«All’Aquila
usati materiali scadenti e poche staffe»
L’accusa dei
geologi e dei docenti della d’Annunzio. Edifici sicuri, fondamentale
lo studio del suolo |
di NOVELLA DI PAOLO
CHIETI - «E' un peccato che i
tecnici e le istituzioni abruzzesi siano stati lasciati un po' da parte. Lo
dico senza polemica, è solo una constatazione. Con tutto quello che c'è da
imparare da un evento simile, è davvero un peccato». Lo scrive nella sua
prima diapositiva il professor Enrico Spacone, ordinario di Tecnica delle
Costruzioni presso l'Università D'Annunzio, relatore di una conferenza sul
rischio sismico in Abruzzo, tenutasi ieri presso l'Auditorium del Rettorato
a Chieti, insieme a Patrizio Signanini, ordinario di Geologia sempre alla
D'Annunzio, e Renato Lancellotta, ordinario di Geotecnica al Politecnico di
Torino.
«Purtroppo - ha continuato il professor Spacone - si può capire se e come
una costruzione resiste ad un terremoto solo dopo che il terremoto è
avvenuto, ed eventi come quello dell'Aquila non capitano tutti gli anni. Per
questo è importante esserci e per questo spero che quanto prima anche i
tecnici locali siano coinvolti. Io all'Aquila ci sono stato insieme a
colleghi di Chieti e di altre università e ci tornerò. Ho scattato foto e vi
assicuro che sentire le giunture delle case che scricchiolano durante una
scossa di assestamento non è affatto rassicurante».
E soprattutto ha visto quello che non doveva vedere: «Ho visto edifici nuovi
da buttar via, altri senza un graffio. Materiali scadenti, acciaio vecchio e
poche staffe, ma anche palazzi identici che a poche decine di metri di
distanza hanno avuto reazioni differenti, proprio perché costruiti su
diverse tipologie di terreno. E da questa tragedia dobbiamo capire
soprattutto che il terremoto viene dal suolo, ed è da lì che bisogna partire
per costruire in modo sicuro».
Durante il convegno è poi emerso con chiarezza che la scossa dell'Aquila è
stata catalogata come un terremoto di entità moderata e che gli effetti
avrebbero dovuto essere al massimo calcinacci e mobili caduti. In realtà a
L'Aquila è bastato un decimo di differenza, cioè 5.8 invece che 5.7 di
magnitudo, e le case, invece di lesionarsi sono crollate completamente. «E
questo è accaduto - è stato detto - anche perché spesso i tecnici che
lavorano in zone sismiche non sono correttamente preparati. In America in
questi casi bisogna essere sia ingegneri strutturisti che ingegneri sismici.
In Italia, invece, siamo ancora poco previdenti».
Dello stesso parere è anche il professor Signanini, geologo di lungo corso,
che ha inaugurato la sua carriera col terremoto del Friuli. «La sismologia e
l'ingegneria sismica negli ultimi anni hanno sviluppato moltissimo le loro
competenze e finalmente anche nelle normative si comincia a parlare di
quella che in gergo chiamiamo amplificazione locale; ovvero se e come gli
effetti di una scossa vengono amplificati dalle caratteristiche del luogo in
cui essa avviene, prima fra tutte la tipologia del terreno. Fattori, questi,
che spesso aumentano il rischio sismico». Ma non sempre gli enti e i
costruttori sono disposti a spendere altri soldi per qualche accorgimento in
più e tanto meno per una seria indagine geologica. Lo ha sottolineato con
forza anche il professor Lancillotta che, al termine della sua lezione,
zeppa di simboli e formule, ha rivolto una domanda alla platea: «Come mai
mentre nella sismologia e nell'ingegneria si sono raggiunti livelli
estremamente raffinati, si continua ad ignorare lo studio del terreno di
fondazione? Questo oggi è inconcepibile, come è inconcepibile che
progettisti e strutturisti continuino a leggere e firmare carte su carte,
invece di andare sul posto e sporcarsi le mani, a fare carotaggi continui e
capire veramente la differenza tra, per esempio, l'argilla plastica e i
materiali a grana fine».
| L’inchiesta.
Vertice con gli investigatori per verificare i metodi usati per la
costruzione degli edifici. Indagini anche sullo smaltimento delle
macerie
il procuratore:
possibili altri morti sotto le macerie
Casa dello
studente, denuncia dei genitori di un ragazzo ucciso dal terremoto:
vogliamo giustizia |
L’AQUILA - Nella lista dei 137 edifici pubblici a rischio stilata dalla
Protezione civile in uno studio del 2006, compare all’ultimo posto. Si
tratta della Casa dello studente, che ha seppellito sotto le macerie otto
morti e che è diventata il cuore dell’inchiesta del Procuratore Alfredo
Rossini (nella foto). E proprio ieri mattina l’avvocato Marino
Marini, per conto dei familiari di Alessio Di Simone di 25 anni di Penne,
morto nel crollo della Casa dello studente del 6 aprile, ha presentato una
denuncia alla procura della Repubblica chiedendo che vengano accertate
eventuali responsabilità, mentre a poca distanza è stato ufficializzato il
”Comitato per l’accertamento della verità relativamente agli studenti
unversitari scomparsi nel terremoto dell’Aquila dell’aprile 2009”.
Ma un altro scenario inquietante si affaccia: la possibilità che tra le
macerie ci possano essere ancora corpi. A ipotizzarlo è lo stesso
procuratore Rossini, riferendosi probabilmente all’ipotesi che sotto i
fondaci del centro storico possano esserci i corpi di clandestini, assenti
quindi dalle liste ufficiali degli scomparsi: «Purtroppo tutto è possibile -
ha detto il magistrato - succederà sicuramente chissà tra quanto, ma potrà
accadere che scoperchiando delle situazioni si troveranno salme di persone
che da anni si trovano sotto terra. Purtroppo - ha concluso - i soccorritori
fanno il possibile, ma l’impossibile solo Dio può farlo». Parlando poi della
recente indagine sulla presenza di amianto tra le macerie del terremoto,
Rossini ha detto: «Organizzazioni dalle manine nere potrebbero avere
interesse ad assicurarsi, lo fanno sempre, l’affare sui rifiuti speciali e
l’altro business per l’eliminazione dell’amianto, che a sua volta ha
procedure costose. L’accertamento fa parte dell’inchiesta, per quello che
riguarda il filone che poi potrà portare a sviluppi che riguardano la
Procura distrettuale antimafia e la prevenzione e organizzazione dello
smaltimento di cui è competente la Prefettura». In relazione alla
triturazione già avvenuta di parte delle macerie, il Procuratore ha
osservato: «Occorre stare attenti al processo attuale di frantumazione; ci
sono strutture tecniche che si occuperanno di questo». Il Procuratore ha poi
incontrato il Prefetto dell’Aquila, Franco Gabrielli presso la Scuola
sottufficiali delle Fiamme gialle dove si è parlato di presunte
infiltrazioni mafiose per la ricostruzion del post terremoto. Il magistrato
ha spiegato che «la normativa vigente stabilisce che il Prefetto è l’alter
ego del commissario Bertolaso e si interesserà per fare prevenzione su
eventuali infiltrazioni mafiose. Siamo ben contenti che esistano queste
strutture organizzate - ha aggiunto Rossini - che ci sostengono
nell’attività di prevenzione. Ci deve essere però una comunicazione continua
tra loro». Il Procuratore antimafia ha poi raggiunto gli uffici della
Procura dove si stava tenendo un vertice nel quale erano presenti il
sostituto Fabio Picuti, i rappresentanti delle forze dell’ordine ed un pool
di periti che hanno spiegato come funziona un terremoto e cosa sono le
faglie. «Sono un uomo pratico - ha detto Rossini - e voglio conoscere cause
e concause». Picuti ha invece risposto: «Non siamo un comitato scientifico
ma vogliamo conoscere il nesso di casualità tra le eventuali violazioni alle
normative di costruzione con i crolli. Non abbiamo bloccato alcuna
struttura, non blocchiamo nè l’attività di costruzione nè quella di
finanziameno»