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Racinaro, l'ignoranza, l'ingiustizia

Recentemente è stato pubblicato un volume di Roberto Racinaro (Colonne infami. Presente e passato della questione giustizia) che per certi versi è deludente, ma per altri versi deve essere raccomandato vivamente. L'autore ha vissuto una vicenda particolare e ben nota che lo rende un osservatore particolarmente attento e meritevole di particolare attenzione.

Riassumiamo il libro e cominciamo dagli elogi. Il volume, edito nel 2000 da Marsilio, comprende 157 pagine, più cinque di bibliografia, ed è diviso in due parti. Nella prima c'è una eccellente ricostruzione di un momento fondativo della civiltà moderna: quel periodo straordinario della cultura giuridica italiana in cui scrivono giganti come Beccaria e Filangieri. Nella seconda parte c'è una riflessione sui temi attuali della giustizia italiana (il rito accusatorio che tarda ad affermarsi, il pan-penalismo, la crescente giuridicizzazione di troppi ambiti di vita, eccetera). Sinteticamente, la tesi generale è che mentre nel passato la cultura illuminista tanto si impegnò a distinguere delitto e peccato, oggi purtroppo si tende a fare del delitto una sorta di peccato. In filigrana, lungo tutto il libro, si può leggere il tema dell'errore dei giudici.

Le pagine di Racinaro su Beccaria, Filangieri, e in generale sulla cultura giuridica illuminista, sono veramente ben fatte e benvenute. Sono temi su cui si sono cimentati autori come Arturo Carlo Jemolo, Piero Calamandrei, Leonardo Sciascia, Franco Venturi, ma Racinaro proprio non sfigura a fianco di cotanto senno. L'argomento è vecchio, ma il punto di vista è quello dell'Italia 2000: dall'analisi di Racinaro vengono fuori profili di grande rilievo. Quando Arturo Carlo Jemolo, scrivendo la prefazione a Beccaria, parlava della tortura, pensava a Massu, e riusciva a farci ripensare all'argomento in maniera non convenzionale. Quando Racinaro parla dell'opinione dei classici a proposito dell'errore dei magistrati, riesce a farci ripensare all'argomento in maniera non convenzionale.

Inoltre, Racinaro è veramente encomiabile per essere riuscito (fra l'altro con estrema chiarezza e capacità di sintesi) a mettere in primo piano nel suo complesso l'importanza e l'attualità di quel momento magico della cultura italiana. Ad esempio, il volume di Manzoni sulla colonna infame è un vero gioiello letterario, leggibile, scorrevole, trascinante: in un'età in cui vengono stampate tante storie gialle di pura e inverosimile fantasia, il libro del Manzoni si può leggere come un giallo di grande effetto, perché ricostruzione di una vicenda autentica e costruito in larga misura secondo una maniera espositiva che fa pensare al giallo sotto tanti profili. Allo stesso modo di come I fratelli Karamazov si può leggere come un legal thriller, anche la Storia della colonna infame si può leggere come una sorta di legal thriller (in molti sensi: ti avvince sino all'ultimo; è la ricostruzione di un caso giudiziario; il colpevole alla fine non è lo stesso che appariva all'inizio, eccetera).

Quando dico (ma altri illustri critici lo hanno detto) che I fratelli Karamazov e la Storia della colonna infame si potrebbero leggere come libri gialli, voglio anche ricordare che quelle pagine erano state scritte per essere destinate ad una lettura di massa (nel senso che questo termine poteva avere in quell'epoca). Ovviamente, hanno superato poi il livello di una cultura di massa e sono diventate opere esemplari: classici che mettono in rilievo problemi fondamentali della giustizia.

Se teniamo conto che in Italia uno studente può laurearsi in giurisprudenza senza aver forse mai sentito parlare di Beccaria e comunque senza avere mai letto una riga di Beccaria per un esame, ci si può rendere conto di come sia importante ogni segnalazione dell'attualità di questi autori. Per sottolineare ulteriormente il mio sincero elogio della scelta di Racinaro, mi permetto di aggiungere che nel programma di esame di criminologia che a maggio avevo consegnato al preside della mia facoltà, avevo inserito come letture raccomandate agli studenti e come corso monografico proprio le tre opere classiche di Beccaria, Verri, Manzoni. Da anni faccio leggere Beccaria anche alle future maestre che scelgono di sostenere l'esame di criminologia e che non sono abituate a questo tipo di letture: tuttavia non mi hanno mai sbagliato una risposta sull'argomento, perché, mi dicono, trovano Beccaria di grande interesse e attualità. Per ricambiare la loro attenzione verso i miei consigli, io dico a queste future maestre che la loro preparazione sui fondamenti del diritto penale è migliore di quella di quasi tutti gli studenti di giurisprudenza. Una volta una studentessa mi ha chiesto: <<Ma allora succedono tanti guai nella giustizia proprio perché agli operatori mancano fra l'altro anche le fondamenta intellettuali per fare il loro mestiere?>>. Onore a Racinaro per la sua cospicua lettura di questi classici!

Disonore invece alle nostre strutture formative, pubbliche e private! Nell'anno accademico 1999-2000 ho cercato su internet i programmi delle facoltà di giurisprudenza delle più note e costose università private. In nessun programma della facoltà di giurisprudenza è previsto l'esame di criminologia. Ho consultato alcuni (non tutti) i programmi delle facoltà pubbliche di giurisprudenza: l'esame di criminologia è spesso previsto, ma con testi e contenuti che trascurano il punto in questione: Beccaria è assente da questi programmi.

Non mi sento purtroppo di ripetere il giudizio assai positivo sulla prima parte del libro, per quanto riguarda la seconda parte del libro e in generale la tesi di fondo sostenuta nel volume. Il motivo di questa parziale disapprovazione è in un certo senso speculare a quella precedente approvazione incondizionata. Nell'analizzare i problemi attuali della giustizia, la bibliografia di Racinaro non conta più Arturo Carlo Jemolo, Piero Calamandrei, Leonardo Sciascia, Franco Venturi. Predominano altri scrittori e altre opere. La differenza si sente. Il primo pensiero che viene in mente è: questo autore per le sue vicende personali non può non prestare grandissima attenzione ai temi della giustizia; evidentemente si è preparato a fondo sull'argomento, e infatti va sul sicuro laddove aveva le spalle coperte dal punto di vista della tradizione intellettuale. Fino a quando i punti di riferimento sono Beccaria, Verri, Manzoni, Filangieri, Pagano, l'autore va sul sicuro. In compagnia di Arturo Carlo Jemolo, Piero Calamandrei, Leonardo Sciascia, Franco Venturi, va sul sicuro. Ma appena si sposta da questi punti fermi, tutta l'arretratezza della nostra attuale situazione culturale si fa sentire: smorza ed estenua la forza della sua argomentazione.

Ad esempio, sul piano ermeneutico, mi pare inaccettabile che l'autore recepisca la presunzione secondo la quale il controllo politico attraverso il voto sarebbe la fonte primaria della sovranità (p.107). Inaccettabile non perché il voto sappiamo come si ottiene e quello che vale, ma perché i classici della democrazia moderna, da Tocqueville a tutto il costituzionalismo certo non ci autorizzano ad accettare questa presunzione.

Inoltre, sul piano meramente fattuale, l'autore non può affidarsi a criteri interpretativi (come quelli sul pan-penalismo) che sono stati elaborati in riferimento a realtà delinquenziali che non hanno molto a che spartire con l'Italia. Dalle mafie ai sequestri di persona, dal più alto numero di addetti nelle forze dell'ordine al più alto numero di reati ad opera di ignoti, da Andreotti a Berlusconi (indipendentemente dal giudizio finale, ma in riferimento alla abnormità della vicenda processuale) siamo un paese atipico che non può pretendere di essere considerato normale nel contesto dell'unione europea. La questione giustizia è parte colossale di questa anormalità, che non viene estirpata anche probabilmente perché non abbiamo elaborato gli strumenti intellettuali per comprenderla e per dominarla.

In un certo senso il volume di Racinaro ci testimonia clamorosamente che non viviamo più nel tempo di Beccaria, Verri, Manzoni, Filangieri, Pagano, ma neanche nel tempo di Arturo Carlo Jemolo, Piero Calamandrei, Leonardo Sciascia, Franco Venturi. La questione giustizia, per come Racinaro la sente e la soffre, dipende molto anche da questa situazione: l'ignoranza diffusa è l'altra faccia della illegalità diffusa. Viva l'Italia!

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