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PSICOLOGIA E PSICHIATRIA NELL'INVESTIGAZIONE

 1.

Al cuore del mio progetto di Corso di Laurea, c'è la preminenza di legalità e metodologia, che hanno una radice comune nel fallibilismo: questo principio ha conseguenze importanti sia sul piano metodologico, sia sul piano morale, sia sul piano costituzionale e politologico, sia sulla maniera di intendere la legalità e il garantismo. La democrazia è fondata non sul relativismo, ma sul fallibilismo, cioè sulla consapevolezza della mancanza di verità definitive: i criteri democratici del consenso e della verifica sono strettamente imparentati con i criteri scientifici della pubblicità e della controllabilità.

Moralità, scienza e democrazia hanno in comune e per fondamento una teoria fallibilista della conoscenza. Hanno in comune anche problemi simili: come la democrazia può degenerare nella demagogia, moralità e scienza possono facilmente degenerare nel moralismo e nello scientismo, che sono due insidie o scappatoie estremamente comuni nella vita quotidiana e ancor più nell’investigazione. Come il moralismo è un’esasperazione rischiosa delle virtù della moralità, così lo scientismo è un’esasperazione rischiosa delle virtù della scienza. In tutti e due i casi si perde di vista il fondamento fallibilista della conoscenza, con le sue varie cautele e umiltà.     Inevitabilmente nello svolgimento della sua attività l’investigatore sarà costretto ad affrontare enormi dilemmi morali e scientifici, con il rischio inevitabile di procedere lungo una via stretta, in mezzo tra immoralità e moralismo, tra irrazionalismo e scientismo.

L’errore e l’inganno hanno un posto importante anche nella teoria della democrazia, che non è la realizzazione del paradiso sulla terra: è “il peggior sistema di governo, esclusi tutti gli altri”, come disse Winston Churchill, illuminando sinteticamente un’analisi realistica, che nella tradizione anglosassone si ritrova anche in molti altri autori. In questa prospettiva le istituzioni sono parte di un potere che deve essere rigorosamente rispettato, ma anche limitato, bilanciato e controllato, perché “ogni potere tende inevitabilmente alla corruzione e all’abuso”, come scrissero Montesquieu, Lord Acton, e molti altri. La maniera migliore di essere legalitari è rimanere costantemente vigili contro i fenomeni degenerativi della democrazia, che esistono anche all’interno delle istituzioni e che sono spesso particolarmente insidiosi nel mondo dell’investigazione pubblica (come insegna la storia di una lunga e penosa serie di deviazioni dai compiti istituzionali).

Il fascino del bene e il fascino del male si confrontano e si confondono nella condizione umana; a volte sono frontalmente contrapposti e facilmente identificabili, a volte sono sovrapposti e mescolati nella stessa persona; qualcosa di simile avviene nei sistemi politici. Un grande teologo, Niebuhr, ha messo l’antropologia a fondamento della politologia: “proprio per la naturale tendenza umana al bene la democrazia è possibile; proprio per la naturale tendenza umana al male la democrazia è necessaria”. Anche sulla base di tali premesse è centrale nel Corso il rispetto nei confronti della magistratura e del suo operato: gli investigatori sono professionalmente dediti al controllo degli altri, ma è bene che ci siano altri specializzati nel controllo degli investigatori.

Il rischio della dismisura, della prevaricazione, dell’irrazionale è profondamente radicato nella nostra storia biologica. Una psicologia cognitiva ed evoluzionista sottolinea fortemente il peso dei pregiudizi, delle distorsioni, dell’inconscio mentale, dunque la necessità di una costante pulizia introspettiva. E’ dunque limitrofa a tutte quelle altre aree della storia della cultura che hanno sottolineato i limiti della condizione umana: la nostra inclinazione alla dismisura, alla faziosità, alla malvagità. Nell’antropologia di Gehlen, e soprattutto nell’idea di un’originaria “eccedenza di percezione”, c’è un tentativo importante di coordinare molti di questi aspetti teoretici, originariamente nati in contesti culturali assai disparati.

I riferimenti ai classici, e a classici tanto diversi tra loro, conducono ad una riflessione di carattere complessivo, ma che ha rilevanza specifica per il nostro ambito tematico: l’investigazione viene svolta da un soggetto naturalmente ignorante, limitato, fallibile, spesso fazioso e superstizioso, sempre sovrastato da un’eccedenza di percezione, in un contesto storico caratterizzato da una sovrabbondanza straordinaria di stimoli, di informazioni, di delitti.

Nella realtà come nella metafisica, la nostra ricerca della verità non approda ad un esito conclusivo o confortante. Se rinunciamo all’idea di una verità assoluta, l’investigazione è un’avventura precaria nella terra della minaccia e dell’ignoto. L’impostazione fallibilista è valida per la teoria della conoscenza, ed è valida anche per l’investigazione, che deve adottare un metodo orientato all’eliminazione dell’errore interpretativo. In una prospettiva decisamente fallibilista della conoscenza umana, la verità non è mai definitiva: è soltanto una nozione provvisoria, data per certa soltanto fino a prova contraria, dopo una serie di controlli e dopo l’eliminazione degli errori. 

 

 

2.

L’investigatore deve avere una preparazione che gli permetta, ad esempio, sia di affrontare situazioni di emergenza sia di sapersi “mettere nei panni degli altri”. Una specificità del progetto proposto nell’università di L’Aquila consiste in questo profilo: affiancare ad un forte impegno nella formazione di tipo tecnico, pratico, operativo, la formazione di tipo metodologico e psicologico, nel senso specifico di una psicologia metodologicamente caratterizzata, distinta da altre psicologie qualificate invece in un senso strettamente aziendalistico, terapeutico, eccetera.

Negli anni successivi alla caduta del comunismo e all’emergere di una società sempre più intensamente globalizzata e tecnologicizzata, contraddistinta da un bombardamento delle informazioni e da una impetuosa proliferazione di diversità, devianze, crimini di vario tipo, l’aspetto preminente del lavoro investigativo deve essere contraddistinto da un’adeguata preparazione di tipo metodologico, rivolta innanzitutto a prevenire la possibilità dell’errore.

Il paradigma indiziario, probatorio, processuale di tipo ottocentesco è fortemente influenzato da un’impostazione vetero-positivistica, che celebrava le umane possibilità di raggiungere certezze trasparenti e inoppugnabili. Questa impostazione deve essere oggi bilanciata da una preparazione in cui abbia grande spazio una epistemologia criticamente avvertita di quelle molte tematiche che consigliano maggiore accortezza e cautela, in un’età storica caratterizzata anche da crescenti incertezze di carattere pratico, operativo, applicativo, a livello professionale, personale, morale, ideale.

Sinteticamente, la giustificazione di un’ipotesi investigativa, in sede giudiziaria, deve oggi essere fondamentalmente confortata dalle scienze della natura e dalle strumentazioni più sofisticate, secondo il modello che va dalle impronte digitali all’analisi del DNA. Fuori da questo tipo di giustificazione, ogni ipotesi è davvero meramente ipotetica: degna della massima considerazione nella fase precedente la sede giudiziaria, ma assai problematica in un contesto dimostrativo di responsabilità penali. E’ noto che gli esempi di “prova principe” del sistema inquisitorio, dalla confessione al testimone oculare, possono essere oggetto di valutazione devastante.     

La psicologia rilevante nella cultura dell’investigazione va dunque ben distinta dallo “psicologismo”, ovvero dal riduzionismo psicologico, che sopravvaluta l’importanza dell’analisi atomistica dell’individuo e che è stato oggetto di critica impietosa in un’ampia letteratura. Lo psicologismo, tra l’altro, sopravvaluta le possibilità umane di trovare verità e spiegazioni; molte critiche distruttive della psicanalisi, da Nagel a Popper, da Medawar a Sheperd, mettono sotto accusa proprio un’ingenua e velleitaria presunzione di sapere. Nei confronti della psicanalisi, sin dagli inizi, con Schnitzler e Karl Kraus, le critiche hanno prodotto aforismi fulminanti e ormai celebri (“La psicanalisi sta alla psicologia come l’astrologia sta all’astronomia”; “La psicanalisi è quella malattia di cui pretende essere la cura”; eccetera).

La psicologia che ho messo in primo piano nel Corso di laurea in Scienze dell’investigazione è inoltre una psicologia connessa con gli aspetti pratici dell’investigazione. Basti pensare, ad esempio, alla figura dell’agente infiltrato, o alla congruente decodificazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, o alle controversie generate dalla problematica interpretazione delle dichiarazioni di minorenni in casi di violenze sessuali, o, infine, alla figura del giornalista investigativo, poco studiata in Italia eppure preminente nella professione giornalistica di molti altri paesi, dalla Spagna agli Stati Uniti. In questi quattro importanti esempi di concrete applicazioni delle tematiche investigative è evidente che una preparazione tradizionale, di tipo strettamente giuridico, sarebbe insufficiente, mentre sarebbe ragguardevole una adeguata preparazione nelle discipline e tecniche psicologiche.

La psicologia in primo piano nel progetto è una psicologia cognitiva, evoluzionista, umanista, soprattutto criticamente avvertita delle tematiche della razionalità limitata. Mentre tutta la psicologia è in un certo senso evoluzionista, anche se con diversità di accentuazioni, la psicologia cognitiva è una conquista scientifica importantissima che soltanto di recente si  è imposta fuori dall’ambito ristretto degli specialisti, basti pensare alle divulgazioni di Massimo Piattelli Palmarini o al fatto che uno studio tra i più importanti sull’argomento sia stato scritto da Dick Heuer, alto dirigente della Central Intelligence Agency (Heur, fra l’altro, è arrivato alla CIA dopo approfonditi studi universitari di filosofia).

La psicologia cognitiva è intimamente collegata con la psichiatria, la psicobiologia e le neuroscienze, ma nei rapporti con la storia della cultura è per molti versi collegata con quel filone prezioso e antico che insiste sui limiti della razionalità, sulla nostra naturale ignoranza, sulla nostra inclinazione alla presunzione e all’errore. Una vena aurea che comincia con Socrate, si prolunga in classici come Montaigne e Galileo, ed è dominante in modelli teoretici importanti per diverse discipline, ad  esempio nell’economia classica da Menger ad Hayek. Nella fondamentale trattazione di Menger, che riteneva il problema metodologico come “il problema più urgente” e che pubblicò nel 1871 il testo indispensabile sulla logica conoscitiva di tutte le scienze, gli esseri umani vivono in una condizione perennemente caratterizzata dall’insicurezza, dall’ignoranza e dalla fallibilità. Per Menger noi esistiamo in una situazione di costante scarsità, che è innanzitutto scarsità di informazioni rilevanti: siamo inevitabilmente sempre “male informati” e “tormentati dall’incertezza”.

Soprattutto sono evidenti i molti profili che uniscono la psicologia cognitiva con il modello della razionalità limitata: come ha spiegato Simon brillantemente, noi in ogni momento e davanti ogni fenomeno ci confrontiamo con una infinita interconnessione di fattori causali, mentre possiamo fronteggiare di volta in volta soltanto una modesta quantità di problemi e di variabili; inoltre, non soltanto siamo in grado di vedere una piccola parte della realtà, ma inevitabilmente tendiamo ad attribuire una straordinaria importanza a quella piccola parte di realtà che siamo in grado di vedere.

In conclusione, nel mio progetto formativo l’educazione alla ignoranza e una indispensabile modestia sono assolutamente indispensabili per la preparazione dell’investigatore. Nel percorso formativo vanno comprese nozioni critiche sulle più considerevoli dottrine della deontologia, del linguaggio, della scienza, della conoscenza, dell’esperienza, del significato, della scoperta, della verificazione e della falsificazione, della imputazione e della giustificazione, alla luce preziosa dei classici dell’empirismo, della logica, della morale. L’attività maldestra dell’investigatore può contribuire a fare assolvere un colpevole, o, cosa ancora più grave e intollerabile, a fare condannare un innocente: è importante che l’investigatore abbia imparato innanzitutto a conoscere se stesso, la propria umana inclinazione all’azzardo, al sospetto e all’errore, sviluppando capacità di introspezione e di autocontrollo, basate su appropriate cognizioni metodologiche rigorosamente studiate a tavolino: lo stesso luogo dal quale parte ogni ragionata e pianificata attività di ricerca.

 

3.

Ci possiamo affacciare nel baratro dell’investigazione e scoprire ad ogni istante nozioni controintuitive. Nel caso dell’investigazione sull’inconscio si potrà ad esempio scoprire che noi senza volerlo (attraverso tic, lapsus, dimenticanze) comunichiamo cose che non vorremmo comunicare o che sono addirittura ignote anche a noi stessi; al contrario e in maniera ancora più paradossale, quando testimoniamo davanti ad un giudice possiamo involontariamente, in perfetta buona fede, contrabbandare per vere delle cose che invece sono false, ricordando ad esempio di aver riconosciuto una persona che invece non è quella. Ricapitolando, possiamo inconsciamente oscillare tra due opposti: a volte senza volerlo comunichiamo la verità e a volte senza volerlo comunichiamo una menzogna. Un criminologo clinico che ignori questi aspetti controintuitivi della nostra percezione del reale, sarebbe condannato ad una limitazione delle proprie capacità di analisi. Per l'investigatore è fondamentale uno studio metodologicamente caratterizzato della psicologia cognitiva, della psicologia comportamentale, della psicologia del profondo, della psicopatologia e della psichiatria.

Quando vanno ad interpretare i dati sfuggenti e controversi della pratica professionale, intelligence ed investigazione hanno in comune il problema metodologico sia nei suoi termini eterni, umani e naturali, sia nei suoi termini storicamente e sociologicamente del tutto nuovi: la progressiva crescita del bombardamento delle informazioni. La sovrabbondanza di informazioni viene sopportata male dagli esseri umani: più aumentano le informazioni, più è difficile padroneggiarle per una mente singola. La straordinaria crescita delle capacità cognitive della specie in generale determina paradossalmente una corrispondente diminuzione delle capacità cognitive dell’individuo in particolare, che è sopraffatto da una crescita vertiginosa della conoscenza e dei problemi conoscitivi.

Se, in una corretta teoria gnoseologica, la conoscenza investigativa non può non essere una sintesi dei dati dell’esperienza alla luce delle categorie interpretative esistenti nella mente dell’investigatore, allora in questa situazione storicamente nuova cambia   radicalmente il punto di vista dell’investigatore: l’esperienza è sovraccarica di segni, caratterizzata da elementi sconosciuti o ambigui o irrazionali, e l’osservatore si ripiega senza saperlo su se stesso, rinunciando inconsapevolmente a una serie sterminata di controlli accurati o scegliendo inconsapevolmente i riscontri che gli fanno comodo. Il fallibilismo costante della condizione umana si accompagna con una crescita straordinaria del narcisismo, della presunzione, dell’ignoranza e delle discrasie cognitive.

In generale, la nostra razionalità è fortemente limitata, in questo specifico periodo storico è fortemente disturbata. Inoltre, in maniera paradossale aumentano continuamente le incertezze interpretative e sempre più spesso siamo sovrastati dall’urgenza o dalla necessità di dare comunque una risposta interpretativa in situazioni di emergenza o cariche di ambiguità.

Sapevamo che la nostra dimensione cognitiva è fondamentalmente torbida, letteralmente intorbidita, dalle nostre passioni e dalla nostra ignoranza; nella odierna galassia telematica siamo vittime di un surriscaldamento cognitivo, coi suoi risvolti di ansia e di fuga, di perdita di controllo e di accuratezza.

Una preparazione psicologicamente caratterizzata è una preparazione ad una migliore comprensione di sè e degli altri: è una preparazione ad una migliore investigazione su di sé e sugli altri. All’inizio e alla fine di ogni investigazione c’è sempre un essere umano.

 

Francesco Sidoti  

(prima versione della relazione per l'incontro di L'Aquila del 22 e 23 maggio 2003 su "Psicologia e psichiatria nell'investigazione")

 

 

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