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L'ANTI AMERICANISMO E’ UN PROBLEMA DI INTELLIGENCE?

 

L’intelligence si può definire in molti modi; certo, almeno per gli americani (e i filoamericani) l’antiamericanismo è un nemico dell'intelligence. Anche l’antiamericanismo si può definire in molti modi. Ci sono tante Americhe quanti sono gli americani: ognuno può trovare la sua, quella che gli piace di più, inclusi Walter Veltroni e Tony Negri. Anni fa mi divertii a ricordare che uno dei più rilevanti filoamericani della storia è stato Carlo Marx, che aveva letto Tocqueville e aveva capito che in America c’era il Paese più democratico del mondo. Dell’America scolpì un elogio mirabolante. Fra l’altro, prese pure i soldi degli americani; nel senso, sia chiaro, che per molti anni, dal 1852 al 1862, riuscì a sopravvivere scrivendo stabilmente articoli per quello che era allora il giornale con la più alta tiratura del mondo e che si stampava in America: la New York Tribune, sua unica anche se in verità magrissima fonte di guadagno quando soffrì la fame vera e propria, contrastata scrivendo per gli americani piccoli e documentatissimi saggi che sono investigazioni di grande pregio sui temi più spinosi della politica internazionale, vista in maniera del tutto diversa da quanto propagandavano le cancellerie europee, all’epoca maestre di colonialismo e militarismo, amanti del segreto e delle parate. Il solito Marx, da irrecuperabile comunista, si dedicava a smascherare cospirazioni, intrallazzi, bugie. La New York Tribune lo pagava tutta contenta.

    Visto che ci sono varie specie di filoamericanismo e di antiamericanismo, per comodità espositiva, in prima battuta, mi limiterò a definire come antiamericanismo le posizioni che avversano la politica estera americana dopo l’11 settembre.

    Definito il nome, per trovare la cosa c’è l’imbarazzo della scelta. La Francia passa per essere il Paese con il più alto tasso di antiamericanismo nel mondo. Ma la situazione italiana sotto molti profili è peggiore che in Francia. La Francia, ad esempio, ha oggi intellettuali come Henry Lévy e libri come il suo Qui a tué Daniel Pearl ? In Italia non abbiamo tipi come Henry Lévy e, soprattutto, non abbiamo mai avuto personalità come Raymond Aron, con tutto il suo peso enorme, la sua influenza, il suo prestigio. Henry Lévy oggi, o Raymond Aron ieri potevano dare al problema tutta la sua prospettiva storica e tragica, in termini di reale discussione sui grandi principi, sulla libertà e sulla democrazia come problemi di civiltà e di sopravvivenza del genere umano a confronto con i rischi del totalitarismo e del fondamentalismo. In Italia abbiamo giornalisti di grande valore come Ferrara e Guzzanti, autori di gran pregio come Teodori o Galli Della Loggia, ma inevitabilmente inchiodati nella nostra dimensione tematica: ieri Cogne, oggi Previti, domani le tasse, dopodomani l’America: i grandi numeri della popolazione rimangono indifferenti alle increspature sulla superficie delle acque, mentre le grandi correnti sottomarine rimangono costanti nella stessa direzione, sotto le piccole tempeste e la schiuma del mare.

     In Italia la percentuale di antiamericanismo è radicata nella percentuale di persone che sono cresciute in una cultura estranea ai valori democratici: almeno un dieci per cento di fascisti; almeno un trenta per cento di comunisti; almeno un trenta per cento di cattolici. Criptocomunisti, filocomunisti, pseudocomunisti, paleocomunisti, neocomunisti, eccetera sono inclusi in questo calcolo.

    Non più del trenta per cento della popolazione italiana è cresciuta nell’ammirazione dei valori democratici: liberali, repubblicani, socialdemocratici sono in Italia una parte minoritaria della popolazione.

    Se dovessi trovare un simbolo del percorso dell’americanismo in Italia potrei citare la malinconica storia di Selezione del Reader’s Digest, che era una delle mie letture preferite da bambino e che oggi versa in una situazione che oserei dire malinconica. Questo è il problema dell’antiamericanismo in Italia: riguarda i grandi numeri. Ed è un problema grave, se accettiamo, limitatamente a questo profilo, la conclusione di Joseph Nye: « Alla fine di questo millennio, il paradosso del potere americano consiste nell’essere troppo grande perché qualsiasi altro Stato lo sfidi, eppure non abbastanza grande per risolvere problemi come il terrorismo. L’America ha bisogno dell’aiuto e del rispetto degli altri Paesi». La differenza enorme tra multilateralismo e unilateralismo sotto questo profilo non è particolarmente rilevante.
    Come per un malato grave, forse incurabile, comunque refrattario ai metodi poco invasivi, l’Italia avrebbe bisogno di impietose cure da cavallo. Mezzi estremi. Qualcuno ha proposto, come esempio, un trapianto di americanismo allo stato puro, quintessenziale e non alieno da “
jingoism and intolerance”. Tanto per dire, un po' di roba alla Murdoch, che controlla in Gran Bretagna il 40 per cento della stampa in circolazione in quel Paese. Murdoch non è importante soltanto perché comanda 175 giornali nel mondo, reti televisive, case editrici, studi cinematografici, eccetera, è importante perché esercita un’influenza politica sfacciata, forse prevaricatrice, almeno in parte pallista, e si potrebbe addirittura dire tribale. Eppure è l’unico mezzo finora trovato per pareggiare la straordinaria egemonia culturale esercitata dalla cultura sessantottesca, che non è antiamericana, ma è estranea all’americanismo come viene inteso da questa amministrazione americana e da una rete molto ampia, anche se minoritaria, di filoamericani nel mondo.

    C’è in  Italia la premessa di tutto questo, in quella galassia che va da Berlusconi a Feltri, dal Giornale al Foglio. Un fronte diversificato, caleidoscopico, con crepe profonde, soprattutto non coordinato e gestito in maniera prussiana come fa Murdoch con il suo esercito. In Italia c’è la premessa, ma non c’è l’esercito; c’è al massimo un’accozzaglia, che comunque non va assai al di là di quel trenta per cento dal quale eravamo partiti.

    Fuori da interventi drastici, mirati, strategici, importanti, in Paesi come l’Italia la percentuale dell’antiamericanismo non cambierà. Non cambierà neanche in Francia, o in Spagna, o in quell’altro Asse del male che va da Cuba al Venezuela. Ovviamente questo non esclude gli interventi di alta chirurgia, la chemioterapia, anche la cosmetica, le vitamine e i ricostituenti, le sperimentazioni, gli alti e bassi dei cicli eccetera eccetera.

   Questa amministrazione americana vince o perde la sua guerra non soltanto a Bagdad o nella Valle della Bekaa; vince o perde in trincee di “minds and hearts”; combatte addirittura, in un certo senso, anche contro un’altra parte dell’America, non quella folkloristica di Susan Sarandon o di Woody Allen, ma quella che ha preferito perdere in Vietnam e a Cuba, a Teheran e in Somalia. Non saranno state sconfitte militari, saranno state sconfitte diplomatiche, saranno state ritirate strategiche, eccetera; in qualche modo sono state certamente intelligence failures.

 

Francesco Sidoti

(testo pubblicato sulla rivista INTELLIGENCE nel 2003)

 

 

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