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Il prof. Lubrano e la giustizia romana

Il professor Filippo Lubrano è il presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Roma ed è un avvocato amministrativista molto noto. La carica di presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Roma è altamente significativa ed è altamente significativo che sia ricoperta da un amministrativista. Nel corso di questa ricerca, non è dunque sembrato indifferente sapere che cosa è accaduto a Roma a quella persona che ricopre quella carica. Cosa è accaduto? Di tutto.

I vertici dell'avvocatura romana hanno attraversato un lungo periodo caratterizzato da un malessere clamoroso. Tra i molti episodi avvenuti in due mesi, segnaliamo: una lettera con accuse gravissime spedita agli oltre diecimila avvocati romani; un'assemblea generale che ha richiesto l'intervento di un'aitante guardia giurata per tenere a bada le proteste più scalmanate; le dimissioni dell'avvocato Titta Madia, penalista di grido e consigliere anziano dell'Ordine, accompagnate da motivazioni scritte particolarmente gravi; un invito delle Camere penali a tutti i propri aderenti ad uscire fuori dall'Ordine; una <<richiesta di dimissioni a tutti i membri del sodalizio, rivolta dall'Associazione nazionale forense, che raccoglie una gran percentuale di legali di tutta Italia. Secondo tale Associazione, che ha chiesto l'intervento del Guardasigilli, sarebbero troppe le polemiche scandalistiche che si sono verificate negli ultimi tempi all'interno del Consiglio, il cui prestigio si sarebbe ormai irrimediabilmente pregiudicato>>.

Dalle notizie stampa e dalle interviste da me effettuate, pare che all'origine di questa vicenda ci sia la richiesta avanzata dal prof. Lubrano, alla Roma Calcio, di una parcella di un miliardo e ottocento milioni di onorari, richiesta che deve essere accompagnata da un parere di congruità dell'organo presieduto dallo stesso prof. Lubrano. Da queste cifre stratosferiche si è scesi poi  a molte questioni apparentemente banali: l'affitto di un appartamento, a nove milioni al mese, <<di cui è socio e coamministratore il fratello di un consigliere,  notoriamente legato da stretta amicizia>>; un abbonamento gratis alle partite disputate dalla Roma in casa; la designazione di un amico ad una carica remunerata in un consiglio d'amministrazione; e, in particolare, anche una pretesa richiesta di fare assumere il figlio. 

La vicenda andrà a finire davanti ai giudici, che valuteranno tutti rilievi penali. E' opportuno sottolineare che il prof. Lubrano ha più volte respinto sdegnatamente tutte le accuse, sottolineando che sono completamente inesatte le affermazioni su pretese irregolarità: <<durante la mia presidenza il Consiglio non ha mai commesso alcuna irregolarità>>.

In questa sede non è possibile e non è importante valutare la veridicità delle reciproche accuse. Il punto è un altro. Il prof. Lubrano è il più autorevole rappresentante degli avvocati, e soprattutto degli avvocati amministrativisti. Se alcuni avvocati tra loro si dicono queste cose, perché gli altri di loro (rectius: di alcuni di loro) non debbono pensare altrettanto? E se questo è lo stile che regna al vertice dell'avvocatura romana, come non pensare che un tale stile possa vere contagiato parti ragguardevoli dell'intera amministrazione della giustizia a Roma? Mentre scrivo queste righe siamo in attesa della prima udienza del processo di Perugia che vede imputati l'ex giudice Filippo Verde (dal 1988 al 1993 Direttore generale degli Affari civili del ministero della Giustizia); il presunto cassiere della Banda della Magliana; l'avvocato Pacifico, eccetera eccetera.

La vicenda del prof. Lubrano (che lo vede protagonista e, forse, vittima) è di piccole dimensioni, a confronto con tante altre squallide e ben note vicende della giustizia romana. In verità anche a proposito di questa circostanza, quel che è apparso sui giornali è soltanto una parte di quel che è stato raccolto nelle interviste, che spaziano dalle poltrone (in senso materiale: le modalità di acquisto del mobilio di una stanza) ai rapporti con la criminalità organizzata (riciclaggio e sequestro di persona). Comunque, il fatto che spesso si tratti di piccoli episodi è perfettamente coerente con lo spirito di questa ricerca, che si basa tra l'altro su questo presupposto: nel microcosmo degli episodi minori si riflette adeguatamente l'inclinazione personale alla violenza e alla prevaricazione, la concezione della correttezza pubblica e privata, la distinzione tra cose pubbliche e cose private, la possibilità attraverso la diffamazione di distruggere la credibilità e l'onore di una persona: ucciderla, insomma, civilmente e forse anche fisicamente. Il fatto infine che i figli siano tirati in ballo, non è senza significato. Che cosa si può arrivare a fare per un figlio? Ne riparleremo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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