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Dopo la terza sentenza sul caso Marta Russo, e soprattutto dopo la condanna di Liparota, il clima di omertà denunciato tante volte dall'accusa è stato in qualche modo sancito dalla sentenza. Invitiamo a rileggere quanto qui di seguito avevamo scritto dopo la seconda sentenza e soprattutto rileggete alcuni brani della fondamentale requisitoria del sostituto Lasperanza, pubblicati in questo sito, nella sezione sulla criminalità dei colletti bianchi. Se volete capire perché per la terza volta c'è stata una condanna, nonostante la stampa sia diventata in maggioranza innocentista, leggete cosa scrive il pubblico ministero Carlo Lasperanza: per primo ha condotto le indagini e ne sa più di tutti sull'argomento. Leggete anche un commento di carattere generale sull'università italiana.

 

Il verminaio del caso Marta Russo e la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma-La Sapienza

 

Due maestri, una casalinga, un perito informatico, due disoccupate, tutti provenienti da fuori Roma, in nome del popolo italiano hanno dato sul caso Marta Russo la risposta che aspettavamo. Dopo la seconda sentenza di condanna, il caso ormai può essere considerato con meno remore nella sua intera e spaventosa gravità, che non riguarda soltanto una vita spezzata immotivatamente e incredibilmente nel fiore degli anni. E'  un caso che investe in pieno la giustizia italiana e l'università italiana. Raramente erano stati sollevati tante dubbi, sospetti, accuse sul funzionamento e sulla credibilità di queste istituzioni. Dalla parte dell'accusa e dalla parte della difesa si è puntato a delegittimare e ad infangare l'altra parte; in verità non c'erano molte alternative: una delle due parti come minimo stava sbagliando grosso e perseverava caparbiamente nell'errore. 

Il modo di funzionare della giustizia è coinvolto in primo luogo e sotto molti profili: per alcuni il caso sarebbe il simbolo di ciò che non funziona nella giustizia italiana, a cominciare dallo strapotere dei pubblici ministeri. Di sicuro, un insieme di cose scorrette sono accadute durante il processo, rivelando fra l'altro come le sentenze siano il frutto di sconfinamenti e pressioni assolutamente inappropriate. Non soltanto il presidente del Consiglio, il presidente della Camera, il Ministro della Giustizia, sono intervenuti dall'esterno sul processo in maniera plateale e pesantissima. Anche dalla stessa magistratura sono piombati sul processo pubblicamente e pesantemente vari interventi esterni, a cominciare da quello del presidente del Tribunale di Roma. Se non lo si sapeva, adesso si sa in maniera plateale: i processi, alcuni processi, si fanno anche fuori dai tribunali, non nel senso che se ne discute fuori dai tribunali, ma nel senso che dall'esterno si cerca di condizionare in tutti i modi l'esito del processo. Nel caso Marta Russo questo condizionamento è avvenuto in larga misura platealmente; in tanti altri casi il condizionamento avviene con la stessa sfacciataggine e avventatezza, ma rimane misconosciuto perché l'attenzione dell'opinione pubblica non è egualmente attirata da tutti i casi giudiziari. Quelli che cercano di influenzare e condizionare i processi hanno un comprensibile interesse a mantenere una coltre di silenzio sulle loro trame. Il caso Marta Russo ha svelato l'esistenza di queste procedure informali, che a volte sono anche sincere e spontanee quanto inappropriate.

Se la giustizia è chiamata pesantemente in discussione dal caso Marta Russo, l'università italiana è chiamata non meno pesantemente in discussione. Infatti, l'università italiana e l'università di Roma sono state chiaramente coinvolte nel processo. Ad un certo punto questa accusa è stata formalizzata: ad esempio, quando il prof. Romano, direttore dell'istituto di Filosofia del Diritto in quella università, è stato posto agli arresti domiciliari. Oppure quando la segretaria dell'istituto è stata accusata di favoreggiamento. Oppure quando l'usciere Liparota è stato condannato. Oppure quando dichiarazioni assai gravi, come quelle del prof. Lipari, pur non avendo conseguenze penali rimangono come un macigno e permettono ancora le stesse riflessioni che abbondarono a partire dal 12 giugno 1997, quando il prof. Romano venne posto agli arresti domiciliari. Sul <<clima omertoso>> riscontrato dagli investigatori, ci sono dichiarazioni gravissime, come quelle del dott. Monaco, che è uno dei più stimati ed esperti dirigenti degli investigatori italiani.

La pallottola parte da quell'istituto; quell'istituto ruota intorno a quella facoltà, quella facoltà ruota intorno all'università di Roma e quella università di Roma  ruota intorno alla società italiana. A quel punto il complicato sistema di pianeti e satelliti si blocca: uno schifo simile è un'altra specialità italiana. Ovunque esistono rivalità e scorrettezze, ma i livelli italiani sono italiani e basta. Nell'università come fuori dall'università. La reiterata presa di posizione del rettore prof. Tecce a favore di Ferraro e Scattone, la proibizione all'avvocato dell'ateneo di sostenere l'accusa, l'assai significativa presenza tra i difensori dei più illustri penalisti di quella università e di quella facoltà (professori Franco Coppi e Delfino Siracusano), sono aspetti assai significativi e tra loro collegati. E' comprensibile che una serie di persone abbiano ritenuto che con quel delitto fosse in gioco la credibilità dell'istituzione alla quale appartenevano, ed è comprensibile che dopo una doppia sentenza di condanna tante altre persone possano ragionare allo stesso modo, concludendo che con questa doppia condanna sia stato seriamente incrinato il prestigio di quella istituzione. E' ovviamente del tutto chiaro che comunque in quella facoltà  lavorano anche persone come il prof. Lipari, che ha sostenuto limpidamente le ragioni dell'accusa, ma è anche vero che la dott. Lipari è stata costretta ad andarsene via.

Vorrei sottolineare che da anni mi occupo del caso Marta Russo, nella convinzione che si tratti di una cartina di tornasole della società italiana, della giustizia italiana e dell'università italiana. A differenza di molte persone che ne parlano soltanto per sentito dire, preciso che ne ho discusso con alcuni dei testimoni, degli avvocati, degli investigatori, e soprattutto ho visto e letto una parte considerevole degli atti giudiziari. 

Un'idea precisa me la sono fatta: se Ferraro e Scattone fossero innocenti, sarebbero colpevoli non soltanto i magistrati che se sono occupati, i poliziotti che hanno fatto le indagini, eccetera, ma perfino in un certo senso i genitori di Marta, che in tantissime occasioni hanno sottolineato che all'inizio del processo non erano per niente sicuri in merito alla validità delle accuse e che soltanto nel corso dell'indagine si sono convinti della validità delle accuse rivolte a Scattone a Ferraro. 

Li ho visto seguire il processo, attentamente giorno per giorno. Che vogliamo dire, che si sono fatti anche loro suggestionare, intimidire, comprare?... Che i testimoni possano essere tutti in teoria così inattendibili come per alcuni si vuole che siano, lo potrei anche capire. Ma possibile che Ormanni, Lasperanza, Rino Monaco eccetera, siano tanto farabutti come qualcuno ci vuol dare ad intendere? E i colpevoli sarebbero dunque loro, inclusi i genitori di Marta, così creduloni e abbindolabili? Mi pare proprio troppo. Capisco che magistrati e pubblici ministeri stiano antipatici; capisco che li si voglia ridimensionare, ma questa non è certo la strada giusta.

Nella mia convinzione è stata poi fondamentale l'analisi di quel che è la Facoltà di Giurisprudenza dell'università di Roma-La Sapienza, onnipresente e in un certo senso coimputata nel processo, dal prof. Romano agli avvocati difensori, amici carissimi di persone che conosco benissimo per altri versi, come Franco Scoca. Per qualche anno ho coltivato il progetto di scrivere qualcosa in proposito, a partire da una ricerchetta senza pretese che ho condotto chiedendo un'opinione sul caso a chi mi capitava di incontrare. Ne ho parlato con persone di vario tipo, dai criminologi agli studenti, dagli amici dei protagonisti a chi aveva una vaga conoscenza del mondo universitario e di quel delitto in particolare. Una costante ho ritrovato nelle molte risposte accumulate nel tempo: quanto più le persone erano addentro ai meccanismi della vita universitaria, tanto più trovavano comprensibili le ragioni dell'accusa. 

I miei colleghi professori in grande maggioranza trovavano credibile e veritiera una situazione in cui responsabilità enormi si facevano risalire a vari livelli dentro l'istituto. Probabilmente per una ragione assai semplice: conoscendo il proprio ambiente universitario credono verosimile non soltanto che qualcuno possa sparare, in quella maniera effettivamente rocambolesca e imprevidente, ma che sia poi nata una rete di sostegno e di copertura ai massimi livelli, tanto forte da tentare di mettere nel sacco la Giustizia. Anche gli aspetti più enigmatici e problematici del caso trovano spiegazioni di tutti i tipi, puntellate da riferimenti alle proprie esperienze e alla propria conoscenza diretta di ambienti, modi di fare e di ragionare.

Ovviamente questa costante interpretativa aveva le sue eccezioni, ad esempio i colleghi di Roma li ho trovati quasi tutti innocentisti, per ragioni che mi spiegavo facilmente: l'omertà agisce in maniera capillare e discontinua a vari livelli, geografici e corporativi.

 

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