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Esigenza
di sicurezza e tutela delle libertà individuali
Convegno
Roma
4/5 dicembre 2002
Camera dei Deputati
Sala Marini
Palazzo Marini
Via del Pozzetto
QUADERNI RADICALI
rivista bimestrale
Premessa
Gli eventi dell’11
settembre 2001 hanno mutato il volto del mondo e il modo di esistere delle
persone nell’era della globalizzazione?
Sono in molti a rispondere di si.
Quello
che emerge è, sulla spinta degli avvenimenti e della
loro proiezione nell’immaginario collettivo attraverso quei fotogrammi delle
torri di New York colpite dai jet e quelli successivi del crollo devastante, una
diffusa sensazione di insicurezza, che ha prodotto come conseguenza immediata
una serie di interventi – normativi e operativi – che si sono tradotti in
limitazione delle libertà individuali.
Qual
è la linea di demarcazione tra domanda di sicurezza e aspirazione di libertà?
Questo conflitto da sempre determina la contraddizione presente nella natura
umana che deve ricercare una linea di equilibrio tra
le due esigenze primarie. La ricerca va inoltre posta con rigore scientifico in
assenza del quale può accadere che in nome della sicurezza (aspirazione
legittima e urgente dell’uomo) si determinino politiche di controllo fortemente
lesive dei diritti di libertà individuali; lo stesso rigore è necessario anche
per scongiurare demagogiche tentazioni di sottovalutazioni dei rischi che si
vengono a determinare quando mancano misure preventive che assicurino alla
collettività le tutele fondamentali per prevenire e combattere, con giusti
strumenti, le patologie eversive, nutrite oggi anche da tentazioni fondamentalistiche
di natura ideologica e religiosa.
Il convegno che la rivista bimestrale Quaderni Radicali e l’associazione
“Amici di Quaderni Radicali” promuove, mira a
istruire una piattaforma di conoscenza che assicuri, sul piano nazionale ed
europeo una ipotesi di risposta in grado di comprendere il più adeguato livello
di sicurezza e il sempre più ampio allargamento delle libertà individuali e
collettive, con l’utilizzo del metodo empirico e la coscienza della civiltà
democratica e liberale.
Giuseppe Rippa
Il Forum
Si può asserire che
l’uomo, tendenzialmente, ha cercato forme sempre più complesse di
organizzazione, in ciò rinunciando nel contempo a spezzoni anche
importanti della propria libertà individuale; un sacrificio giustificato dal
fine di garantirsi condizioni di vita più sicure.
La
minaccia da affrontare nella
quotidianità della vita è stata man mano sempre più grande, sempre più
difficile da fronteggiare e, di conseguenza, ha richiesto di sacrificare
sull’altare della sicurezza beni e diritti che si ritenevano inalienabili.
Per assicurarsi protezione dai predatori naturali, per difendere il
suo territorio di caccia e di coltivazione l’uomo ha rinunciato a vivere da
solo o soltanto con la sua famiglia. Ha rinunziato agli spazi liberi per
chiudersi in luoghi ben delimitati e fortificati da barriere naturali o
artificiali.
Anche in natura, del resto, gli animali cercano l’aggregazione
in organizzazioni complesse che prevedono gruppi tanto più numerosi quanto più
sottile è la capacità di difesa dei singoli componenti del branco dai
predatori. Di contro molti predatori, ove la preda da cacciare sia aggregata in
branchi, spesso operano con un sistema di caccia in gruppo, proprio per
ricercare una maggiore sicurezza sia sotto il punto
di vista dell’efficacia nella cattura sia sotto il punto di vista della
gestione dell’animale catturato aumentando, con la forza del gruppo
cacciatore, la possibilità di difesa da altri predatori concorrenti.
Nel regno animale l’appartenenza ad un gruppo è quindi
direttamente correlata, in linea istintiva, al bisogno di protezione; per l’uomo
l’appartenenza ad un gruppo è anche connessa al bisogno di protezione
ma questa connessione è un prodotto della ragione che, come tale, è sottoposto
a verifica e riscontro.
Si può asserire, più in particolare, che le persone appartenenti
ad una comunità organizzata formulano il proprio giudizio complessivo
sull’organizzazione sociale alla quale appartengono valutando anche la vantaggiosità
del rapporto che si crea tra la sicurezza fornita dallo Stato per il tramite dei
suoi apparati di protezione ed i sacrifici in libertà che tutto ciò costringe
a sopportare.
Sicurezza e libertà sono continuamente
a confronto e si pongono reciprocamente in relazione su una linea di confine che
identifica parametri in costante evoluzione; è compito della società civile,
del mondo dello studio e della cultura collimare ed accordare tali parametri,
vigilare con rigore scientifico sulla bontà delle scelte operate dai Governi
sulle politiche di sicurezza adottate.
Quando il pericolo è grande si è, ovviamente, disposti a grandi
rinunce, si arriva anche a mettere in gioco la propria esistenza per liberare il
proprio ambito affettivo o di interesse da una
minaccia incombente. In uno schema, collaudato da una prassi derivante da secoli
di relazioni internazionali, nel caso di aggressione
armata da parte di uno Stato sopraffattore, il cittadino accetta di prendere le
armi e di difendere la sicurezza comune fino al momento che cessa, con le
ostilità dell’aggressore, anche la necessità di protezione.
Sotto la spinta del progresso
scientifico, per l’effetto della creazione di nuovi assetti nelle politiche
internazionali, molti parametri di riferimento afferenti la sicurezza cambiano o
evolvono; si creano nuove emergenze e nuove concettualità
entrano a far parte della sfera della sicurezza.
Il “nemico”, se si vuole ancora classificare con questo
sostantivo chi minaccia la sicurezza nel terzo millennio, si offre con volti
sempre nuovi, con profili sempre più sfuggenti, è privo spesso anche di una
identità territoriale ed arriva, con mezzi assolutamente minimali, ad
insidiare settori sociali ed interessi economici, politici e sociali importanti
e ritenuti, fino al momento di un attacco, perfettamente sicuri.
La Storia è arrivata all’11 settembre dell’anno 2001, una data
che, con rigore scientifico ben lontano da spinte
emozionali, può giustamente essere considerata una precisa linea di displuvio,
una vera e propria frontiera. Al di là di questa
frontiera, oramai superata da tutto il mondo civile, la minaccia alla sicurezza
ha assunto connotazioni del tutto nuove, imprevedibili ed impreviste.
La minaccia è arrivata improvvisa, proveniente non da uno scontro
armato con uno Stato più o meno forte e reattivo, non da un’organizzazione
con radici territoriali precise e lineamenti organizzativi facilmente
riconoscibili sul territorio o nella società.
Ad una società sviluppata in senso globale
si è imposta una minaccia terroristica globale, che colpisce ed arriva
imprevedibile ed imprevista.
Tutte le organizzazioni di sicurezza, è l’abc
del mestiere, sanno perfettamente che il terrorista non ha un sistema di
aggressione prevedibile e codificabile. La scelta dell’obiettivo
avviene tra una moltitudine sconfinata di obiettivi,
il tempo di attuazione dell’attentato, le modalità e le tecniche operative
possono essere le più disparate: il terrorista, semplicemente, dispone e può
disporre di tutte le tecnologie offerte dal mercato. Anche
quelle più pericolose, capaci di compiere distruzione di massa. L’utilizzo di
uno strumento di morte a preferenza di un altro è
deciso in ambito estremamente ristretto, in ambienti di vertice e prontamente
eseguito; uno dei parametri di valutazione della pericolosità di
un’organizzazione terroristica è proprio identificabile dal tempo che
intercorre tra la decisione di commettere un attentato e la sua pratica
realizzazione.
Tutto ciò in un campo operativo che offre immense possibilità:
dallo sberleffo di un hacker alla strage compiuta
con aggressivi chimici, dall’attentato selettivo su un obiettivo determinato e
circoscrivibile per caratterizzazione (Politici impegnati, Forze dell’Ordine,
Esercito, Magistrati, Data Base) all’attentato compiuto in maniera
assolutamente indiscriminata su obiettivi non determinabili aprioristicamente, i
più generici, scelti soltanto in base all’effetto che potrà essere prodotto
dalla diffusione della notizia dell’attentato sui media.
Il problema della sicurezza è tanto più vivo se si considera che
lo Stato non ha semplicemente la possibilità di tutelare tutte le persone e gli
obiettivi “a rischio” e che, con il senno di poi e sotto la pressione dei
media, sono stati spesso messi sotto accusa segmenti di organizzazioni,
appartenenti agli stessi apparati statali difensivi, rei di non avere concesso
scorte, o di averle concesse in maniera non adeguata.
Chiunque ha avuto la ventura di assistere, in diretta televisiva o
nelle innumerevoli repliche anche in occasione della celebrazione
dell’anniversario della strage, al crollo delle due
torri gemelle di New York, si è immediatamente chiesto come mai l’apparato di
sicurezza americano non è stato in grado di prevedere un evento di simile
portata.
Un danno incalcolabile, un
colpo di un’efficacia incommensurabile allo stesso concetto di sicurezza che
ogni cittadino, non solo americano, riteneva di possedere.
Un chiacchiericcio spesso disordinato, salvo alcune eccezioni
neppure basato su conoscenze di valore tecnico e/o scientifico, approssimativo e
ridondante si è levato assordante sull’opinione pubblica mondiale quando
ancora la polvere dell’attentato alle due torri non si era ancora del tutto
depositata. Precise scelte di politica della comunicazione hanno fatto sì che
l’opinione pubblica è stata via via orientata
verso un elevato concetto di allarme, fino a farla
temere per la propria incolumità. Per i media è
stato tramitato il contemporaneo invito, a volte
palesemente espresso ed a volte occultato dalla faziosità di un ragionamento più
articolato, a diffidare di intere popolazioni o, peggio, a diffidare di persone
caratterizzate dall’appartenenza ad una confessione religiosa. Un
primo, serissimo attacco alle libertà individuali non ancora valutato in tutti
i suoi effetti futuri.
Di fatto, la voragine creata dal crollo delle torri gemelle è stata riempita
fino all’orlo dal bisogno di maggiori misure di sicurezza; tutto ciò
come se l’aumento delle misure di sicurezza possa essere, a livello
intrinseco, in grado di prevenire e neutralizzare eventi di questa natura.
Queste politiche di sicurezza si fermano alla superficie dei processi di
soluzione e sono ben lontane da metodologie capaci di affrontare e superare le
emergenze in modo corretto.
Ci si abitua lentamente, ma ci si
abitua, a convivere con misure restrittive della propria libertà. Ci si abitua
meglio se le misure vengono presentate come
eccezionali, legate ad emergenze, connesse a periodi ed occasioni precise,
limitate nel tempo e nello spazio.
Le organizzazioni statuali, le
organizzazioni che, all’interno dello Stato, degli Stati, sono preposte a
garantire la sicurezza e la tranquillità dei cittadini difficilmente ammettono
di avere sbagliato dopo aver subito un attentato. Gli insuccessi operativi non
sono quasi mai figli di cattiva organizzazione o gestione ma sono quasi
sempre attribuiti a mancanza di mezzi ed a limitazione dei poteri di
controllo; per queste considerazioni, ad ogni insuccesso operativo i
responsabili della sicurezza tendono a richiedere sempre maggiori poteri, sempre
maggiori limitazioni della libertà dei cittadini.
Oggi, si parla dell’oggi e non di scenari futuri o futuribili,
per motivi di sicurezza ciascuno di noi può essere identificato, i dati relativi
a questa identificazione possono venire memorizzati in articolati data
base, la nostra immagine può essere registrata a nostra insaputa ed utilizzata
per i fini più disparati, le nostre conversazioni possono essere intercettate,
registrate e memorizzate; i nostri spostamenti all’interno del territorio
possono essere canalizzati, resi obbligati e/o interdetti. I “motivi di
sicurezza” possono essere stati stabiliti, è bene chiarire, dal nostro Stato di
appartenenza o da altri Stati.
Nessuno rischia di essere tacciato come paranoico se oggi asserisce
che ogni conversazione, ogni messaggio, ogni comunicazione affidata alla
tecnologia più avanzata, per essere chiari si tratta proprio della stessa
tecnologia che ci fa ritenere di essere assolutamente liberi e padroni della
comunicazione, sono attività che sono regolarmente intercettate, analizzate ed
utilizzate da organizzazioni che gestiscono tali sistemi di ascolto
continuo. La tecnologia, o meglio la punta di diamante della ricerca tecnologica
più raffinata, è al servizio della sicurezza.
Nel nostro ordinamento giuridico, è opportuno fare un preciso
riferimento a questo problema, organizzazioni preposte alla sicurezza spingono
per avere una sorta di “dispensa giuridica” per la protezione preventiva di operazioni
particolari al fine di ottenere una impermeabilità certa nei confronti di
eventuali azioni della Magistratura. Un errore di prospettiva, forse; comunque
una soluzione ridondante di un problema già risolto a livello giuridico con
successo e con il peso di una sentenza precisa della Corte Costituzionale in
tema di conflitto di attribuzioni.
Verso quale modello di civiltà e di democrazia ci stiamo dirigendo
dopo il brusco colpo di timone che ha fatto cambiare direzione al mondo?
In un mondo globale quale prezzo occorre pagare, in
libertà, per ottenere una sicurezza altrettanto globale?
Nessuno può pensare di essere estraneo
a questo problema perché, semplicemente, nessuna persona, nessun punto del
globo possono oggi essere ritenuti, per quanto marginali e fuori dalle rotte di
comunicazione, completamente avulsi dai problemi che interessano la globalità
delle persone e dei luoghi della nostra terra.
I problemi non hanno più confini, la politica non ha
più confini.
Dedicare un Forum a queste problematiche, un Forum naturalmente
aperto al mondo accademico e scientifico,
all’ambiente delle competenze istituzionali ed a tutte le forze politiche che
riterranno opportuno intervenire, vuol dire proporre
un momento comune di riflessione e confronto, capace di avviare sulla delicata
materia un dibattito sereno, di valore scientifico e culturale.
Il Forum, sul tema “Sicurezza e Libertà individuali” si
articolerà in tre sessioni, che prevedranno cinque
interventi ciascuna, sugli argomenti di riferimento:
1. Il costo della sicurezza in
termini di libertà.
2. Esigenze della sicurezza
istituzionale
3. Nuove frontiere della
sicurezza.
Maurizio Navarra
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