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<<Mi hanno distrutto, lascio l'Italia>>

Alcuni affezionati lettori trovano forse troppo vibranti alcune pagine di questa sezione. Se non traggono un diretto e personale beneficio dall'ingiustizia, sono esseri umani assai fortunati, che non sanno dove stanno al mondo o non hanno di che lamentarsi. Costituiscono una minoranza. Altra minoranza, caso eccezionale, ma simbolo delle sofferenze di una maggioranza, è Daniele Barillà, scarcerato dopo ben sette anni e cinque mesi di carcere e dopo essere stato condannato in primo grado, appello, cassazione.

Era stato condannato per un grossolano e tracotante scambio di persona. Si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato. Guidava una macchina con i numeri di targa QUASI uguali a quelli di un mammasantissima della droga. Condannato a 18 anni.

Il suo caso è stato riaperto per una serie di circostanze fortunate (soprattutto, è stato scagionato da cinque pentiti), altrimenti starebbe ancora a marcire in galera.

Il giorno in cui è venuta fuori la notizia, La Repubblica parlò sussiegosamente di <<uno spaventoso equivoco costato sette anni di carcere al protagonista e quattro processi allo Stato>>. Il Corriere della Sera concluse il suo servizio raccontando che Daniele Barillà avrebbe dichiarato: <<Il mondo per me è finito quando sono entrato in carcere. Ho perso il lavoro, ho perso gli amici… non ho mai perso la fiducia nella giustizia>>. Non è vero che ormai tutto è perduto: probabilmente qualche pernacchia è rimbombata nei piani alti di via Solferino. Reintervistato il giorno dopo, dal Corriere della Sera (19 luglio 2000, p. 17) che titolava il servizio con lo stesso titolo qui riprodotto, Daniele Barillà ha potuto esprimere più compiutamente il suo pensiero, dichiarando fra l'altro: <<Me ne vado all'estero. Non so dove, però lontano. Fuori dall'Italia….Io sono innocente, sono innocente, sono innocente. L'ho detto tutti i giorni, ogni ora, in quattro carceri e quattro processi…Denuncio i carabinieri che hanno fatto l'indagine e mi hanno buttato in galera. Denuncio anche il capitano Ultimo. Sì, lui, quello che ha trovato Totò Riina. Era stato fra i miei accusatori, pensava che io fossi colpevole. … Mi hanno arrestato il 13 febbraio 1992. Sono in macchina, mi bloccano i carabinieri. Calci, schiaffi, pugni. Mi portano a Milano, in caserma, mi mettono un giaccone sulla testa. A San Vittore il mio vicino è Mario Chiesa: a lui arrivano le pizze in cella. A me niente… Faccio lo sciopero della fame, mi rivolgo a Borrelli. Che intercede per me, scrive ai giudici toscani: lettera cestinata. Capita nel pieno della guerra tra Procure di Milano e Firenze… Nel 1997 muore mio padre: mi danno il permesso per i funerali, però mi fanno arrivare tardi. E mi portano solo al cimitero, per tre minuti: in catene... Me ne andrò all'estero, comincerò da capo. Lo psicologo in carcere scrisse che ero pericoloso perché non ravveduto. E di che dovevo ravvedermi?>>

Ripeto: Daniele Barillà non è un caso isolato. E' un simbolo. Gli ultimi dati che ricordo a memoria si riferiscono al 1997: in quell'anno furono presentate quasi 1000 richieste di indennizzo per ingiusta detenzione. Richieste di indennizzo relative ad errori documentati e riconosciuti come tali. Se consideriamo che soltanto in alcuni casi si raggiunge la certezza definitiva in merito ad un errore, mentre sicuramente ci sono molte altri casi in cui l'errore c'è, ma non può essere documentato, e sicuramente ci sono anche moltissimi altri casi di errori riconosciuti a persone che rinunciano a richiedere un risarcimento per la paura totale e infinita di riavere a che fare con avvocati e cancellieri, possiamo dire che con certezza ogni giorno diverse persone sono vittime di errori sanguinari della giustizia, nel campo penale, nel campo civile, e soprattutto in quello amministrativo, che meriterebbe un discorso più ampio e più dettagliato. Perché chi è minimamente e onestamente al corrente di come funziona la giustizia in Italia, sa bene che le cose vanno peggio che nell'America di Rocco Barnabei.

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