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Il Presidente Berlusconi e il Consiglio di Stato
di
Indiplomaticus
(riassunto
dello scambio di idee con alcuni magistrati)
Nell’ottica della presente
ricerca, è importante sottolineare che il Consiglio dei Ministri presieduto da
Silvio Berlusconi sin dalla prima seduta ha messo mano ad interventi che
prefigurano un rapporto sempre più stretto e discrezionale con il Consiglio di
Stato. Dal 21 giugno 2001, Presidenza del Consiglio, Ministri, Vice ministri e
Sottosegretari possono scegliere i propri "collaboratori" senza
preoccupazioni di incorrere negli sbarramenti numerici e temporali previsti
dalle leggi e dai criteri stabiliti dagli organi di autogoverno. Possono
prendere chi vogliono, senza curarsi della legge e dei divieti degli organismi
di appartenenza! Sottolineo ulteriormente: stiamo parlando del primo
decreto legge varato dal primo Consiglio dei ministri! Nell'iter di conversione sono state introdotte alcune
variazioni, che non hanno modificato molto nella sostanza: per molti
Consiglieri di Stato è d'importanza decisiva andare fuori ruolo e fare, invece
che i magistrati, i governanti veri e occulti del sistema amministrativo
italiano, annidati nelle istituzioni più prestigiose.
Hanno fatto bene i propri conti: l’andazzo
attuale sopravvive grazie a troppe complicità. Ad esempio, anche una certa fetta di magistrati dei TAR riesce ad imboscarsi coi
fuori ruolo (c’è chi è stato in ruolo quattro anni su undici, chi presiede
l'Unione per l'incremento delle razze equine, eccetera eccetera).
Ad alcuni pare che il potere
dei Consiglieri di Stato diventerà ancora più importante e centrale che in
passato. Anche sul piano dell’organizzazione interna della presidenza
Berlusconi, il potere dei Consiglieri di Stato è da subito ben visibile. Alla
delicata carica di segretario generale di Palazzo Chigi è stato designato
Antonio Catricalà, consigliere di Stato, preferito
ad autorevolissimi altri candidati, come il segretario generale della Farnesina,
Umberto Vattani. Antonio Catricalà è un «gabinettista» di lungo corso, che
ha consumato una variegata esperienza con coalizioni e uomini
assai diversi: Amato, Frattini, Urbani, Piazza, Maccanico.
Soprattutto
è risultato significativo il citato art. 13 del d.l. 21/7/2001,
interpretato da alcuni come un allagamento a dismisura dello spoil system.
Luigi Oliveri ha scritto che la storia dei fuori ruolo, nel secolo passato,
sotto l’angolo visuale particolare della magistratura amministrativa, ha
sempre visto un amplissimo potere di utilizzazione del personale del Consiglio
di Stato. Oggi, osserva incisivamente, saremmo davanti ad una liberalizzazione
assoluta degli organi di governo (nella scelta dei dirigenti da preporre al
vertice delle strutture amministrative), con una "totale libertà (attualmente per il ministro, domani forse anche
per gli altri organi di governo) di scelta dei soggetti, dipendenti da
amministrazioni pubbliche, da incaricare delle funzioni dirigenziali, col
risultato di una sempre più marcata contiguità politica tra organo di governo
e dirigente, tale da mettere in seria discussione il rapporto di separazione
delle funzioni politica e gestionale". Si apre, dunque, egli dice, una
nuova frontiera dello spoil system, allargato alle persone che rivestono
le funzioni non di governo, ma gestionali. In tal modo, sarebbe violato non
soltanto il principio di separazione, ma soprattutto quel principio della
Costituzione, per il quale i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della
nazione. Quel che viene messo in discussione, attraverso tale innovazione, è il
principio della separazione delle funzioni, cioè uno dei princìpi fondamentali
di una vera democrazia.
Leggendo
tra le righe delle osservazioni comuni a molti magistrati (ad esempio, nel
commento già pubblicato del magistrato Leonardo Spagnoletti), ci sembra di
poter dire che il riferimento allo spoil system è in un certo senso da
rivedere: negli USA le nomine decisive sono o bipartisan o pluriennali o a vita
o comunque fuori dallo spoil system. La situazione italiana è moralmente
e strutturalmente peggiore rispetto ad uno spoil system razionalmente e
democraticamente inteso. Il fuori ruolo è strategico dentro un sistema
“all’italiana”, dentro il quale questo governo non sembra distinguersi
molto dal precedente governo. In un sistema amministrativo strutturalmente caratterizzato dall’incertezza del diritto, acquistano
necessariamente un’importanza centrale gli esperti del diritto. Quando la
situazione lo richiede, come nell'attuale governo, si rafforza la tendenza ad
affidarsi in misura più ampia ai consiglieri tecnici (qualcuno scrive
consigliori e non consiglieri). Il punto è che gli stessi medici chiamati per
curare il malato sono gli stessi che lo mantengono in una situazione patologica,
perché il loro interesse è avere un malato bisognoso di cure altamente
specialistiche. Se fosse in buona salute, non ci sarebbe un così drammatico
bisogno del loro intervento. I Consiglieri di Stato sono i peggiori medici che
il disgraziato Stato italiano possa avere al capezzale: dentro i ministeri e
con la loro giurisprudenza, creano quegli stessi malanni che poi sono
chiamati a curare!
In ogni caso sono medici troppo
distratti, come dimostra la voglia irrefrenabile di andare fuori ruolo. Per
rendere evidente l’importanza strategica del fuori ruolo, è importante
rilevare che la funzione di consulenza individuale (per distinguerla da quella
consultiva istituzionale) è sempre stata momento di incontro e saldatura coi
vari ministri e presidenti del Consiglio. Vi sono però ruoli che richiedono un
impegno all inclusive (capi di gabinetto, capi di taluni uffici
legislativi più importanti come quello delle finanze, Segretariato generale
della presidenza del Consiglio e della presidenza della Repubblica) e altri che
via via sono stati inventati. A parte vanno considerati i fuori ruolo come i
magistrati addetti ai giudici costituzionali, che secondo consuetudine possono
estendersi sino a che permanga in carica il giudice assistito, cioè
potenzialmente un novennio, o anche più: una collega è rimasta fuori ruolo se
mal non ricordo per oltre undici anni.
I fuori ruolo servono a
costruire vere e proprie carriere parallele (a parte le laute prebende derivanti
dalla partecipazione a organi e commissioni), con percorsi che, in epoca di
Prima Repubblica, erano paralleli a quelli del padrino politico (esemplare il
rapporto di Alibrandi con Spadolini, ma soprattutto di Franco Piga con Mariano
Rumor: una voce ricorrente sostiene che il vero presidente del Consiglio era
proprio Piga).
Negli
ultimi anni, poi, il fuori ruolo è stato la premessa indispensabile per
coltivare carriere politiche più o meno riuscite; il caso migliore è quello di
Frattini, che ha iniziato come Segretario generale della presidenza del
Consiglio col Primo Governo Berlusconi: è diventato per la prima volta ministro
della funzione pubblica con Dini, e quindi è sceso direttamente in campo
(eletto nel 1996 la prima volta, subito ha rivestito la funzione tutt’altro
che secondaria di presidente della Commissione sui servizi segreti e soprattutto
è stato una delle persone più ascoltate da Berlusconi). Minore fortuna ha
avuto Angelo Piazza (TAR di Bologna), ministro della Funzione pubblica, tecnico
in forza allo SDI, e poi ancora fuori ruolo. Un caso a parte è costituito da
Pajno, segretario della presidenza del Consiglio con Prodi, poi tristemente noto per aver
sbagliato clamorosamente e tempi e modi e cavalli.
Naturalmente,
tra i Consiglieri di Stato,
esclusi quelli che prendono il mare aperto della politica, molti altri (o meno
fortunati, o meno ambiziosi, o forse più lungimiranti), si ritengono paghi di
andare fuori ruolo e occupare cruciali posizioni di potere nell’apparato
politico-amministrativo dello Stato. Il passaggio dalla Prima alla Seconda
Repubblica, la mattanza della vecchia classe dirigente, e l’incapacità della
sinistra di elaborare un modello alternativo, hanno accresciuto il ricorso al
fuori ruolo di molti esponenti del Consiglieri di Stato (e in misura minore
della Corte dei Conti e dell'Avvocatura dello Stato), per l'esigenza che una
certa continuità nella conduzione della macchina statale fosse comunque
assicurata. L’uso improprio del personale del Consiglio di Stato è aumentato:
forse anche perché non c’è da noi un consequenziale ed effettivo spoil
system; forse anche perché, secondo alcuni, sarebbero uomini buoni per
tutte le stagioni e tutti i padroni, o forse anche perché, in un altro senso,
secondo loro, sarebbero uomini delle istituzioni, quale che sia la persona (o i
partiti) che le incarnano.
Il
Consiglio di Stato ha sempre difeso questi incarichi esterni, per i ritorni a
protezione dell'istituto e dei connessi privilegi; sicché vi è un intreccio
inestricabile tra modo di essere dell'istituzione e fortune personali dei
Consiglieri di Stato: tali si diventa non per il solo prestigio di sedere nel
consesso che fu presieduto da Santi Romano, ma anche (o soprattutto?) per gli
incarichi: prima in gran misura erano sopratutto gli arbitrati a far
gola, consentendo di arricchirsi più o meno rapidamente.
Non
vanno sottovalutati molti altri tipi di incarico, ivi compresi quelli di
insegnamento, ora solo a contratto, ma funzionali comunque ad allargare la tela
di relazioni privilegiate e spesso improprie, vedi soprattutto quelle con i
professori universitari. Come è noto agli attenti lettori di questa ricerca, i
rapporti con il mondo universitario sono il tramite di rapporti con i
professori-avvocati, che possono coltivare sia la professionalità, sia le
ambizioni sia il narcisismo dei Consiglieri di Stato, spesso anche chiamati a
sdottorare anche in convegni creati ad hoc per fornire un palcoscenico alla
vanità più puerile.
Né
vanno trascurati gli incarichi che permettono la partecipazione ad organismi
vari, a volte molto ben remunerati. Negli ultimi anni ad esempio è scoppiato il
discutibile business delle scuole di preparazione ai concorsi, che utilizza
anche forme para-imprenditorili e che può essere misurato su internet (cfr. il
sito www.lexforum.it).
Su quest'ultimo punto, esistono varie denunce inascoltate nella mailing list dei
giudici amministrativi, che spesso non ci vogliono molto sentire in proposito,
perché questo malcostume costituisce un modo semplice per arrotondare lo
stipendio (ovviamente, non ci si riferisce soltanto ai contratti di tipo
universitario, ma alla più varia e inimmaginabile fioritura di corsi di
preparazione e aggiornamento per funzionari pubblici, eccetera eccetera).
Insomma, Franza o Spagna, Prima
o Seconda Repubblica, molti Consiglieri di Stato continuano ad incrementare il
proprio patrimonio personale e ad esercitare il proprio ruolo centrale nel
sistema politico-amministrativo del paese. Garantiscono l’efficienza della
macchina o i loro interessi di gruppo e personali? Ma chi è contento del
funzionamento della macchina? E’ più che legittimo arricchirsi in questo
paese, ma può essere questo un obiettivo così rilevante per un magistrato?
Perché non fare i calciatori, i cantanti, i ballerini, invece che i magistrati?
Se piace tanto la politica, perché non andare a fare direttamente la politica,
invece di inscenare un così squallida caricatura dell’idea di una
magistratura imparziale? Alcuni cittadini preferirebbero non essere giudicati da
magistrati che sono stati negli anni della Prima Repubblica i più assidui e
importanti collaboratori di persone che sono state condannate con sentenze
passate in giudicato. Questi magistrati che continuano protervi ed
imperturbabili ad amministrare la giustizia, sono visti da alcuni cittadini come
un disonore vivente per ogni speranza di giustizia in Italia. Incarnano
l'ingiustizia e la parzialità, invece degli ideali costituzionali di autonomia,
indipendenza, imparzialità della magistratura.
Se il nostro sistema
amministrativo funzionasse come quello francese, le critiche ai Consiglieri di
Stato avrebbero le armi spuntate; sarebbero critiche vane e risibili. Ma poiché
il nostro sistema amministrativo non funziona per niente come quello francese,
le critiche ai Consiglieri di Stato sono legittime, necessarie, benemerite, e
vanno comunque, democraticamente e coraggiosamente sottoposte al nuovo Governo,
che poi ne farà quello che vorrà. Se il presidente Berlusconi vuole tirare a
campare, può lasciare le cose come stanno. Se invece non vuole tirare a
campare, deve prendere una serie di decisioni che innanzitutto mirino a
modificare la macchina amministrativa centrale. Con particolare riferimento ai
Consiglieri di Stato: il pesce puzza sempre dalla testa. Il presidente
Berlusconi può lasciare che il paese continui a marcire come al solito perché
alcuni Consiglieri di Stato possano continuare a farlo marciare nel proprio
interesse?
La situazione italiana è quella che è. Unione europea e Fondo monetario internazionale sanno bene di che si tratta: un paese che ha un debito pubblico ancora saldamente al di sopra del 110 per cento del Pil e che ha ceduto la sua sovranità non solo sulla moneta, ma anche sulla contabilità nazionale. A Washington come a Bruxelles, ci sono amici e nemici di questo governo. I sorrisi e le pacche sulla spalla tra il presidente Bush e il presidente Berlusconi possono illudere fino ad un certo punto. Ammesso e non concesso che col tempo non possa cambiare idea, Bush negli Stati Uniti non è per niente un monarca assoluto: non ha il controllo del Senato e tra due anni passerà un controllo impietoso nelle elezioni di mid-term. Sarebbe troppo facile enumerare tutti i dirigenti dell’America Latina che nonostante le pacche sulle spalle sono andati al diavolo. E l’Italia è da molti punti di vista un paese latino-americano più che europeo. Come dimostra pienamente il caso del Consiglio di Stato: una sezione della magistratura che (anche attraverso il fuori ruolo) è in larga misura al servizio di partiti, cioè di partes, dunque di necessità parziale, tanto da essere giudicata con profonda, generalizzata, esplicita, supermotivata avversione sia dall’opinione pubblica (vedi le campagne prolungate ed urlate del Corriere della sera e de Il Mondo) sia dal novanta per cento degli stessi magistrati ordinari (secondo l’autorevole ricerca del prof. Morisi più volte citata). Nonostante le solite pacche sulla spalla, molti europei la pensano allo stesso mod: non si fidano degli italiani e pensano che un euro senza l'Italia sarebbe tutta un'altra cosa.
Ma è possibile per un governo
sfidare tranquillamente il Consiglio di Stato e sconvolgere
l’attuale struttura del sistema amministrativo (cioè un caos
organizzato e governato dal Consiglio di Stato, come è stato ripetutamente
sostenuto in queste pagine)? In che senso vanno lette le prime dichiarazioni del
ministro della Funzione pubblica, Frattini, che ha osservato che il governo è
pronto ad una «verifica» sulla «capacità e le responsabilità dirigenziali»
delle nomine di dirigenti fatte da Amato? Il ministro della funzione pubblica ha
sottolineato: «In passato proprio per la carenza di sistemi di verifica, si è
consentito lo sviluppo di carriere basate talora su rapporti di padrinaggio o
appartenenza politica e non su parametri legati al merito». In ogni caso, ha
detto, incarichi di segretario generale e capo dipartimento «possono essere
pacificamente revocati entro 90 giorni dal voto di fiducia. Gli altri possono
essere revocati per inosservanza delle direttive del ministro, per risultati
negativi dell'attività o per mancato raggiungimento degli obiettivi».
Il punto è che, secondo alcuni osservatori, non ci sono realisticamente molte vie d’uscita. Nessuno ad esempio può mettere mano ad una riforma coerentemente e intelligentemente francese, trasformando la scuola superiore della Pubblica Amministrazione, da carrozzone in una cosa seria come l'ENA. I Consiglieri di Stato vagheggiano un sistema francese, ma all'italiana, dove, superato il concorso più difficile del mondo (ma quasi sempre si intuisce prima chi lo vince), essi sarebbero liberi di esprimere comunque e dovunque la loro multiforme professionalità.
Come in ognuno di noi, in Silvio Berlusconi coabitano identità diverse. Fra l'altro, abbiamo il Berlusconi di Milano 2, il Berlusconi della Fininvest, il Berlusconi di Forza Italia, il Berlusconi statista. Fino ad oggi, dovunque è arrivato, ha rinnovato profondamente. Nella precedente legislatura, il Berlusconi statista dialogava con il Massimo D'Alema statista e il Marco Boato statista, nella breve ma intensa stagione della Commissione Bicamerale. Erano i giorni più tristi per il Consiglio di Stato, che sembrava destinato ad essere travolto, azzerato, eliminato da una conclamata volontà di rinnovamento, intenzionata fra l'altro ad incidere fortemente su un assetto della giustizia amministrativa inviso quasi ad ognuno. Poi tutto finì nel nulla; soprattutto per l'incapacità dei diessini. Oggi la volontà di rinnovamento sembra risorta e indilazionabile; in teoria dovrebbe ricominciare da dove il discorso era stato interrotto. Può il Berlusconi statista lasciare che il sistema amministrativo italiano rimanga nel suo letargo cadaverico e che, come una mostruosa metastasi, il Consiglio di Stato invece sopravviva e continui nonostante tutto ad ingrassare?
Insomma,
la potenza di molti Consiglieri di Stato è espressione di una organizzazione
chiusa e compatta, con una tribale ideologia di gruppo, enorme capacità
intimidatoria, assoluto controllo del territorio (amministrativo), capacità micidiale di
concorso esterno, rapporti preferenziali con il potere politico. Non è ben
chiaro se stiamo parlando dello Stato o dell'anti-Stato. Auspichiamo che
il presidente Berlusconi, qualora voglia affrontare il problema, dia una delega
al senatore Marcello Dell’Utri, che ha esperienze, conoscenze, mezzi, per
guardare nelle palle degli occhi i Consiglieri di Stato e affrontare la questione da pari a pari.
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