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Il piccolo <<verminaio>> dell' università di Messina
La definizione dell’università di Messina come un <<verminaio>> è dell’onorevole Nichi Vendola. Il caso Messina esplose dopo l’omicidio a colpi di lupara di un eminente professore universitario, nel 1998. L’omicidio a colpi di lupara era stato l’atto terminale in una serie di avvenimenti delittuosi come agguati ed intimidazioni, gambizzazioni e attentati dinamitardi.
Nell’università di Messina non sono avvenuti soltanto episodi tipici della criminalità organizzata; piuttosto episodi tipici della criminalità organizzata hanno scoperchiato la pentola su una gestione tipica della criminalità dei colletti bianchi. Ispezioni del ministero della Giustizia e di quello dell’Università, interventi della Commissione antimafia, indagini del Consiglio superiore della magistratura, incarcerazioni di magistrati e di professori, si sono succeduti in relazione a temi che vanno dalla compravendita di esami agli appalti plurimiliardari, coinvolgendo molti settori della struttura universitaria, a cominciare dai vertici, rettore e direttore amministrativo.
Così il giornale La Repubblica descriveva la situazione: <<ci sono invischiati un po’ tutti, insospettabili studenti e sospettabilissimi baroni, impresari, fornitori, sicari, infermieri, chiarissimi professori, piccoli e grandi pescecani. E’ la premiata ditta dei ricatti e delle estorsioni…>>
Il nuovo rettore, eletto dopo le dimissioni del precedente, ha ammesso
che <<qui c’era un sistema di governo basato sulle cordate, sulle fedeltà
personali, sui rapporti di tipo
familiare…Non era tutta l’università a intascare soldi poco puliti.
…Lavoreremo per riportare la legalità in stanze fino all’altro ieri chiuse
al pubblico. C’è stata troppa tolleranza, talvolta passività e qualche altra
complicità>>.
Nel gennaio del 2000 il nuovo procuratore della Repubblica ha dichiarato:
<<Ho trovato un’omertà che a Palermo, tanto per fare un esempio, è a
livello di asilo infantile…Abbiamo intercettazioni di pochi giorni fa su
accordi e compravendite…>>. Infatti le microspie hanno aperto un velo su
<<una realtà agghiacciante anche perché, al di là di responsabilità
penali che forse non ci sono, si conferma il rapporto confidenziale tra i
personaggi arrestati e uomini politici di primo piano…>> (Corriere
della sera del 18 ottobre 2000).
Insieme al tema dei rapporti privilegiati di molti indagati con molti
politici, c’è anche il tema dei rapporti privilegiati di molti indagati con
molti magistrati. Infatti, il verminaio era garantito da un sistema di potere
trasversalmente radicato anche dentro il Palazzo di giustizia. Del resto, come
avrebbe potuto resistere un sistema di grassazione continua e minuziosa senza la
complicità o quanto meno la passività di settori importanti della
magistratura? Secondo alcuni osservatori, questi legami tra università e
giustizia erano immediatamente visibili: ad esempio, nel vecchio organigramma,
il fratello del rettore era anche cognato del vecchio procuratore. Alcuni
arresti di magistrati e varie indagini ancora in corso stanno tentando di fare
luce su questi aspetti.
Chiaramente per certi versi il verminaio di Messina, nel suo insieme, è
espressione di un ambiente tipicamente siciliano e calabrese. Per altri versi,
però, quanto è stato scoperto a Messina porta alla luce problemi che non sono
soltanto di Messina, ma più in generale di tutta l’università italiana.
Infatti, dicono le cronache, una tesi fermamente difesa dagli innocentisti
locali era che le indagini dell’antimafia non avessero fatto altro che
scoprire <<vizi e stravizi comuni a tutto il paese>>. Era una tesi
sostenuta a spada tratta per difendere i delinquenti locali, ma ci parla
sottovoce di altri delinquenti su scala nazionale.
Le vicende messinesi delle lauree comprate e vendute, delle intimidazioni, delle collusioni, della spregiudicatezza di un sistema di potere, hanno un valore paradigmatico. Certo, la mafia è un potere primitivo e sanguinario, che prevarica uccidendo. Oltre la mafia ci sono molti altri gruppi di potere, rivolti allo scopo di realizzare cospicui interessi personali e di gruppo, che si servono di metodi meno sanguinari e primitivi, ma non meno illegali nella forma e immorali nella sostanza.
Varie caratteristiche dell’università italiana spingono in questa direzione, a cominciare dall’entità degli interessi in gioco. A Messina l’università è la più grande azienda della città: 500 miliardi di bilancio, 1500 docenti, 50.000 studenti. Soltanto le forniture della farmacia del policlinico muovevano miliardi e imbrogli di tutti i tipi; gli ambiti di intervento di un’università sono quasi infiniti (e spesso tenacemente nascosti); si va dai posti di lavoro ai contributi di ricerca, dalle cattedre agli appalti, dalla macchina di servizio ai viaggi all’estero, dai laboratori alle poltrone, dalle nomine alla delegazione. Insieme ai professori e agli studenti, un esercito di tecnici, telefonisti, uscieri, autisti, medici, infermieri, funzionari gravita intorno al bilancio di ogni singola sede.
Quella di Messina è un’università di medie dimensioni; se le dimensioni sono più grandi, i rischi sono di tipo romano, come quelli che secondo la pubblica accusa erano presenti nell’università di Roma e nella Facoltà di giurisprudenza (caso Marta Russo). Se le dimensioni sono più modeste, i rischi sono maggiori: le piccole università diventano spesso sede di un grande malaffare. In una piccola città, un bilancio annuo di cento miliardi è osso e polpa da ingrasso: attira automaticamente tutti gli appetiti delinquenziali esistenti sulla piazza.
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