Editoriali Intelligence Corso di perfezionamento Recensioni Summaries in English Scienze dell'Investigazione Bibliografia Forum Strumenti Cineteca Mappamondo Ultime notizie

Un ricordo dell'Ammiraglio Martini, gentiluomo "dalla schiena dritta"

Questo testo è stato pubblicato nell'Antologia, Sicurezza e intelligence, Edizioni Libreria Colaccchi, L'Aquila 2006 al fine di mostrare ai giovani che anche nell’ambito dei servizi di sicurezza ci sono state molte persone circondate da rispetto e autorevolezza, come appunto l’Ammiraglio Martini, che ha incarnato perfettamente il ruolo di “spia gentiluomo” e di “servitore dello Stato”.

Riproponiamo questo testo per offrire ad ognuno la possibilità di fare un confronto tra il passato e il presente.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Mariateresa Gammone - Rudi Facchini

L’Ammiraglio Martini: gentiluomo “dalla schiena dritta”

   Quando, il 14 febbraio 2003, scomparve l'Ammiraglio Fulvio Martini, fu pubblicato sul Corriere della sera un pezzo che cominciava in questo modo: “L'Ammiraglio Fulvio Martini si è spento ieri a Roma. Il presidente Ciampi ne ha ricordato l'«attaccamento al dovere, lo spirito di sacrificio e di amor di Patria». Con Martini scompare l'unica figura dell'intelligence italiana capace di conquistarsi un ruolo da protagonista nello spionaggio mondiale. Rispettato da americani e sovietici, da arabi e israeliani, ha guidato il Sismi attraverso il periodo più critico della Guerra Fredda e le crisi internazionali più importanti”.

    Tutti i giornali grosso modo, tributavano l’onore delle armi a questo protagonista della storia dell’intelligence dell’Italia repubblicana. Della sua vita al servizio delle istituzioni si ricordavano molteplici passaggi, dall’esordio come ufficiale di rotta (sulla nave da battaglia Duilio) nell'ultimo anno di guerra, a solo 21 anni. Nei servizi aveva cominciato in maniera clamorosa: in servizio sul Bosforo, incaricato di controllare i mercantili sovietici diretti nel Mediterraneo, riuscì a fotografare alcuni pezzi di ricambio di un missile in viaggio per Cuba, dando agli Stati Uniti una vera prova in merito all’esistenza di armi di distruzione di massa spedite da Krushev durante quella crisi (ogni riferimento ad avvenimenti recenti è puramente casuale).

     Alla sua morte, nel quotidiano La Stampa, a firma di Francesco Grignetti comparve il seguente pezzo: “E' morto nella sua casa di Roma l'ammiraglio Fulvio Martini, che fu a capo del Sismi dal 1984 al 1991. Di fatto è stato la mente dei nostri 007 per vent'anni. Un periodo lunghissimo. E qui sta il primo record di Martini: durare nonostante l'avvicendarsi dei governi, stimato da Craxi e da Amato, ma anche da Spadolini, Cossiga o Andreotti, passando indenne, e anzi sempre crescendo nella considerazione, attraverso le prove della politica come quelle della Guerra Fredda, bordeggiando tra America e Urss. Uno che non aveva complessi d'inferiorità. Quando si trattò di dire in Parlamento come interpretava la vicenda di Ustica, disse: «Per me sono stati gli americani o i francesi. Cinquanta a cinquanta». E venne giù il mondo.

    Era innanzitutto un triestino e un ufficiale di Marina. In queste caratteristiche, la sua essenza: ossia quella di un rigoroso gentiluomo che osservava con distacco le «pastette» romane, ma allo stesso tempo con sentimento patriottico. Ed è il senso del suo libro «Nome in codice: Ulisse».

     La prova più difficile, quella che lo consacrerà ufficiale dalla schiena dritta, e senza le doppie fedeltà che avevano caratterizzato fin troppi suoi predecessori alla guida degli 007, fu l'incidente di Sigonella. Era l'ottobre del 1985, Bettino Craxi guidava il governo. Martini si trovava alla guida del Sismi da un anno. La vicenda, come si ricorderà, nacque dal dirottamento da parte palestinese di un transatlantico italiano, «Achille Lauro», nel mezzo del Mediterraneo. Furono giorni concitati. Martini gestì tutta la fase del dirottamento «sul campo». Prima l'andirivieni della nave, mentre si tesseva una rete diplomatica in Egitto. A bordo, intanto, veniva giustiziato il povero Leon Klinghoffer, reo di essere ebreo americano, ma in Italia non si sapeva. «Eravamo - scrive Martini - completamente dipendenti dal servizio americano e da quello israeliano, i quali i avevano mezzi superiori ai nostri, ma avevano anche interessi diversi». E già nella sottolineatura dei vari «interessi», c'è il punto di chi si prepara a difendere quello nazionale. Costi quel che costi.

     Venne poi la fase dello scambio e tutto sembrava finito. Invece era dietro l'angolo il secondo tempo: l'aereo egiziano fu intercettato da jet americani, sulle piste della base di Sigonella si schierarono i marines da una parte, gli avieri di leva e i carabinieri dall'altra. Fu la notte in cui si rischiò uno scontro armato. Craxi, Andreotti e Spadolini parlavano al telefono con Reagan e i suoi. Passavano le ore e non se ne veniva a capo. L'ammiraglio; intanto, era diventato il braccio esecutivo del governo nel primo caso di vero contrasto tra Italia e Stati Uniti che mai si fosse verificato dalla Seconda Guerra mondiale. Era lui a chiamare il comandante generale dei carabinieri e per fargli spostare i blindati da Catania a Sigonella. Era sempre lui a ordinare il decollo di aerei dell'Aeronautica militare.

    Finì come si sa. Gli americani della Delta Force tornarono sui loro aerei. I palestinesi vennero presi sotto il controllo italiano. Il governo americano imprecò a lungo contro Craxi e Andreotti. Un particolare non si sapeva, e ci pensarono le memorie di Martini a divulgarlo: quando tutto sembrava finito, e nei cieli del Tirreno si era formata una strana carovana con il piccolo aereo del Sismi ad aprire la via, il Boeing egiziano dietro, due caccia militari di scorta, «da una pista di rullaggio secondaria, a luci spente, decollò da Sigonella un caccia F14 americano della Sesta Flotta. Tentò di interferire con il volo della nostra formazione, cercando ancora una volta di dirottare l'aereo egiziano». Quando il primo tentativo di disturbo fallì, poi, a Ciampino, con la scusa di un'avaria, atterrò assieme a quello di Martini anche un aereo americano con un generale a bordo. «Si posò sulla pista e si mise di traverso davanti all'aereo egiziano che si era appena fermato vicino al comando del 31° stormo dell'Aeronautica militare».

   Conclusione: «Stavo perdendo la pazienza e la mia reazione fu decisa. Feci sapere al pilota americano e al generale che se non ubbidivano subito al mio ordine di togliersi di mezzo, avrei fatto buttare fuori pista l'aereo con i bulldozer. Gli detti cinque minuti di tempo; ne passarono solo tre, andò via».  Ecco, questo era l'ammiraglio Martini. Uno che ha amato il suo mestiere di agente segreto. Il suo principale impegno era la caccia a quelli del Kgb «e ne ho trovati tanti con il lardo sul collo». La dirittura morale, e le capacità di analisi, gli conquistarono la stima dei capi delle intelligence occidentali e orientali. Gli inglesi gli fecero interrogare Gordievski,un super-agente transfuga, prima di chiunque altro. L'ultimo capo del Kgb, Krjuckhov, lo ospitò nella sua dacia nel199l e in pratica gli preannunciò il colpo di stato contro Gorbaciov.  Gli israeliani lo ammiravano perché aveva saputo capire in anticipo - e li aveva avvisati - dell'attacco del Kippur.

    «E un mestiere talmente sporco che solo un gentiluomo può farlo», era il suo motto. All'ultimo finì sotto processo per una vicenda collegata a Gladio, ma fu assolto e di questa decisione era felice. Si era trovato addosso un'etichetta, però, che non gli piaceva, quella di ammiraglio craxiano. Perciò, tra le ultime righe del suo libro, fece sapere al mondo: «Ho sempre avuto le mie convinzioni del tutto personali, me le sono tenute, e se devo dire la verità non le ho mai cambiate. Solamente dopo che ero stato nominato, Spadolini venne a conoscenza, perché un giorno me lo chiese, che in effetti votavo per il suo partito».

    Fin qui l’articolo apparso su La Stampa, che è citato per riepilogare il tono prevalente dei commenti. Ricordiamo fra l’altro che in un’intervista apparsa su “Per aspera ad veritatem”, n.15, settembre-dicembre 1999, l’Ammiraglio Martini aveva fra l’altro toccato due punti ancora attuali. In merito ai suoi rapporti con il potere politico e con cinque Presidenti del consiglio, affermava: “Nel complesso i miei rapporti con il Palazzo sono stati buoni. Le difficoltà, quando ci sono state, sono sorte perché i nostri politici in generale non sanno gestire i Servizi. L'Esecutivo è il responsabile dei Servizi e ovviamente li deve usare solo per scopi istituzionali. I Capi dei Servizi, da parte loro, devono avere la grinta di pretendere una firma per le operazioni al limite della legge. I Servizi trattano con il Parlamento solo attraverso il Comitato parlamentare per i Servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato che per legge è tenuto al segreto. Ci possono comunque essere audizioni in altre commissioni parlamentari ma è sempre opportuno informarne sia l'Esecutivo che il predetto Comitato parlamentare”.

   Rispondendo poi ad un’altra domanda che verteva sui rapporti tra servizi e magistratura (in particolare la mancanza per coloro che, nelle strutture di intelligence, si trovano ad operare quotidianamente senza un adeguato "scudo protettivo" che li metta al riparo, nel perseguimento di fini istituzionali, dal coinvolgimento in procedimenti giudiziari), l’Ammiraglio Martini affermava: “Ai miei tempi il problema non si poneva. Nessuno dei cinque Presidenti del Consiglio con cui ho collaborato ha mai obiettato su una richiesta di opposizione del segreto di Stato. Fino al caso Gladio nessun magistrato ha mai potuto visionare un documento del Servizio da me diretto se non a seguito di una apposita autorizzazione. Oggi ritengo che una nuova legge 801 dovrebbe regolare i rapporti Servizi-Magistratura sulla base di due punti essenziali: 1) prevedere la costituzione di un'unica procura (che io individuerei in quella di Roma) che dovrebbe poter visionare gli archivi dei Servizi (come in Francia, Germania, Regno Unito) filtrando le richieste, mai generiche ma sempre legate a questioni specifiche, provenienti dalle altre procure italiane; 2) creare uno scudo protettivo per il personale dei Servizi che, in operazioni decise o approvate dall'Esecutivo, si trovasse coinvolto in procedimenti giudiziari”

 

 

Editoriali Intelligence Corso di perfezionamento Recensioni Summaries in English Scienze dell'Investigazione Bibliografia Forum Strumenti Cineteca Mappamondo Ultime notizie