisti e i possibilisti. Avvertendoli in merito ad un punto importantissimo: soltanto Giuseppe Tamburano, Gianna Granati, Alfonso Isinelli hanno ripercorso la ricerca di Biocca e Canali dall’inizio, interrogando i testimoni e gli esperti; andando negli archivi e guardando attentamente gli originali ad uno ad uno, si giunge al capolinea. Insieme ad alcuni documenti effettivamente autentici e a fatti realmente avvenuti, ci sono quattro cartacce di assai dubbia origine e (per ragioni eminentemente metodologiche) non interpretabili nell’ottica veteropositivistica di Biocca e Canali, che sono caduti per primi nell’equivoco e poi hanno trascinato gli altri nell’equivoco, tutti ipnotizzati dalla fede nel documento, negli indizi, nelle coincidenze, nelle prove, nell’investigazione “furba, scafata, all’italiana”. Tamburano, Granati, Isinelli hanno ripercorso passo passo lo stesso tragitto percorso da Biocca e Canali, e sono arrivati a conclusioni opposte, dopo aver controllato i documenti ad uno ad uno, come dimostrano abbondantemente.

 

 

Un’investigazione “all’italiana” 

Dalla scoperta della falsità della donazione di Costantino, la mitologia del documento ha subito qualche critica non da poco. Basti pensare all’invenzione della fotografia, cioè della tecnica che per definizione dovrebbe riprodurre la realtà, restituendocela per quella che è, indipendentemente dalle manipolazioni dell’osservatore. Nota Sergio Romano nell’introduzione al bel volume di Jaubert su alcuni clamorosi falsi fotografici: “Fotografia e falsificazione sono legate l’una all’altra come sorelle siamesi. Nel momento stesso in cui apprendono l’arte dell’obiettivo i fotografi imparano a ritoccare, sfumare, tagliare, cancellare dettagli inopportuni”. Durante il fascismo, l’arte della manipolazione e del ritocco si esprime al meglio anche nel campo della fotografia: “si cancellano le persone vicine a Mussolini o i particolari quotidiani, si scontornano o si montano le fotografie in modo da creare il più grande impatto emotivo…”.

    La mistica del documento nel Novecento si consuma attraverso due varchi cruciali: il caso Dreyfuss e i Protocolli dei Sette Savi di Sion. Montanelli cita subito tutti e due questi casi monumentali: ricorda le affermazioni di Maurois a proposito del caso Dreyfuss: “all’inizio tutti credevamo nella colpevolezza di Dreyfuss: c’erano i documenti”. Poi si è visto di che documenti si trattava! Stesso discorso per i Protocolli dei Sette Savi di Sion, fabbricati dalla polizia politica zarista, presi per buoni da mezza Europa, accreditati per buoni anche da quelli che erano perfettamente consapevoli della loro totale falsità. Le generazioni passate attraverso queste due vicende cruciali hanno maturato nei confronti della mistica del documento quella cautela richiamata subito da Montanelli. Figuriamoci la fiducia che si può riporre nei documenti dell’Ovra!

    Il punto ha un rilievo di carattere più generale: c’è un filone aureo nella storia dell’umanità, da Socrate a Montaigne, da Galileo a Popper, che ha insistito sulla precarietà e fragilità della conoscenza. Nel campo degli studi storici questa cultura è importantissima, ma non sempre e pienamente fatta propria dai suoi più valenti rappresentanti, come dimostrato da un volume recente su lord Acton, che fu nell’Ottocento il campione nell’ambito storiografico della più grande tradizione liberale inglese.  Regius Professor a Cambridge, storico prediletto della regina Vittoria, fondatore della English Historical Review, direttore della Cambridge Modern History, egli fu il versante sul piano storiografico di quel che Gladstone fu sul piano politico e John Stuart Mill sul piano ideologico: la grande sapienza dell’età vittoriana, liberale, tollerante, lungimirante. Alcune massime di lord Acton sono ancora famose (“power tends to corrupt, and absolute power tends to corrupt absolutely”). Nel volume uscito recentemente si sottolinea che per questo pontefice massimo della storiografia ottocentesca l’ideale del lavoro di storico era l’arrivo ad una verità obiettiva e valida per tutti: ad esempio, una battaglia di Waterloo raccontata in maniera condivisa da inglesi e francesi. Ebbene, noi sappiamo che quell’ideale è ingenuo seppur nobilissimo: è stato osservato che lo storico non deve mirare a raggiungere la verità, ma a circoscrivere l’ambito dell’errore. E’ la stessa lezione di Popper, di Galilei, di Locke, di Hume, la stessa lezione che Biocca, Canali e i loro estimatori evidentemente non hanno assimilato fino in fondo. Quelle cartacce anonime, apocrife, contraddittorie sono insufficienti a fornirci alcuna nuova verità; possono soltanto servire ad allargare l’ambito dell’errore, della supposizione, della divinazione, della manipolazione e dell’interpolazione soccorritrici in mancanza di validi argomenti.

    Ci si meraviglia perché la lezione di Popper, di Galilei, di Locke, di Hume, è in Italia poco seguita? Ma chiediamoci piuttosto in quali scuole italiane questa lezione viene insegnata! Qui non è in discussione l’allenamento al rigore filologico; qui è in discussione il salto dal profilo filologico al profilo metodologico dell’interpretazione: non è in gioco soltanto la competenza archivistica, la conoscenza specialistica o generalistica dello storico, ma la sua dimestichezza con la teoria della conoscenza, con l'epistemologia dell'indagine, con la logica dell’argomentazione. Tutte tematiche ignote al buon lord Acton e purtroppo anche a professionisti formati sì sull’analisi dei documenti, ma non sulla metodologia dell’interpretazione. Un positivismo vecchio stampo e un idealismo altrettanto stantio possono coniugarsi distruttivamente: ritrovamento di documento e interpretazione iperbolica sono spesso destinati ad incontrarsi. E’ una caratteristica dell’arretratezza italiana, denunciata come tale dai veri giganti della cultura epistemologica, già all’epoca in cui mezzo mondo si fece beffe del metodo di autori tipicamente italiani come Lombroso, capaci di trovare conferme per ogni ipotesi, anche la più strampalata, e incapaci di comprendere che l’importante non è ricercare conferme, ma possibili smentite alle teorie, che soltanto in questo modo si possono poi ritenere “corroborate”.

    C’è meraviglia perché questo difetto si annida tra storici impegnati in un duro lavoro archivistico? Ma, attenzione, questo difetto è talmente radicato nella cultura italiana da aver permesso danni terribili anche nel settore ben più importante della cultura penalistica e nella pratica processuale, notoriamente appesantita da procedimenti puramente indiziari, sospetti trasformati in accuse devastanti e rimaste poi non confermate, sentenze che senza apparenti novità cambiano completamente al passaggio da una giuria ad un’altra, eccetera eccetera. Leggo in un articolo di Gaetano Contento: <<L’impredittibilità dell’esito del giudizio nel merito, è un dato di esperienza ormai assolutamente pacifico. E’ certo che, nella prassi, non esiste più un canone “logico-giuridico” per stabilire se e quando le prove raccolte siano “sufficienti per condannare”, o, viceversa, debbano ritenersi insufficienti allo scopo. Neppure è possibile, di fatto, apprezzare in termini significativi, traducibili in concrete massime di esperienza, il diverso livello di “sufficienza” e gravità degli indizi (o delle prove) necessarie per richiedere il rinvio a giudizio, o per richiedere un provvedimento cautelare, o, infine, per affermare la colpevolezza dell’imputato…Il cittadino avverte con sempre maggiore grado di allarme la “incertezza” del risultato di qualunque processo: sempre più consapevole che non basta “aver ragione”, e neppure basta saperla far valere, ma, più che mai, è indispensabile “trovar chi l’intenda” (rectius: chi sia disposto ad intenderla)>>.

    Illustri giuristi e legislatori hanno parlato con indignazione del medioevo giudiziario italiano; di questo ritardo medioevale risente tutta la cultura di produzione e valutazione della prova, in tutti i campi e segnatamente nel campo giudiziario, dove è sconosciuto il modello formale della adversariness, profondamente estraneo alla mentalità dominante, ancora inquisitorial nella meccanica, nella psicologia, nella logica: l’investigazione all’italiana è una ricerca fondata su indizi traballanti e prove incerte, destinata a trionfare nelle prime pagine dei giornali e ad affondare poi nei tribunali. Con una conseguenza diventata famosa: dall’inizio della Repubblica, per situazioni che vanno dal proscioglimento perché il fatto non sussiste fino all’ingiusta detenzione, oltre quattro milioni di persone sono state ”coinvolte per errore nel vortice della giustizia”!

     Commentando questa situazione, Ferdinando Imposimato ha scritto che in Italia “i procedimenti sono quasi tutti indiziari, basati cioè su fatti desunti dall’esistenza di altri fatti. In pratica, il risultato di una deduzione logica: terreno ideale per l’errore, perché troppo spesso l’indizio non è che un sospetto che si è trasformato in un indizio, prima di tramutarsi ulteriormente in prova. ...In virtù del principio del libero convincimento, alcuni giudici possono considerare un indizio né grave, né preciso, né concordante; altri, invece, si pronunciano in senso opposto. A questo punto l’errore giudiziario diventa inevitabile...Il rischio che una persona venga arrestata sulla base di elementi labili, che poi possono essere valutati o svalutati secondo l’umore del giudice di turno, è una delle circostanze maggiormente deprecabili del nostro sistema”. Ai milioni di errori certificati come sicuri bisogna aggiungere gli errori non documentati o non documentabili. E gli errori talmente evidenti da aver portato ad un indennizzo: dal 1992 al 1997 lo Stato italiano ha risarcito 3.224 persone che sono state prosciolte dopo aver sofferto ingiustamente una custodia cautelare. Più di una al giorno.

   Il liceo classico di matrice gentiliana è da questo punto di vista una palestra di formazione paranoica: produce una mentalità perfezionatasi contemporaneamente nel culto filologico degli studi classici e nell’ammirazione delle grandi sintesi teoretiche; un miscuglio devastante che ci ha portati ad una venerazione veteropositivistica del documento e ad un’esaltazione idealistica della soggettività creativa e interpretativa dell’osservatore. Parole pesanti? E perché non si possono dire, visto che i risultati sono questi e visto che ben di più si è detto all’estero, come nel celebre caso di Leon Litwack nel 1987, rivolto alla Organization of American Historians, di cui era presidente: “nessuna categoria di studiosi è responsabile della diseducazione della gioventù americana quanto gli storici”.

   La vedova di Silone, il lontano parente di Silone, Biocca, Canali e tutti i fascisti, i comunisti, i qualunquisti, i cerchiobottisti, i doppiopesisti, tutti gli eterni nemici del socialismo cristiano e democratico di Silone, vogliono la verità e pensano di averla trovata negli avanzi degli scarti delle puzzolenti fogne dell’Ovra. Molti parlano senza sapere di che cosa parlano; descrivono Silone come un pazzo pericoloso e invece i veri pazzi pericolosi sono loro. Un esperto di pazzie, Freud, nella lettera in cui proibisce ad Arnold Zweig di continuare nell’impresa di scrivere la sua biografia, dice: “Chiunque si avventura nell’impresa di scrivere una biografia, soggiace per ciò stesso alla menzogna, alla dissimulazione, all’ipocrisia, all’insulsaggine e perfino alla necessità di nascondere un’inevitabile mancanza di comprensione, in quantoché il materiale biografico non dovrebbe cadere nelle mani di nessuno, e se ciò accadesse, non dovrebbe venire utilizzato. La verità è inaccessibile: l’umanità non la merita”. Come Freud, in maniera analoga e con motivazioni analoghe, Orson Welles dice splendidamente in un’intervista “Distruggete tutte le biografie....L’arte può spiegare la vita; la vita non spiega l’arte”; il suo capolavoro Citizen Kane (che regolarmente viene giudicato dai critici cinematografici la più geniale pellicola di tutti i tempi) si apre e si chiude inquadrando l’avvertenza No Trespassing e si svolge tutto intorno al tema della impenetrabilità e della enigmaticità delle motivazioni umane.

     Irresponsabilità degli uomini e tristizia dei tempi si sono sposate nel caso Silone, che scoppia, bene non dimenticarlo, nel periodo in cui gli italiani si sono interrogati più penosamente sulla propria capacità di essere considerati persone civili, cittadini di un paese accettato come civile dagli altri paesi universalmente riconosciuti come tali. Tra un processo e l’altro ci siamo chiesti molte volte chi siamo e se è vero che qui il più pulito tiene la rogna. Uno dei più grandi storici viventi, Arthur M. Schlesinger ha scritto in The Disuniting of America che “la storia è per una nazione ciò che la memoria è per un individuo. Un individuo privo di memoria è disorientato e perduto, non sa dove è stato e dove sta andando; così una nazione che non ha un’idea del suo passato non sarà in grado di valutare il proprio presente e il proprio futuro”. La buona memoria di Silone è finita stritolata in mezzo a tutte le pigrizie e le miserie della società italiana.

 

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