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"OLTRE
IL CONFLITTO. Dalla mediazione alla relazione costruttiva"
un
volume di Maria Martello
McGraw-Hill,
2002, 275 pagine, 21 Euro
Finalmente
disponibile una pubblicazione che fa luce su alcuni aspetti fondamentali legati
alla relazione umana e ai conflitti.
Il
testo affronta il tema della Mediazione
che si sta diffondendo in Italia dopo un ventennio di applicazione nel mondo
anglosassone. Utilissima ma a delle condizioni di cui il libro di Maria Martello
(“Oltre il conflitto”) parla.
La
mediazione in caso di conflitto non equivale a cercare insipidi compromessi in
cui entrambe le parti si sentono, in parte, perdenti. È un’arte che fa
appello all’intelligenza emotiva, una modalità fatta di ascolto, di
riformulazione dei termini del conflitto, di comprensione delle reali
motivazioni delle parti in causa.
Comprendere
e superare un conflitto spesso permette di rinnovare e migliorare una relazione.
Molto meglio che andare freddamente d’accordo. Evita i procedimenti
giudiziari, non fa degenerare i contrasti.
Il
libro tratta di una disciplina indispensabile in ambito giudiziario, nel
counselling familiare, in azienda, a scuola, in psicoterapia. Ma è anche un
viaggio nella mediazione e nella risoluzione dei conflitti
che intervengono nella nostra vita. Tratta anche
delle nostre scelte e delle nostre emozioni, non solamente delle tecniche
di una professione. Indaga sulla relazione in ambito lavorativo, scolastico e
familiare. Mostra come crescere nella competenza relazionale ed emotiva in vista
del nostro benessere.
Presentazione di Salvatore Natoli
Prefazione
PARTE I -
Superare il conflitto
1. Andare oltre il conflitto
2. Quando il malessere si fa malattia
3. La comunicazione empatica
PARTE II - La gestione del
conflitto
4. La gestione pacifica del conflitto
5. Il mediatore
6.
La tecnica della mediazione: attenzioni preliminari
PARTE III - Ambiti di
applicazione
7. Gli ambiti di applicazione
8. La mediazione
penale
9. La mediazione scolastica
10. Un progetto operativo
PARTE IV - La relazione non
conflittuale
11. La relazione non conflittuale
12. La relazione in ambito lavorativo
13. La relazione in ambito scolastico
14. La relazione nella coppia
15. La relazione con i figli
16. La formazione per saper gestire la relazione
Conclusioni
Cosa
si
può fare per relazionarsi in modo costruttivo? Che cosa succede quando si è in
conflitto? Cosa si prova quando si è vittima di reato? Come si svolge una
seduta di mediazione?
La
tesi affrontata è d’avanguardia: la Mediazione
per la risoluzione pacifica del conflitto è uno strumento efficace, che dà
risultati veramente durevoli se ispirato al modello
umanistico, radicato nella nostra storia culturale.
Mediare un conflitto, secondo la
proposta del libro, non significa solamente cercare un accordo fra le parti
ma significa soprattutto permettere alle parti in causa di scoprire
le ragioni profonde dei propri atti al fine di individuare le vie e soprattutto
gli atteggiamenti mentali idonei ad eliminarle. Ciò comporta che gli individui,
guidati dal mediatore, divengano capaci di raggiungere gli strati profondi del
loro essere ove si generano gli affetti e si scatenano le passioni, che diano la
parola al non detto della loro coscienza, mai emerso per ignoranza di sé o
tenuto nascosto per troppo pudore se non addirittura per vergogna.
Maria
Martello, psicologa, pedagogista, giudice onorario propone un testo sulla
Mediazione e risoluzione dei conflitti che non illustra soltanto tecniche
professionali, ma che parla in
maniera assai suggestiva della nostra
vita, delle nostre scelte, delle nostre emozioni, e indica opportunità
concrete per la formazione personale.
Il
volume rivela in apertura la chiave per il successo personale e professionale: l’intelligenza
emotiva. Una risorsa che è sempre il momento di iniziare a sviluppare negli
adulti e formare sistematicamente nelle nuove generazioni fin dai primi anni di
scuola. Una risorsa fondamentale per instaurare e migliorare le nostre relazioni
personali e professionali.
Prosegue
indagando sui conflitti, ne esplora
con efficacia le ragioni psicologiche e sociali che li generano a partire dalle
quali disegna la natura e il compito della Mediazione,
ne considera alcune applicazioni concrete in ambito
penale ed educativo, delle relazioni interpersonali, familiari e sociali,
ambiti nei quali l’autore ha maturato una lunga e autorevole esperienza. Il
conflitto ci interpella sulla capacità che abbiamo di relazionarci con gli
altri e ci svela, insieme, l’autenticità o la falsità, la profondità o la
superficialità del rapporto con noi stessi. Crescere
nella competenza relazionale ed emotiva significa potenziare la nostra
capacità di modulare, di sviluppare tale rapporto in vista del nostro
benessere. Per questo l’autore invita a considerare il conflitto non a valle
ma a monte. Evitando che si cada sempre nella preoccupazione che, un esempio fra
tutti, l'emergenza di un reato efferato crea, ma si tenga alta la guardia sulle
prime avvisaglie di malessere. Si avanzano, per questo, alcune ipotesi
di formazione per la gestione delle relazioni
(www.istitutodeva.it)
Un
libro che non nasce, dunque, da una ricerca accademica, ma dalla formazione
professionale e personale applicata in molteplici contesti: penale, scolastico e
sociale. Ciascuno
di questi ambiti viene presentato nella sua specificità, si veda, a titolo
esemplificativo la proposta di aiuto alla vittima di reato, perchè il malessere
del singolo trovi il sostegno della società civile e non si trasformi in
crescita dell’insicurezza sociale. O la condizione paradossale dei figli di
separati che vivono un doppio conflitto. Oltre quello riflesso dei genitori, il
proprio per non poter parlare con loro del disorientamento che stanno provando.
Innovative
ma pienamente realizzabili, anche alla luce delle sperimentazioni già attuate,
le proposte
alla scuola. La Mediazione in ambito educativo acquista il significato di
radicale prevenzione di comportamenti che
sfociano, nel tempo, in delitti efferati. Nell’immediato si può vedere la
rabbia che cova, il rancore che aumenta, la frustrazione che serpeggia! Il
mancato “ascolto” crea dei deficit formativi i cui disastri sono rilevabili,
purtroppo troppo tardi, diventando visibili nello sfascio delle generazioni o
negli atti di violenza.
Efficaci
risultano, al fine di cogliere il valore della linea culturale proposta,
i resoconti di sedute di mediazione,
fin ora mai resi noti, modificati
così da rendere irriconoscibili le situazioni reali.
Un
libro che stimola la riflessione e auspica la diffusione di tale linea
culturale, nella visione dell’Autore, uno straordinario segno di civiltà, un
modalità concreta per costruire le basi di una cultura di pace e tutelare i
diritti umani.
Un
libro di agevole lettura pur nel rigore scientifico.
Maria Martello, laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, psicologa e pedagogista, dal 1993 ricopre, su nomina del Consiglio Superiore della Magistratura, la carica di Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano. Esperta negli interventi di formazione, con una ventennale esperienza di insegnamento nella scuola secondaria, dal 1980 si occupa per conto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (ex Ministero della Pubblica Istruzione), del Centro per i Servizi Amministrativi (ex Provveditorato agli Studi) e dell’Ufficio Regionale Scolastico (ex Sovrintendenza Scolastica Regionale per la Lombardia) di progetti di aggiornamento dei docenti. Ha fatto parte della Commissione di studio, istituita dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (ex Ministero della Pubblica Istruzione), per la revisione dei programmi di Educazione Civica nelle scuole di ogni ordine e grado. Nel 1998 ha ideato un percorso nuovo di formazione, applicabile in contesti diversi e a fasce d’età varie, denominato “L’intelligenza emotiva: dal conflitto alla relazione costruttiva”, già attuato sul territorio nazionale in ambito scolastico e professionale; nel 1999 è stato avviato un corso triennale di formazione per insegnanti, allievi e genitori approvato e finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (ex Ministero della Pubblica Istruzione). Specializzata nella pratica della mediazione per la risoluzione pacifica del conflitto e della negoziazione, ha perfezionato la sua formazione e preparazione con i più prestigiosi esperti italiani e stranieri di tale metodo. Conduce stage di formazione alla mediazione scolastica, penale e sociale, ed è docente all’interno di master in psicologia scolastica e mediazione familiare rivolti ad avvocati, dirigenti, psicologi e pedagogisti. Ha partecipato all’elaborazione del Progetto per l’istituzione dell’Ufficio di Mediazione Penale di Milano e fa parte della sua équipe fin dal momento della sua costituzione. Nel 2000, su incarico del Centro Prevenzione e Difesa Sociale, ha inoltre organizzato e condotto in équipe la costituzione e l’avviamento dell’Ufficio di Mediazione dei Conflitti Sociali nella città di Cinisello Balsamo (Milano). Autrice di Percorsi di civiltà (Milano, 1993) e di Nuovi percorsi di civiltà (Milano, 1998, 2002), ha pubblicato numerosi testi e contributi di metodologia e didattica.
In caso di richiesta di ulteriori
chiarimenti contattare:
Maria Martello: 339 6396325 – 039
0883329 - mariamartello@libero.it
PREFAZIONE
Rientrando
a casa, l’intensità della vita vissuta mi spingeva a scrivere. Giorno dopo
giorno il libro è cresciuto. La matrice è rimasta la stessa, così come il mio
intento: parlare a chi non conosco e dare la parola alle storie di chi conosco.
Volevo che fra le parole da me scritte e il lettore scattasse un circuito
virtuoso. Un dialogo proficuo. Nella segretezza della propria anima o nella
condivisione.
Pertanto, l’ho pensato non come un libro che conclude, ma che apre…
Questo libro non è per chi si dice “in pace con se stesso e con gli
altri”, per chi non vuole vedere l’esistenza del conflitto nella sua vita,
per chi non ha intorno persone care in difficoltà relazionale.
Ma è per quelli consapevoli che si può vivere in molti modi, ma che ci
sono modi che non permettono di vivere.
Che non vogliono perdersi nessun aspetto della loro dimensione di esseri
umani e di ogni aspetto vogliono assaporare i risvolti positivi; che per questo
accettano di soffermarsi a riflettere e disquisire sul conflitto, di lasciarsi
sollecitare personalmente dagli stimoli offerti, consentendo che accadano le
connessioni
con la propria vita.
Che sono avvezzi all’incontro tra il pensiero dell’autore e quello
del lettore, in un rito in cui i due celebranti dialogano tra loro; che sono
disposti a inserirsi nel processo della conoscenza e, per dirla con Sartre,
“si sporcano le mani”, si compromettono, si assumono le loro responsabilità
rispetto ai
contenuti
del libro.
Che, dunque, stimolati da quanto leggono, con associazioni libere portano
alla luce nomi, sentimenti, vicende vissute direttamente o indirettamente.
Che amano le buone domande, preziose comunque, sia che trovino subito
risposte, sia che restino domande che fanno pensare.
Che sono disposti a un lavoro di “archeologia” di sé, o anche di
“speleologia”, nello sforzo di raggiungere le profondità dell’essere,
alla ricerca delle sue radici autentiche e primigenie, per far emergere le
ferite, i dolori che si sono sedimentati e che, come zavorra, non ci lasciano
“volare”, al pieno delle nostre potenzialità, leggeri e aperti ad
accogliere il nuovo.
Che si sentono spiriti liberi chiamati ad avventurarsi per sentieri
diversi e promettenti, non seguaci, ma emuli di talento; non coerciti a battere
vie arcinote, anche se poco efficaci.
Che non si limitano ad approfondire linee già consensualizzate, ma si
riconoscono la facoltà di introdurre varianti determinanti.
professionale
e personale applicata in molteplici contesti: penale, scolastico e sociale.
Che
si sentono sempre pronti ad analizzare non solo le teorie, fermandosi al ruolo
di operai del pensiero, ma che hanno attenzione agli effetti del proprio
comportamento sugli altri.
Che si fanno carico dell’impegnativa ma positiva lotta per trasformare
l’homo homini lupus in homo
homini Deus, formula che Simmaco attribuisce al comico Cecilio e che Hobbes
mette in opposizione all’altra ripresa dall’Asinaria
di Plauto.
Questo libro non nasce da una ricerca accademica, ma dalla formazione
Ne
testimoniano l’efficacia i resoconti di sedute di mediazione che vengono
presentati modificati così da rendere irriconoscibili le situazioni reali: ciò
per salvaguardarne la confidenzialità e la riservatezza a cui sono vincolati.
In questi interventi fondamentale è stata la ricerca
continua di un modello italiano, completamente radicato
nella nostra storia culturale ed eredità classica, che trovasse in esse la
ricchezza di senso.
La
riflessione sull’esperienza in atto ha fatto scaturire l’impegno di
riversare in un libro quanto rilevato perché possa costituire uno stimolo alla
riflessione e alla diffusione di questa linea culturale, con la speranza che vi
si ricorra sempre più frequentemente.
È
pensato per gli psicologi, i sociologi e gli educatori, ma soprattutto per un
pubblico non del settore, che sia alla ricerca di unguento per le proprie ferite
di vita.
L’elaborazione del libro si è avvalsa della collaborazione di Silvana
Carbonaro, a cui va il mio ringraziamento.
…un libro che fa crescere e che – negli auspici dell’Autore –
continuerà a crescere grazie al contributo di tutti coloro che, al termine
della lettura, vorranno condividere le suggestioni, i rimandi alle proprie
storie di vita, gli sforzi per realizzare l’archetipico bisogno di unità e di
armonia.
L’Autore
PRESENTAZIONE
di
Salvatore Natoli
Gli
uomini vivono tra loro in relazione e al di fuori delle relazioni sociali
sarebbe impossibile per loro vivere. È questo un dato di fatto della storia
evolutiva dell’umanità che ha trovato nella celebre definizione aristotelica
di “animale sociale” la sua insperata e difficilmente superabile
formulazione. La vita degli uomini è però costantemente segnata da laceranti
conflitti, tra comunità, popoli, singole individualità. La storia, spesso, si
dispiega innanzi al nostro sguardo come una vicenda sanguinaria che ci fa
fortemente dubitare della verità della formula aristotelica e solleva ampi e
ben fondati sospetti sulla socialità dell’uomo. Hobbes, come si sa, lo ha
fatto. Eppure, proprio la tremenda violenza che si scatena tra gli uomini mostra
come essi, nonostante tutto, siano e rimangano sociali: se così non fosse, la
società umana si sarebbe già da lungo tempo dissolta.
Gli uomini precipitano nei conflitti di continuo e non sempre ne sono del
tutto evidenti le ragioni. Ma dai conflitti anche si esce e ciò mostra che essi
sono in pari misura nelle condizioni di trovare delle soluzioni. Certo non tutti
i conflitti trovano soluzione, ma capita che diano luogo a dinamiche distruttive
endemiche. Accade pure, però, che essi attivino dinamiche creative, che
ampliano le possibilità di azione. I conflitti sono dunque mediabili non tanto,
o non solo, per il fatto che ci si può sempre accordare a metà onde evitare il
peggio, ma soprattutto perché gli uomini sono nelle condizioni di poter
guardare
sempre
innanzi a loro e perciò dislocarsi su terreni altri e tali da smorzare i
conflitti in atto mostrandone l’irrilevanza rispetto alle possibilità future.
Come dire: c’è molto di meglio da fare e si può perciò competere su altri
piani senza dovere necessariamente confliggere. Questo tipo di condotta, che è
razionale nei rapporti sociali in genere, è in pari misura valida nei gruppi più
o meno ristretti, vale nelle relazioni familiari, in quelle più genericamente
interpersonali e, infine, in quelle di intimità.
Assumendo come dato il conflitto non è allora sufficiente mediarlo al
solo scopo di limitarlo, ma è necessario trasformarlo in relazione costruttiva,
in incentivazione e sviluppo delle diverse soggettività. Questo è ancora più
necessario quando la rottura del legame sociale è prodotta da azioni lesive
dell’altro nel suo corpo, nei suoi affetti, nei suoi averi, in breve in quel
che è e in quel che ha. La reazione immediata di fronte al danno materiale,
alla denegazione dell’altro e all’infrazione della legge è quella di
richiedere condanne
–
magari esemplari – di attivare dispositivi di repressione, non foss’altro
che per evitare che chi li ha commessi li ripeta e ancor più per evitare che
altri siano sollecitati a compierli. La logica punitiva è in genere quella che
immediatamente prevale per giustificare ragioni emotivo-reattive. La punizione,
infatti, è percepita come risolutiva, quasi riuscisse a imprigionare il male
evitando che dilaghi.
La
logica punitiva, di per sé, non è vendicativa, ma rivela piuttosto una sorta
di mentalità esorcistica quasi che il male si potesse
afferrare
con le mani e strangolarlo definitivamente nel corpo dell’altro. Ma un tipo di
risposta come questa non è adeguata ai problemi, per il semplice fatto che le
ragioni dell’azione sono molto più estese degli atti: nascoste li precedono,
silenti li seguono e indelebili perdurano se non vengono portate alla luce e
riconosciute.
Vale la pena ricordare il celebre detto manzoniano: la ragione e il torto
non possono mai dividersi con un taglio netto. Ciò non significa affatto che
tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto e perciò tutti restano assolti,
ma vuol dire che ogni torto perpetrato scaturisce da ragioni non sempre note
allo stesso soggetto che lo compie e che per primo dovrebbe portarle alla luce
scandagliando i lati oscuri di sé. Solo così ci si può liberare dalle
dinamiche distruttive che ci spingono ad aggredire l’altro, a essere nocivi a
noi stessi. Mediare un conflitto, dunque, non significa solamente cercare un
accordo fra le parti – certo anche questo – ma significa soprattutto
permettere alle parti in causa di scoprire le ragioni profonde dei propri atti.
Quel che si è fatto lo si è voluto fare davvero? O, invece, si consuma la
propria vendetta nei confronti del mondo facendo patire ad altri il disagio
della propria vita? Si può essere vittime nel momento stesso in cui si è
inequivocabilmente colpevoli. E la vittima, poi, è sempre del tutto estranea
all’evento o non ne è magari causa involontaria, occasione scatenante? Non si
tratta qui di giustificare le azioni – specie se delittuose – ma di
comprenderne le motivazioni e perciò di tagliare, per quanto possibile, in
radice le cause della colpa. Bisogna inaridire il terreno che alimenta il
risentimento nei confronti degli altri, il perverso amore di sé che, poi, altro
non è che disamore. Per fare questo è necessario aprire agli individui spazi
di relazioni nuove e feconde. Mediare significa fare comprendere alle parti in
causa le ragioni delle loro incomprensioni, suggerire le vie e soprattutto gli
atteggiamenti mentali idonei ad eliminarle. Ciò comporta che gli individui
divengano capaci di raggiungere gli strati profondi della loro mente ove si
generano gli affetti e si scatenano le passioni, che portino alla parola il non
detto della loro coscienza, mai emerso per ignoranza di sé o tenuto nascosto
per troppo pudore se non addirittura per vergogna. L’autostima o la disistima
se non decidono sicuramente incidono sulle condotte degli uomini. Non è facile
imboccare questo cammino da soli soprattutto se si è segnati da deficit fisici,
mentali, morali. È allora opportuno e spesso necessario che vi siano persone
che aiutino chi ne ha bisogno. Il compito del mediatore, in questo caso, non è
quello del sensale, ma piuttosto della guida. Importante soprattutto nei
conflitti di lunga durata dove è facile che le incomprensioni si ripetano e si
perpetuino: nelle relazioni genitori-figli, in quelle coniugali – in molti
casi illimitatamente e pervicacemente recriminatorie – nelle relazioni
d’affetto in genere, ove un rapporto finito può essere vissuto da chi è
abbandonato come una personale sconfitta. Di qui depressione e spirito di
vendetta.
Quanto detto attiene spesso alla vita normale. Vi sono, però, traumi
irreversibili che rendono talora difficile la mediazione, ma che comunque legano
le vite più di quanto le dividano: parlo delle relazioni fra i colpevoli e le
vittime, ove non vale e non può valere mai nessun perdono. Questo è importante
sottolinearlo in un momento in cui una parola così grande come perdono è
banalizzata e svilita dai media e dal pettegolezzo. Contrariamente a quel che la
chiacchiera dice e fa credere, il colpevole non può essere sciolto dalla sua
colpa, neppure dal perdono della vittima, se e quando può ancora farlo. Il
danno inflitto è incancellabile. Factum
infectum fieri nequit: vi sono eventi, siano essi una lesione o una morte,
che sono irreversibili e non c’è perdono che abbia il potere di annullarli.
D’altra parte, se lo si potesse non sarebbe neppure necessario il perdono. Né
il perdono, né l’espiazione sciolgono il colpevole dalla colpa, ma questi se
ne libera solo in forza del bene che comincia a fare: si scioglie dalla colpa in
quanto da essa progressivamente si allontana. Il passato, per quanto negativo,
non ha il potere di ostacolare il bene che si fa, non riesce a vincolare il
futuro ed è per questa via che il soggetto se ne sgrava senza rimuoverlo e meno
che mai dimenticarlo. In tale trasformazione il perdono della vittima aiuta
perché ci permette più facilmente di separarci dal nostro cattivo passato e di
voltargli le spalle. Per dirla in termini cristiani solo nella conversione –
nel mutar mente – è possibile la redenzione. Il compito del mediatore è
quello di avviare chi ha sbagliato su una nuova via, di dargli una mappa di
orientamento, ma soprattutto è quello di tessere intorno a lui una rete di
relazioni che ne evitino il misconoscimento. Senza il riconoscimento degli altri
non è possibile alcun miglioramento. Mediare significa aiutare a portare alla
luce le ragioni che spingono gli uomini a confliggere fino a danneggiarsi
reciprocamente, significa attivare relazioni nuove e inauguranti.
Al di là delle ragioni e dei torti, delle colpe e delle conversioni,
bisogna prendere atto che la vita è ambigua nel suo ordinario scorrere e a ogni
momento si è perciò a rischio di malintesi. Onde evitare gli equivoci
ricorriamo di continuo a precisazioni e chiarimenti. Sono noti a tutti i celebri
versi di Dante: “Cred’io ch’ei credette ch’io credesse” (Inf., XIII,
v. 25). La vita è proprio così: riteniamo di sapere quel che altri pensano di
noi, l’opinione che ne hanno e ci comportiamo di conseguenza a seconda che
vogliamo risultare loro gradevoli o antagonisti. Modelliamo la nostra condotta
sulle aspettative degli altri che, poi, sono magari del tutto diverse da quelle
che immaginiamo. E così può accadere che nel tentativo di essere gradevoli
risultiamo indifferenti e, al contrario, se ci mostriamo indifferenti non è da
escludere che risultiamo interessanti o addirittura simpatici. La vita è
asimmetrica, le aspettative degli uni non si incrociano con quelle degli altri e
ciò dà luogo a equivoci, se si vuole del tutto involontari, ma che comunque
impediscono di intendersi. È necessario, allora, di volta in volta chiarirsi.
Ma
non è detto che i chiarimenti siano sufficienti a dissolvere i fraintendimenti
e poi nessun chiarimento può mai essere definitivo. La vita è ambigua e i
chiarimenti apportano un’effettiva chiarezza solo se c’è una vera
intenzione di accordo, se c’è un desiderio reciproco di comprendersi. Senza
di questo ogni tentativo di trasparenza abortisce. Ma la disposizione a
comprendersi è coestensiva al desiderio di amarsi, di essere gli uni per gli
altri.
Il mediatore che vuole mediare davvero i conflitti deve toccare questo
nervo, destare la voglia non tanto di venirsi incontro su questo o quello, bensì
d’incontrarsi, di prendere sul serio il mistero dell’altro, la sua
inesauribilità.
Sono questi i temi che Maria Martello affronta in questo libro. Scrive:
“Quando un gesto, uno sguardo, un semplice cambiamento di tono di voce sono
‘gocce che fanno traboccare il vaso’, che rompono l’armonia dei rapporti
che cosa succede in noi?… Perché li recepiamo come segni inequivocabili, a
volte, che svelano che cosa l’altro pensi di noi, cioè la sua
disapprovazione? Perché ci diventano talmente intollerabili da attivare
reazioni incontrollate e drastiche rotture della comunicazione”. E in altro
luogo: ”Il processo ‘io credo che l’altro creda di me’ si sovrappone
all’ascolto empatico. Il monologo prende il posto del confronto e alimenta
incomprensioni e conflitti”. Questo libro indaga, dunque, sui conflitti, ne
esplora le ragioni psicologiche e sociali che li generano. A partire da qui
disegna la natura e il compito della mediazione, ne considera alcune
applicazioni concrete in ambito penale educativo, ambiti in cui Maria Martello
ha tra l’altro operato e ancora opera. Si avanzano, infine, alcune ipotesi di
formazione per la gestione delle relazioni. Un libro all’incrocio tra
psicologia, società, educazione, istituzioni. Un filo rosso per evitare che i
conflitti abituali tra gli uomini degenerino in condotte distruttive, un
inventario di pratiche che permettano di trasformare gli equivoci ordinari della
vita in passione e amore per il mistero degli altri. Noi tutti, enigma a noi
stessi.
Salvatore Natoli
Editoriali Intelligence Corso di perfezionamento Recensioni Summaries in English Scienze dell'Investigazione Bibliografia Forum Strumenti Cineteca Mappamondo Ultime notizie