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Alcune pagine della requisitoria del P. M. Carlo Lasperanza
Trascriviamo alcune pagine della requisitoria del P.M. Carlo Lasperanza durante il primo processo per l'assassinio di Marta Russo. Sono pagine d'importanza cruciale, perché illuminano la formazione delle convinzioni profonde degli investigatori (nate dai fatti) in merito al clima di omertà dominante in quella specifica fetta del mondo universitario: <<...Per quanto attiene all’interpretazione dei colloqui avuti con il prof. Romano, la Lipari è stata accusata di avere frainteso una preoccupazione paterna e protettiva che il prof. Romano avrebbe assunto nei suoi confronti, scambiandola per un intervento mirato a conoscere ciò che lei sapeva e a consigliare che sarebbe stato inutile riferirlo alla polizia. Questa preoccupazione spiegherebbe, a dire della difesa, la concitazione e l’urgenza delle ripetute e assillanti telefonate, anche notturne, del professore. In realtà tale intervento “paterno” non è mai stato richiesto dalla Lipari, ma è stato il prof. Romano ad offrirlo a lei, improvvisamente ed immotivatamente, in quanto non aveva motivo di ritenere che la Lipari ne avesse bisogno. La Lipari, infatti, chiede consiglio e conforto all’unica figura paterna da lei riconosciuta, quella del suo padre naturale.
Per questo motivo viene a cadere una delle ridicole argomentazioni della difesa che vuole, ovviamente, coprire un interesse del professore molto meno nobile ed altruista. L’attenzione di Romano è tutta volta a scoprire a qualunque costo che cosa e chi la Lipari avesse visto quel giorno, in quell’aula. Il prof. Romano ha sempre candidamente sostenuto, ma non ha mai spiegato a che titolo questa sua attività rientrasse nella normale dinamica dei rapporti personali intercorrenti tra lui e la Lipari. Quando gli è stato chiesto per quale ragione egli non abbia mai cercato di informarsi e di sapere i fatti anche da Liparota e Alletto, che meglio della Lipari avrebbero potuto rispondergli, egli ha risposto dicendo di non avere mai chiesto nulla a loro per non volere intralciare la giustizia. Liparota, nel suo interrogatorio, come vedremo in seguito, lo smentirà. Il professore non sa spiegare perché, invece, le telefonate alla Lipari, non costituiscano intralcio alla giustizia. In realtà il professore conosceva ed era in grado di dominare, insieme a Ferraro e a Scattone, le versioni di Liparota e Alletto, per le quali non nutriva preoccupazione alcuna, mentre provava apprensione, come apprensione provavano gli altri due imputati per ciò che la Lipari sapeva e poteva fare, essendo del tutto in condizionabile. In realtà il professore aveva chiesto a Liparota che cosa avesse detto alla Polizia ed è lo stesso Liparota che riferisce, nel suo interrogatorio, che il prof. Romano, insieme, guarda caso, a Ferraro, gli avevano chiesto notizie su quanto da lui dichiarato alla Polizia. Questa circostanza non è mai stata smentita da Liparota, neanche successivamente, quando ha reso le sue dichiarazioni spontanee ed assume particolare importanza che in tutto l’istituto solo Romano, ed insieme a Ferraro, abbia sentito l’esigenza di svolgere questa sorta di indagine conoscitiva.
Anche qui appare estremamente improbabile che il prof. Romano che chiede alla Lipari prima e a Liparota dopo, nonché ad altri componenti dell’istituto, come per esempio Fiorini, cosa sapessero e cosa avessero riferito alla polizia, non abbia, proprio per i rapporti di fiducia con la sua segretaria Alletto, richiesto, immediatamente, a quest’ultima e a Liparota cosa fosse successo nella stanza 6. La Lipari, infatti, gli aveva più volte detto che nella stanza erano sicuramente presenti Liparota e Alletto. Ma una persona che voglia conoscere la verità, indipendentemente da altri fini, non si preoccupa di sminuire la presenza dei due, ma immediatamente si preoccupa di sentire, proprio dagli stessi, che cosa era realmente accaduto nella stanza 6, cercando prima di sapere spasmodicamente quanto la Lipari avesse visto e, poi, cercando di indebolirne la determinazione a ricordare e a collaborare, facendola riflettere su quello che avrebbe dovuto essere il suo unico interesse, lo studio, dal quale questa vicenda l’avrebbe sicuramente distolta e sminuendo l’interpretazione che lei dava, preoccupata, di quello che man mano stava ricordando. Un atteggiamento sano, da parte di un capo di istituto, sarebbe stato quello di chiamare le persone che la Lipari diceva coinvolte, e esortarle, senza mezzi termini, ed anzi usando tutto l’ascendente in suo possesso, a riferire tutto quello che sapevano per aiutare gli inquirenti, dal momento che era stata uccisa una ragazza. Invece, il prof. Romano ha come unica preoccupazione quella di rassicurare tutte le persone sentite dalla Polizia sul cattivo stato delle indagini, ripetendo ossessivamente, che “gli inquirenti non avevano nulla in mano”, insinuando, così la convinzione, in chi aveva visto, che non convenisse assolutamente esporsi. Romano non è riuscito a spiegare come, in una sua ricostruzione del fatto, sia in un’intervista rilasciata a un quotidiano, sia in una intercettazione dove parla con una sua assistente, egli parli di “due cretini” che, per gioco, avrebbero sparato. Come fa il prof. Romano in epoca antecedente all’arresto dei due assistenti, a sapere che si tratta di due persone che, per gioco o per altro, hanno ucciso una ragazza? Come fa, il prof. Romano ad avere queste informazioni ancor prima degli inquirenti? Al processo lui risponderà a questa domanda, dopo una breve pausa dell’udienza, ottenuta grazie ad un abile intervento del difensore che è riuscito a toglierlo dall’imbarazzo, di averlo saputo dal sottoscritto durante un interrogatorio.
Ma questo non è vero (sottolineatura nel testo originale, F. S.), perché di tale interrogatorio esiste una registrazione in cui si parla in termini generici di “più” persone e mai di “due”; inoltre, sia nell’intercettazione che nell’intervista, egli non riferisce mai di avere appreso questa circostanza dagli inquirenti, ma ne parla come se fosse una sua cognizione personale…>>.
A questo punto non continuo nella trascrizione, perché è più che evidente l'aspetto altamente drammatico e inquietante della vicenda, pienamente visibile attraverso queste poche pagine. La lettura di tutta la requisitoria è ancora più allarmante.
Insomma: o investigatori e magistrati hanno cercato di incastrare deliberatamente e pervicacemente (come alcuni hanno sostenuto), oppure le loro convinzioni erano saldamente motivate, sia per quanto riguarda i principali imputati, sia per quanto riguarda altri imputati apparentemente minori, e invece sotto molti profili ancora più significativi. In ultimo, ma non come ultimo aspetto, segnalo l'accenno al difensore e al suo <<abile intervento>>. Il caso Marta Russo dice molte verità insieme, forse troppe. Non mi meraviglio che persone per altri versi stimabilissime abbiano preferito credere alla congiura o alla incapacità degli investigatori: se accettiamo in pieno tutte le conseguenze che derivano dalla versione offerta dagli investigatori, la prima condanna è nei confronti di quella corruzione e quelle mafie che dominano in alcune parti dell'università italiana.
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