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Nel 1931, su un totale di circa 1.200 professori universitari, soltanto 12 si rifiutarono di prestare giuramento al fascismo. Uno su cento.

Amicizia e sciacallaggio

   Innanzitutto vorrei sottolineare che lo sciacallaggio è tra le forme di comportamento più comuni e più, come dire, spontanee (almeno per alcuni). Infatti, per chi coltiva progetti delinquenziali l'obiettivo migliore è una vittima debole e indifesa. Quale obiettivo è più facilmente raggiungibile di una persona già colpita da qualche forma di disgrazia? Soltanto di recente si è riflettuto sulla nostra ambivalenza nei confronti della vittima, che esercita sulle persone comuni sentimenti contrastanti: per ragioni egoistiche molti tendono a stabilire la distanza rispetto alle vittime, per non farsi contagiare dal loro dolore e per non sopportare i costi necessari al ripristino di una situazione di giustizia. Alcuni invece non vogliono stabilire le distanze nei confronti delle vittime e del loro dolore, ma si avvicinano e gli stanno addosso, con un motivo preciso: approfittarne. Ci sono nella letteratura criminologica molte pagine sul fascino oscuro del male e sul godimento che molti provano nella pratica del male assoluto. A seconda dei casi, lo sciacallaggio può essere sia espressione di una depravazione interiore sia espressione di un calcolo assolutamente razionale (anche se assolutamente amorale).

   Il punto è oggetto di varie riflessioni nella letteratura sulla criminalità dei colletti bianchi. Sutherland riporta come altamente significativa una considerazione di un capitano d'industria:  <<...Cominciai a rendermi conto che non è bene per i pezzi grossi di Wall Street combattersi l'un l'altro. Se l'avversario è un re della finanza, anche una vittoria può essere pericolosa. Prendiamo il caso che mi è capitato. Avevo ottenuto un grosso guadagno dall'affare Erie e quasi tutto in moneta sonante. A rimetterci però, era stato Vanderbilt...Naturalmente la cosa gli dispiaque molto. Aveva abbastanza potere da rendermi la pariglia. E fu esattamente quello che fece. Diede a me e al mio gruppo un sacco di noie. Accade sempre così quando ci si vuole arricchire a spese di uno del proprio livello...>>.

   Considerazioni simili sono state fatte a proposito di molti altri contesti, ad esempio in riferimento al numero di armi possedute dalla popolazione. I sostenitori delle politiche favorevoli alla proprietà di armi da fuoco sottolineano che statisticamente le comunità in cui ci sono più persone armate sono anche le comunità in cui ci sono meno aggressioni, perché i criminali preferiscono attaccare persone disarmate anziché persone che possono reagire sparando. Dalla Svizzera (dove la proprietà di armi è in un certo senso obbligatoria) agli Stati Uniti (dove le aree più tranquille sono quelle che più pullulano di civili armati fino ai denti), pare che il criminale preferisca attaccare una persona disarmata, perché trova una preda molto più facile. E quale vittima più facile e disarmata di chi è stato colpito da una sventura? Più è grande la sventura, più la vittima sarà indifesa. Insomma, per la letteratura il punto è fuori discussione, anche se ovviamente va accompagnato da molti distinguo.

   Per indicare brevemente e concretamente che cosa intendo per sciacallaggio prenderò come riferimento un testo che considero molto significativo in proposito, tratto dai verbali di interrogatorio di uno dei figli dell'imprenditore Soffiantini, tenuto per un lungo periodo prigioniero da una banda di sequestratori. L'interrogatorio si riferisce ai rapporti intercorsi durante il rapimento tra la famiglia di Soffiantini e il generale Delfino, ora per questi fatti condannato con sentenza definitiva. All'inizio dell'interrogatorio, il figlio dichiara: << Non ho mai pagato tale somma di un miliardo>>. Leggiamo ancora nei verbali: <<L'Ufficio contesta che suo fratello avrebbe dichiarato che tale somma sarebbe stata effettivamente pagata... Si dà atto che viene data lettura del verbale di dichiarazioni rese dal fratello...>>. Dice il figlio di Soffiantini: <<La mia paura è quella di subire ritorsioni...Preciso che però tale stato di timore è una mia condizione personale. Io non sono mai stato minacciato da nessuno...Dopo che la Autorità giudiziaria mi ha rappresentato l'importanza della mia deposizione debbo dire che la somma di un miliardo di lire è stata effettivamente da me consegnata...parlai con mio padre per riferirgli che l'Alghisi aveva usato toni pesanti con mio fratello Carlo. Preciso che dissi a mio padre che avevo pagato un miliardo di lire al Delfino, che eravamo convinti di essere stati «sciacallati», che però Alghisi non era convinto di ciò e che anzi aveva reagito malissimo .... Mio padre si dimostrò molto preoccupato per la sicurezza nostra e dei nipoti ed ha sempre detto che non era opportuno denunciare l'accaduto. Ribadisco che se io non ho mai denunciato l'accaduto è solo per paura. Lo stesso posso dire per mio fratello Carlo e per mio padre...>>. 

   Questa breve citazione va inquadrata in un contesto assai particolare, in cui spicca il fatto che la confessione in merito allo sciacallaggio viene ottenuta con la forza dagli inquirenti, che per altra via erano venuti a conoscenza di quanto accaduto. L'argomento non è da poco e ha una valenza di carattere generale: spesso la vittima preferisce tacere e si adatta a sopportare lo sciacallaggio. 

    La citazione relativa al caso Soffiantini è utile per introdurre anche alcuni altri punti che mi sembrano di una certa importanza. In particolare, non è raro che la vittima di un disastro conosca faccia a faccia i suoi sciacalli e abbia la certezza di essere stato sciacallato. E, per ulteriore beffa del destino, ancor meno raro è il caso di chi, nella sventura del disastro, non si può neanche permettere di denunciare i propri sciacalli, che contano sull'impunità e  sulla possibilità di ricattare la vittima. Dulcis in fundo, chi è impegnato in un' operazione di sciacallaggio in molti casi si presenta come amico e ostentatamente in pubblico mostra questa sua faccia, mentre in privato concretamente sta approfittando della situazione drammatica in cui si trova la sua vittima. 

 

 

 

 

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