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L'Aquila, 1 agosto 2009: ho terminato la prima versione del volume che abbiamo preparato sul terremoto aquilano. Questo è il paragrafo iniziale. Così comincia il volume:
Tra edifici crollati ed edifici che si debbono abbattere perché pericolanti e pericolosi, il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 ha prodotto milioni di metri cubi di macerie. Tanti che non si sa dove metterli.
Non tutte le macerie sono uguali. A L’Aquila sono crollati la prefettura, l’ospedale, il palazzo di giustizia, l’università. Se il terremoto fosse avvenuto di giorno, sarebbe stata un’ecatombe. Una delle 22 città d’arte italiane è ridotta ad un ammasso di macerie. Forse diventeranno rovine, come in una stampa di Piranesi. Per ora sono soltanto schiaccianti macerie. Dimostrazione plateale di una maniera sbagliata di progettare, di costruire, di controllare, di prevenire, di educare, di governare. Milioni di metri cubi di macerie sono la prova concreta, la prova provata, la prova regina, la prova conclusiva, di un abissale ritardo culturale e di un immenso disastro istituzionale. Milioni di metri cubi di prova.
Il caso dell’università a qualcuno fa specie: crollato il rettorato, scomparso per diversi giorni dalla rete il sito internet, disastrata in particolare la Facoltà di ingegneria. Raccontano le cronache: “non una facoltà qualunque, ma proprio ingegneria, il regno dei progettisti. A guardare le tonnellate di detriti accumulati davanti alle aule degli studenti si resta di sasso”. L’autore della cronaca non è prevenuto; scrive infatti: “Difficile trovare un ateneo altrettanto suggestivo, una specie di nido in mezzo ai boschi. Proprio per questo gli architetti negli Anni Ottanta avevano disegnato questi edifici dalle immense vetrate affacciate sul Gran Sasso”. Continua Ferruccio Sansa, giornalista di La Stampa: “Quello che doveva essere il tratto distintivo dell'edificio ha rischiato di provocare un disastro. Le enormi lastre trasparenti erano sospese a molti metri d'altezza e dovevano essere in grado di resistere ai terremoti. La garanzia derivava dal cemento armato su cui le vetrate avrebbero dovuto poggiare. …Il risultato: tonnellate e tonnellate di materiale sono crollate sulle scale, proprio quelle da cui dovevano fuggire gli studenti. I vigili del fuoco e i professori che ieri camminavano con le torce elettriche per i corridoi bui e deserti dell'università non nascondono la rabbia: «Questa non è un'università, ma una trappola per topi»”.
Cosa sarebbe accaduto se il terremoto fosse avvenuto durante una normale giornata di lezioni, con le aule affollate, piene di studenti, di professori, di personale amministrativo? Non è un’ipotesi da prendere alla leggera. A San Giuliano di Puglia, la scossa sismica avvenne alle 11.32 del 31 ottobre 2002; non provocò perdite eccezionali, tranne per il crollo del solaio di copertura dell'edificio scolastico. Persero la vita 27 bambini ed una maestra. Alcuni furono estratti vivi dalle macerie dopo molte ore; sopravvivono con una salute gravemente compromessa. Se il terremoto dell’Aquila fosse avvenuto di giorno, sarebbe stata un’ecatombe. A cominciare dalla Facoltà di ingegneria.
Non sono argomenti da prendere alla leggera. Così pensava anche il procuratore capo dell’Aquila, che tra le indagini a fondo preannunciò proprio quella sul Palazzo di giustizia: "Se la scossa fosse avvenuta poche ore dopo, e non nel corso della notte, ora sotto quelle macerie ci saremmo anche io e i miei colleghi". Un destino infausto per il Tribunale dell'Aquila, nato per celebrare il processo al crollo della diga del Vajont a Longarone, duemila morti, ufficialmente noto in tutto il mondo come un classico caso di "disastro evitabile", insignito del primo posto tra i peggiori esempi di gestione del territorio, secondo la classifica ONU dell’International Year of Planet Earth, nel 2008. Una tragedia al principio e una tragedia alla fine di quel Tribunale. Un disastro evitabile all’inizio ed un disastro evitabile alla fine.
Il terremoto aquilano del 6 settembre è stato un disastro in senso pieno: con questo termine specificamente intendiamo qualcosa che è insieme alle origini una calamità (per definizione, è un doloroso e imprevisto avvenimento naturale) e nelle conseguenze una tragedia (per definizione, a partire dalla definizione aristotelica, è rappresentazione degli di uno o più individui: il destino tragico è frutto dei loro interessi, delle loro passioni, del loro accecamento, e per questo suscita sentimenti di pietà e terrore). La tragedia, “nata nello spirito della musica”, secondo la celeberrima trattazione di Nietzsche, rischia sempre di trasformarsi in melodramma, perché storicamente generata nello spirito di Dioniso, il dio che libera gli esseri umani dalle preoccupazioni, dagli affanni, dai moniti della ragione.
In difesa della giustizia, della buona università e della buona informazione, con altri colleghi, docenti nell’università dell’Aquila, colpiti come me intimamente e materialmente dal terremoto, abbiamo subito iniziato a lavorare tra le macerie della verità, raccogliendo testimonianze, analizzando trasmissioni televisive, collezionando ritagli di giornale, navigando nel web, formando gruppi di discussione per potere ricomporre insieme il senso degli avvenimenti. Davanti agli studenti morti, in un’università disastrata, con la nostalgia lancinante per una città che era intrigante, speciale, bellissima, volevamo dare un contributo per la ricostruzione, sulla base delle nostre competenze professionali.
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