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Paolo di Martino

Prefazione di Piero Luigi Vigna

Premessa di Francesco Sidoti

CRIMINOLOGIA

  EDIZIONI GIURIDICHE SIMONE, NAPOLI 2002

IN QUESTO IMPORTANTE MANUALE DI CRIMINOLOGIA C'E' UNA PREFAZIONE, ASSAI SIGNIFICATIVA, DEL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA, PIERO LUIGI VIGNA, E QUESTA PREMESSA DI FRANCESCO SIDOTI, CHE PUBBLICHIAMO INTEGRALMENTE

Per criminologia si possono intendere professioni, metodi, teorie, approcci molto diversi ed anche in forte contrasto. Un illustre criminologo italiano sosteneva nel 1989: «Attualmente la criminologia appare incerta circa le proprie finalità ed il proprio oggetto di studio, risulta divisa in indirizzi talvolta profondamente contrastanti, è condizionata da una situazione di profonda crisi, che in molti casi limita lo sviluppo, l'affermazione e la diffusione della disciplina. Sulla crisi della criminologia esiste un consenso quasi unanime...».

      Sotto alcuni punti di vista quella crisi è stata superata, come dimostra questo importante volume, che si ispira accuratamente alla insigne Scuola Genovese della criminologia. Alle parole così misurate e convincenti del Procuratore Vigna potrei aggiungere una ulteriore sottolineatura dell’aspetto metodologico. Grosso modo, ogni giorno in Italia un omicida uccide senza essere condannato e un innocente viene ufficialmente riconosciuto (e risarcito) come vittima di un errore giudiziario che lo ha portato ingiustamente in galera. Queste cifre sono riferite a due fenomeni assai diversi, ma che hanno in comune una evidente inadeguatezza investigativa. Sono cifre che fanno paura, anche se si tratta di un problema internazionale: negli Stati Uniti, già prima dell’11 settembre era noto che in grande maggioranza i reati più gravi o non erano riportati alle forze di polizia o non erano risolti dagli investigatori; inoltre, è stato dimostrato dalle documentatissime ricerche di James Liebman che più della metà delle condanne a morte contiene errori giudiziari di vario tipo. Un peso così impressionante dell’errore mette in primo piano la necessità dell’analisi metodologicamente avvertita. In questo modo si possono avere meno innocenti in galera, meno assassini in circolazione, una società più aperta e più libera.

    Nonostante mafia e terrorismo, i misfatti impuniti e i problemi insoluti, la corruzione che ci vede collocati in posti miserevoli delle classifiche internazionali, l’illegalità di massa, eccetera,  la storia della criminologia è in Italia particolarmente rilevante. Cesare Beccaria é il punto di partenza del diritto penale moderno; Cesare Lombroso è la pietra miliare dell’antropologia criminale moderna; Giovanni Falcone è il modello eroico dell’investigatore moderno.

    In questi tre giganti della storia della cultura italiana e mondiale, è preminente l’importanza dell’aspetto metodologico. Di Cesare Beccaria è ben nota la critica esemplare di ogni potere penale arbitrario, irrazionale, inquisitorio, oscurantista. A differenza di Beccaria, Lombroso è stato assai contestato, proprio sul piano metodologico, per molto tempo (anche se la sua opera sembra riacquistare valore profetico dopo i crescenti successi della neurobiologia).

    Dalle critiche al positivismo di tipo lombrosiano sono nati i due più geniali autori della criminologia moderna: Durkheim e Sutherland. La metodologia durkheimiana è frontalmente contrapposta alla metodologia lombrosiana: non basta collezionare una quantità enorme di esempi, dati, casi, fatti, sentenze, fotografie, disegni, per dimostrare la bontà di una teoria. Il desiderio  e la presunzione di sapere, di esplorare, di teorizzare, sono tendenze tanto umane quanto diffuse ed ingenue: bisogna controllarle attentamente. Come ha messo in rilievo Raymond Boudon, in Durkheim la critica al veteropositivismo è conforme al modello di spiegazione scientifica considerato oggi maggiormente soddisfacente, il cosiddetto modello logico deduttivo di Hempel-Popper, che bene chiarisce quale tipo di coordinamento è necessario tra asserzioni universali (espresse in forma di legge) e asserzioni singolari (relative ad un fenomeno specifico).

    Le intuizioni di Lombroso erano in parte troppo figlie del positivismo di quel tempo e in parte troppo in anticipo sulle conoscenze di quel tempo: la neurobiologia era di là da venire. Lombroso avvertì in larga misura i propri punti deboli e ammirevolmente formulò autocritiche e correzioni sostanziali, che tuttavia non evitarono una riformulazione della pratica criminologica. Ha scritto nel 1994 Francesco Carrieri: «Non v'è dubbio che la morte di Lombroso segnò effettivamente l'inizio di decadenza degli studi di Antropologia criminale...Gli interessi degli studiosi di criminologia si spostarono più sugli aspetti sociologici del problema...Negli Stati Uniti, ove questi studi furono particolarmente seguiti, la Criminologia presentò sin dagli inizi un orientamento prevalentemente, se non proprio esclusivamente, sociologico e tale indirizzo conserva tuttora». Per l’influenza schiacciante di Durkheim nell’area culturale di lingua francese e per l’influenza schiacciante di Sutherland, di Merton, della scuola di Chicago, nei Paesi di lingua anglosassone, la criminologia è stata per decenni un sottosettore della sociologia. Nel tempo, con l’arrivo dei “mostri e predatori”, dei serial killer, della “carcerizzazione di massa”, eccetera, la criminologia è diventata compiutamente e felicemente pluralistica, anche se proprio i più tipici rappresentanti della nuova criminologia, come J. Douglas nel suo famosissimo Mindhunter, continuano a ribadire l’importanza dell’approccio sociologico nell’analisi delle motivazioni del crimine.

      Di Giovanni Falcone mi pare opportuno ricordare il “metodo Falcone”, spesso reclamato a dritta e a manca, caratterizzato dalla capacità di ottenere brillanti risultati investigativi mantenendosi nell’ambito del più intransigente garantismo. La metodologia di Giovanni Falcone è di interesse supremo per la criminologia: innanzitutto viene sottolineato che, per la specificità del fenomeno di stampo mafioso, spesso una testimonianza dall’interno è in grado di dare informazioni fondamentali e non altrimenti conseguibili; tuttavia questo non significa una cieca fiducia in qualunque collaboratore di giustizia (tanto è vero che viene spesso citato il caso di un falso pentito da lui smascherato e incriminato). Il metodo Falcone prevede sia riscontri assai minuziosi sia il netto rifiuto di ipotesi suggestive e verosimili, ma non confortate dalle prove. E’ una lezione ragguardevole, che scavalca l’ambito dei fatti di mafia e che dovrebbe essere tenuta a mente anche come correttivo di molte dietrologie (a volte presenti negli studi criminologici). Anche su altri punti l’insegnamento di Giovanni Falcone sembra attuale e importante: l’insistenza sugli aspetti economico-finanziari dell’indagine come mezzo principale di contrasto alle attività del crimine organizzato; la designazione della cooperazione internazionale come una necessità imprenscindibile; la concezione innovatrice dell’ordinamento giuridico, che ad esempio lo portò a considerare positivamente la centralizzazione delle indagini, la separazione delle carriere, la concezione del pubblico ministero come “avvocato della polizia”.

    Insieme a ciò che è specificamente e gloriosamente italiano sotto il profilo metodologico, vorrei infine segnalare qualche altro aspetto importante sotto lo stesso profilo. Insieme alle conquiste notissime nel campo delle neuroscienze e del criminal profiling, sono rilevanti sul piano internazionale i successi dell’analisi costi benefici e dell’approccio neo-istituzionale, consacrati da un numero ormai imponente di premi Nobel.

    Il calcolo costi benefici mette in rilievo che ognuno cerca di massimizzare i benefici e di minimizzare i costi; dunque in teoria ognuno potrebbe diventare un criminale, se i costi di un crimine sono bassi e i benefici alti. Costi e benefici sono definiti dalle istituzioni. Questa premessa metodologica mette in evidenza le responsabilità degli individui, ma ancor più quelle delle istituzioni, che svolgono un ruolo decisivo: possono aiutare a prevenire il crimine (ad esempio con interventi adeguati nel mercato del lavoro o nell'istruzione) sia a scoraggiare il crimine (ad esempio attraverso investigazioni che assicurino ai colpevoli una pena certa e rapida). In questa prospettiva, i fattori istituzionali sono un fattore cruciale: l'intervento pubblico può compensare, correggere, modificare i problemi individuali e collettivi, oppure aggravarli, o lasciarli marcire, fino a farli diventare una concausa di varie forme di criminalità e di disagio sociale. Livelli di criminalità e livelli di funzionalità delle istituzioni sono strettamente correlati. Gli alti livelli odierni di criminalità sono connessi con una forte difficoltà delle istituzioni di fronteggiare i problemi odierni, assai diversi rispetto a prima. Basti ricordare che autorevolmente si è parlato di “Stato criminogeno” per indicare quelle lacune dell’ordinamento giuridico che sono connesse con una molteplicità di comportamenti illegali.

   Paolo di Martino mette esattamente in rilievo che l’ambito sociale è da un punto di vista causale logicamente distinto dall’ambito individuale, oggi studiato con strumenti ben più rilevanti che in passato. Soprattutto le neuroscienze sembrano aprire, anche in tema di criminologia, orizzonti prima sconosciuti, integrando e rettificando quella importanza del contesto sociale, economico, istituzionale, che è stata sottolineata da tanti pedagogisti, sociologi, economisti, giuristi. La genetica, le neuroscienze, la neurobiologia, mettono da alcuni anni sempre più in evidenza le correlazioni esistenti tra determinati comportamenti e livelli serotoninergici, attività noradrenergica, e così via. Rimane comunque indubbia la rilevanza dell’esperienza, dell’apprendimento e dell’adattamento. Anche se ognuno di noi ha caratteristiche biologiche specifiche, questo potenziale è multiorientabile: tutto quello che noi siamo è strettamente intrecciato con i contesti in cui siamo, sin dall’inizio della vita prenatale.

    Un angusto determinismo biologico sarebbe anti-scientifico; altrettanto anti-scientifico sarebbe però negare che possano esistere predisposizioni biologiche, in parte costituzionali, in parte ereditate, in parte conformate dall’ambiente. Biologismo e ambientalismo non sono contrapposti, ma si integrano a vicenda. Ignorare l’influenza dell’ambiente sarebbe assurdo, ma ignorare l’esistenza di fattori biologici sarebbe altrettanto assurdo.

   Ciò che è sociale, educativo, economico, istituzionale influenza il biologico; di fatto, anche gli istinti più elementari, come la fame o la sessualità, vengono regolamentati in maniera diversa all'interno di contesti diversi. Non c’è fattore innato che non possa essere modificato, interpretato, orientato, represso, come insegna una enorme letteratura, in tutti i tempi e sotto tutte le latitudini, da Budda a Confucio, da Aristotele a Sant’Agostino. Nondimeno, è anche vero che la forza regolamentatrice dei contesti istituzionali e delle relazioni interpersonali varia di periodo in periodo; l’età contemporanea è caratterizzata da una forza regolamentatrice assai minore rispetto al passato delle società industriali e preindustriali. Questa è una enorme novità storica, che favorisce sia la regressione a comportamenti presociali o antisociali, sia il riemergere di tendenze ataviche, degenerate, avverse a quel processo secolare di “civilizzazione del crimine” che era iniziato ai tempi dell’illuminismo.

   La criminologia di Durkheim e di Sutherland era strettamente connessa con i problemi sociali dell’età industriale. Per Durkheim una nuova morale civile doveva essere costantemente predicata attraverso le istituzioni, dalle scuole elementari fino alle università; egli richiedeva l'intervento dello Stato, che «ha delle funzioni economiche e degli obblighi precisi; se non può esso stesso produrre e distribuire la ricchezza, può nondimeno e deve regolarne la circolazione. Un suo dovere è quello di vegliare sulla salute sociale». Ragionamenti simili si ritrovano nella sociologia e nella criminologia americana, che affrontarono molti problemi della società industriale con un’enfasi speciale sulle istituzioni, sull’educazione, sulla morale civile.

    Quella impostazione apparteneva ad un altro secolo e ad un altro millennio. Ma non è sicuro che sia oggi completamente inattuale, mentre tutti i Paesi sono affaccendati nella faticosa costruzione di un nuovo apparato istituzionale, adeguato ai nuovi problemi di una società postindustriale. Beccaria, Lombroso, Falcone, non erano interessati esclusivamente allo studio di fenomeni particolari e individuali: sono stati uomini di penna e di tavolino, ma intensamente impegnati nelle vicende del proprio tempo, con quella stessa ardente passione, originale, innovatrice, determinata, sistematica, che li caratterizza come studiosi e che rende la loro lezione attuale, viva e mirabile al di là del tempo.

 

Francesco Sidoti

Presidente del Corso di Laurea in Scienze dell’Investigazione

Università di L’Aquila

 

 

 

 

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