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Quando nasce l'idea di una illegalità maggioritaria in Italia?
Il
momento più importante per l’entrata del termine illegalità diffusa nel
vocabolario corrente della cultura italiana sono stati due convegni della Associazione
italiana di sociologia, tenuti uno a Milano (in collaborazione con il CNPDS)
il 10 febbraio 1992, pochi mesi prima dell’inizio di Tangentopoli, e un altro
a Pisa nell’ottobre 1992. Nel 1993 la rivista Quaderni
di sociologia pubblicò il primo di due importanti numeri monografici
dedicati al tema dell’illegalità diffusa. Mentre da un punto di vista
generico e approssimativo il significato del termine era a tutti chiaro, sulla
sua rilevanza scientifica si aprì subito un dibattito che culmina negli anni di
Tangentopoli e che per molti aspetti diventa pesantemente ispirato da
considerazioni immediatamente politiche e partitiche.
I
cambiamenti qualitativi e quantitativi avvenuti nella storia della criminalità
sono stati discussi da molti punti di vista. Secondo una tesi che ha acquisito
sempre più larghi consensi, nel corso degli anni Sessanta è avvenuta una
frattura di grandissimo rilievo, che costituisce una inversione di tendenza in
una storia plurisecolare, caratterizzata dalla diminuzione progressiva della
violenza nelle società occidentali. Per lungo tempo i livelli di criminalità
sono stati decrescenti, sotto l’influsso di molti fattori e innanzitutto con
l’avanzare di quel che Elias con una bella formula riassuntiva ha chiamato il
<<processo di civilizzazione>>. La riduzione del tasso di omicidio
è l’esempio che con piena evidenza numerica riassume al meglio il significato
del cammino del processo di civilizzazione: ha caratterizzato le più evolute
società europee, diventando in Italia di cinque volte inferiore a quello che
era alla fine del XIX secolo. Non è una specialità italiana: nello stesso
periodo il tasso di omicidio in Inghilterra e in Germania diventa inferiore di
due volte. Scriveva Durkheim circa cento anni fa: <<Sembra dunque che
l'omicidio diminuisca con la civiltà. Il che sembra anche essere confermato dal
fatto che esso è tanto più frequente quanto meno civili sono i paesi e
viceversa. Sono l'Italia, l'Ungheria, la Spagna che detengono il primato. Segue
l'Austria. Senza dubbio i primi tre paesi sono fra i meno avanzati; sono i più
arretrati d'Europa. Essi contrastano con le nazioni di alta civiltà, la
Germania, l'Inghilterra, la Francia e il Belgio, la cui criminalità omicida è
compresa tra 10 e 20 per 10000 abitanti, mentre l'Ungheria e l'Italia ne hanno
più di 100, cioè 10 o 5 volte di più. Infine, all'interno di ogni paese si
trova la stessa distribuzione>>. Ovviamente, la questione meridionale ha
pesato molto sui livelli di criminalità in Italia, ma c'è una parte
dell'illegalità italiana che è specificamente illegalità dei ceti dirigenti,
come dimostra una lunga storia che comincia almeno nell'età rinascimentale:
l'età dei Borgia, dei Papa con prole, eccetera. Anche negli altri paesi europei
c'è stato un periodo rinascimentale, caratterizzato fa fenomeni simili a quelli
italiani. Ma, negli altri paesi, questa eredità storica è stata poi travolta
da fenomeni di segno contrario, mentre in Italia ha dimostrato una forte
continuità. Non è un caso che Giovanni Giolitti, forse il politico forse più
insigne della nostra storia unitaria sia stato definito da uno dei nostri
studiosi più insigni come <<il ministro della malavita>>.
Negli
anni Sessanta si interrompe dovunque il precedente processo secolare di civilizzazione e di riduzione della
violenza. Da allora i livelli di criminalità si trasformano
quantitativamente e qualitativamente. Questo cambiamento è stato definito
sinteticamente in molti modi; spesso, in vari paesi, da sociologi, criminologi,
penalisti, con significati differenti è stato usato il termine
<<criminalità di massa>>.
<<Illegalità
diffusa>> come <<criminalità di massa>> sono espressioni
nuove che seguono l’emergenza di fatti nuovi, che per quanto eterogenei si
sono accumulati nel tempo e sono poi precipitati in una determinata occasione,
caricata da quel momento di un valore simbolico particolare. Per tutto il mondo
occidentale il 1968 è la data simbolo di questo cambiamento, anche se molti
fenomeni sono nettamente antecedenti. Rispetto a <<illegalità
diffusa>> e <<criminalità di massa>>, un precedente importante
è la teoria della <<criminalità dei colletti bianchi>>. Molti fenomeni presi in esame dalla
teoria non erano stati prima classificati come crimini in senso stretto:
l’evasione fiscale o le false fatturazioni, ad esempio, non venivano
pesantemente stigmatizzati dalla collettività e gli stessi responsabili di
questi reati non si consideravano criminali.
Il
punto importante è proprio questo, che poi si ritrova anche nelle teorie
dell’illegalità diffusa: alcuni fenomeni illegali riguardano strati molto
ampi della popolazione e soggetti che non tutti i membri della società
ritengono di definire come criminali. Il punto importante è il seguente: ci sono trasgressioni che
vengono definite illegali dalla legge, ma socialmente non sono sentiti come
moralmente degradanti ed abiette. Spesso vengono scusate e motivate in vario
modo, fino ad arrivare ai casi in cui un determinato comportamento, formalmente
illegale, viene considerato moralmente e razionalmente legittimo. Su questa base
l'illegalità da fenomeno di minoranza diventa fenomeno di maggioranza.
In
Italia questa evoluzione generale di tanti paesi acquista caratteristiche
specifiche, connesse con varie peculiarità, sia quelle di carattere storico
precedentemente citate sia quelle di carattere internazionale: negli anni della
guerra fredda la paura
della cosiddetta <<minaccia bolscevica>> era arrivata al suo apice, in sincronia con una straordinaria serie di tensioni locali,
nazionali, internazionali. Churchill aveva pronunciato il discorso di Fulton sul
sipario di ferro nel marzo del 1946; nello stesso anno regimi comunisti si erano
installati in Polonia, in Bulgaria, in Romania, in Ungheria. L'attivismo
sovietico si sviluppava energicamente in aree strategiche molto lontane l'una
dall'altra, dall'Iran all'Indocina; di lì a poco la resurrezione del Komintern
con il nuovo nome di Kominform suggellava la preoccupante rinascita di una
presenza comunista sulla scena internazionale, molto diversa da quella alleanza
con gli occidentali che aveva portato alla disfatta del nazismo. Da allora il
sistema politico italiano diventa bloccato: la Democrazia cristiana è
condannata a stare sempre al governo, e il partito comunista è condannato a
stare sempre all'opposizione.
Nel sistema italiano, veniva dunque stravolto il ruolo dell'opposizione, <<una delle maggiori e più sorprendenti scoperte sociali dell'umanità>>. Infatti, se si parte dalla premessa che il sistema di governo della Prima repubblica è stato un sistema di tipo consociativo, risulta obbligato il quesito in merito alla responsabilità da attribuire a tutti i <<consociati>>. Varie indagini hanno messo in rilievo che non tutte le responsabilità possono essere addebitate ai politici; anche nel mondo amministrativo e in quello delle professioni, oltre che ovviamente nel mondo imprenditoriale e nell'elettorato, esistono responsabilità enormi. Oltre alle responsabilità indubbie, primarie e gravissime delle forze di maggioranza, esistono anche delle responsabilità non minime delle forze di opposizione di sinistra. E' noto ad esempio che le cosiddette cooperative rosse sono state sistematicamente presenti nei grandi lavori pubblici nel Meridione. Spesso hanno lavorato nelle aree <<ad alta densità mafiosa o camorristica>>, da Palermo a Napoli, e hanno ottenuto lavori per centinaia di miliardi. Un determinato disegno istituzionale (caratterizzato dalla preminenza del metodo consociativo, dalle politiche assistenzialistiche, e così via) influiva nel rendere omogenei alcuni comportamenti delle forze politiche, indipendentemente dalle distinzioni tra maggioranza ed opposizione.
In conclusione sembra fuori discussione un punto: dalle origini il sistema istituzionale italiano poneva le premesse per il consociativismo, e questo a sua volta poneva le basi <<per un regime di corruzione>>. L'illegalità di massa discendeva dall'intreccio di un sistema internazionale che non permetteva il ricambio della classe politica, di una costituzione materiale basata sul metodo proporzionale, di un governo completamente subalterno al Parlamento. Il consociativismo, tra le tante conseguenze disastrose, innanzitutto determinava un drastico indebolimento del ruolo di controllo dell'opposizione (a livello centrale e a livello periferico, da Palermo a Milano), rimanendo spesso invischiata in una ragnatela di rapporti con la criminalità. Combinandosi con una serie di fattori di carattere generale (come quelli precedentemente citati), il 1968 rappresenta il punto di svolta della società italiana verso una crescita esponenziale della criminalità.
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