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Saverio Fortunato
Analisi dei fattori parapsicologici della fortunata Serial TV
SCENA DEL CRIMINE ![]()
Agenti della Scientifica metà invulnerabili e metà umani
di Prof. Saverio
Fortunato*
(*specialista in criminologia clinica, cultore
per l’insegnamento di criminologia all’Università di L’Aquila,
vicepresidente Collegio Toscano Periti Esperti Consulenti –Organo riconosciuto
giuridicamente dal Ministero di Grazia e Giustizia-)
C.S.I.: scena del
crimine (intitolato in originale C.S.I. – Crime Scene
Investigation) è il programma americano più visto della stagione
2002-2003; negli Usa ha battuto ER e Friends, in Italia è
stato votato come "miglior serie d'inizio stagione" dall'Accademia dei
telefilm ed è entrato nella top-ten dei telefilm americani più visti nel
nostro paese dal 1996 ad oggi.
Sono soprannominati "Quelli del DNA", un gruppo di detective
della polizia Scientifica di Las Vegas. La scena del crimine e
l’area delimitata dai nastri gialli, su cui si legge “Crime scene do not
cross”, lavorano in squadra e prestano attenzione scrupolosa ad ogni
dettaglio (saliva, capelli, rossetti, cenere, briciole, pulviscoli, granelli di
sabbia e persino la presenza del numero di mosche in una stanza) per comprendere
la dinamica del delitto e raccogliere prove di colpevolezza: dal DNA alle
impronte digitali, dalla testimonianza all’esame grafologico della scrittura
di un testo, dalla perizia balistica all’esame in laboratorio di ogni sostanza
sospetta. Diciamo subito che come sceneggiatura e migliore interpretazione,
merita l’oscar. E’ una fiction che rasenta la realtà e l’interpretazione
è inappuntabile, ma ai fini dei nostri studi e per la complicata materia che
tratta (le investigazioni) merita una riflessione ed analisi seria, fuori dalla
spettacolarizzazione e dal mondo della celluloide.
E’ una squadra che rasenta la realtà, dicevamo, ma per forzarla piegandola alla legge della scena del cinema, che si sovrappone a quella del crimine. La realtà è forzata: mai un insuccesso, un caso irrisolto, un errore o un inganno nell’indagine investigativa. Serial applaudita per il suo realismo, basato sul modello di Daniel Holstein, un veterano con oltre 20 anni di indagini sulle spalle nella capitale americana del divertimento, del quale Gil Grissom ha pensato bene di servirsi per ideare la scenografia.
Investigatori (bionici?) di successo, dal volto per metà angelico e metà umano e dalla mente per metà robot e metà umana: attenti a commuoversi, ma non troppo; a farsi coinvolgere dal debole di turno, ma non troppo; a farsi captare dalla bellezza femminile, ma non troppo e via elencando.
Va bene tutto, ma non troppo, questa è la prima regola non scritta della squadra. All’apparenza tutto è al posto giusto, persino i laboratori nel loro apparente disordine sono in ordine. I due laboratori per le analisi delle tracce e del DNA comprendono i seguenti strumenti nuovi di zecca: stereomicroscopi elettronici, lampade a fasci di luce ottica fredda, refrigeratori chimici, polarizzatori elettronici, computer graphic, centrifughe rack, micropipettes, microscopi comparativi, fingerprint brushes, fiber-optic light source, drying rack for glassare. Il laboratorio balistico, comprende: scaffali, scartoffie ripiegate per benino, reloader press, workshop bins, water tank, ibis system, dissecting scope, exemplar photos and drawings, exemplar fire arm collection, boxed reference ammunition...
L’illusione dell’invulnerabilità
personale
Una delle condizioni tipiche di molti investigatori di fronte “scena del crimine” può essere quella di ritenere che la Serial televisiva rifletta in qualche modo la “loro” realtà: finendo con l’identificazione, quando è un evento positivo; o col prendere le distanze, quando è un evento negativo. Ora, vedere (e capire) come si è svolto un errore o un inganno investigativo, per un verso, oppure un successo investigativo, dall’altro, è alquanto diverso dal vivere realmente una situazione simile. E’ questa “l’illusione dell’invulnerabilità personale” che potrebbe insinuarsi nella psicologia degli investigatore-telespetattori e determinare un certo comportamento anziché un altro. Si tratta di un orientamento (o autocondizionamento) psicologico molto pericoloso poiché allontana dalla condizione umana reale per proiettarci non nelle scienze criminali, ma nella parapsicologia, dei poteri magici e veggenti.
Ebbene, mettendoci su un piano diverso dagli altri, non apprendiamo l’importante lezione della loro esperienza, ovvero che la fonte dei loro problemi (di successo o insuccesso, di colpevolezza o di innocenza) o della loro caduta in disgrazia, non va ricercata in debolezze personali, negli astri o nei poteri bionici, ma nel potere della situazione che c’è davanti a noi (Zimbardo, P.G. E. B. Ebbesen e C. Maslach, 1977). L’illusione dell’invulnerabilità personale può essere talmente forte che nemmeno di fronte un trucco, un errore, un inganno dichiarato certi investigatori sono disposti ad ammettere di essere stati ingannati o di aver sbagliato. Anche perché fanno notizia non gli errori e gli insuccessi investigativi, ma i successi. E’ sui “successi” che si costruiscono le carriere ed è per questo motivo che l’errore e l’inganno sono sempre in agguato nell’indagine.
Polizia scientifica ergo scienziati?
Gli agenti televisivi (forzando la realtà con l’immaginazione) si definiscono “scienziati”, ma essere scienziato non è uno status, qualifica o ruolo investigativo; lo scienziato è tale se promuove e pratica la ricerca sulla conoscenza umana. Non mi pare che un agente di polizia, anche se usa il nome sinistro “scientifica”, promuova qualche ricerca per cui le scienze umane o sociali possano progredire!? Più correttamente, l’investigatore di polizia applica la scienza, ma non l’inventa. Applica la scienza nella misura in cui la studia e la conosce, ovviamente! E qui ci sarebbe da approfondire: quanti investigatori della scientifica conoscono le teorie scientifiche da Aristotele a Popper? E quanti conoscono (e applicano) nell’assunzione delle prove o nelle interpretazioni di fatti la logica in senso logico?
L’illusione della fiducia reciproca
Un
altro disorientamento psicologico che la Serial TV potrebbe causare nella
psicologia dell’investigatore-telespettatore di massa, è l’illusione della
fiducia reciproca. Per comprendere di cosa si tratta ricorriamo ad un aneddoto.
Nel 1976, nel corso del 19mo convegno della Parapsychological Association, che
si tenne a Utrech, il parapsicologo Martin Johnson organizzò una dimostrazione
pubblica. Aveva invitato alla conferenza un prestigiatore dilettante
svedese, Ulf morling, che avrebbe dimostrato alcuni giochi di prestigio che
simulavano fenomeni paranormali. Prima di potere cominciare, Morling dichiarò
esplicitamente che non possedeva alcun potere paranormale e che tutte le sue
dimostrazioni erano frutto di trucchi. Quindi, indovinò tre numeri scelti a
caso dal pubblico, piegò un chiodo dopo averlo messo in mano a John Beloff e
indovinò l’effetto opposto a quello voluto; scrisse Johnson. Dopo la seduta
accadde qualcosa che considero molto imbarazzante. Un certo numero di
parapsicologici cominciò a discutere la possibilità che il signor Morling
fosse un medium senza saperlo… Sono davvero sconcertato dal fatto che
così tanti parapsicologi (tra i 10 e i 20) malgrado le sue assicurazioni che
tale dimostrazione fosse basata su un trucco, avanzarono seriamente l’ipotesi
paranormale per spiegare quello che avevano visto*.
Questo per far capire che spesso l'investigatore sganciato dalla metodologia
della ricerca, ossia dalla costruzione di regole di corrispondenza logica in
senso logico, interpretando i fatti non in chiave ermeneutica, finisce
prigioniero dell'approssimazione teorica del 2+2= 4 e quindi con l'occhio vede
solo quello che cerca.
A buon intenditor…
Note: *Cfr.: Johnson, M. 1976, “some Reflections After the P.A. Convention,
European Journal of Parapsychology, I, 3, novembre , pp. 3-5.
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