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Il grande <<verminaio>> dell'università italiana.

 

  Con l’amara e perentoria conclusione <<L’Italia affonda>> il Corriere della sera concludeva, in termini assai espliciti e riassuntivi di un’analisi svolta giorno per giorno, il suo editoriale (non firmato, dunque espressione immediata della direzione del giornale) su uno dei più recenti episodi di cattiva gestione dell’università italiana: la sospensione, 5 settembre 2000, di tutti i test per l’ammissione nelle facoltà di Medicina e chirurgia. Con un altrettanto amaro e perentorio commento il Sole 24 Ore si esprimeva a proposito del più recente intervento di riforma dell’università: <<E’ difficile non pensare male di questa riforma pasticciata e velleitaria, dequalificante per gli studi, la ricerca e la cultura italiana. E anche questo decreto ne offre, purtroppo, una chiara conferma>> (5 dicembre 2000).

   Se l’Italia affonda, dunque, di questa tragedia l’università è simbolo e vergogna numero 1, in stretta competizione con la maniera di amministrare la giustizia (che soltanto raramente ha oltrepassato i cancelli universitari).

    In mezzo, tra il 5 settembre e il 5 dicembre dei due episodi citati con i relativi commenti, ci sono altri episodi che confermano il quadro tragico di funzionamento della struttura universitaria, con in primo luogo il caso  di Antonino Navarone e Anna Lasorella: diventati famosi in tutto il mondo per una loro scoperta rivoluzionaria nel campo dello studio dei tumori, hanno gridato ai quattro venti che erano stati costretti ad andarsene all’estero perché in patria avevano subito prevaricazioni di ogni sorta, inclusa la denuncia per diffamazione quando avevano protestato. Ha detto in quella occasione Antonio Iavarone: <<Avrei voluto che il prestigio di questo risultato ricadesse sul mio paese. Mi sento un esule e mi dà profondamente fastidio aver ottenuto tutto questo lontano dall’Italia. Sto cercando in tutti i modi di tornare, ma sono appena stato escluso da un concorso per diventare professore ordinario. E’ così. Negli Stati Uniti si valutano i risultati. In Italia altri fattori, che nulla hanno a che vedere con la scienza…>>.

      Questi episodi non sono eccezionali, ma normali nell’ambito di una gestione che ne colleziona tantissimi dello stesso genere. Raccontati in alcune opere pregevoli, in particolare in Riccardo Chiaberge, Cervelli d’Italia, Baldini e Castoldi, Milano 1996 e in Felice Froio, Le mani sull’università, Editori Riuniti, Roma 1996. Queste opere meritorie si soffermano brevemente sui temi del denaro e del potere all’interno dell’università, ma sono consapevoli che questo è il nodo fondamentale e specifico della situazione italiana. In una sua ricerca, Pier Paolo Giglioli sottolineava: <<Lo stereotipo popolare del docente universitario in Italia non è già, come nei paesi anglosassoni, quello di un individuo distratto, spesso vestito in modo bizzarro, che si trova pienamente a suo agio all'interno di un campus ed è relativamente ingenuo nelle pratiche della vita quotidiana…Nell’università italiana la cattedra è spesso usata come un conveniente trampolino di lancio per svolgere attività non accademiche…>>.

    Il tema dei finanziamenti dovrebbe essere occasione di analisi particolareggiate, affidate ai magistrati, anzi a magistrati e investigatori di grande esperienza. Di recente, ad esempio, il prof. Paolo Cherubino, preside di una Facoltà di medicina e noto anche perché molto attivo nella pratica medica (ha operato di recente il senatore Cossiga), ha dichiarato il 29 agosto 2000 a Il Giornale a proposito dei finanziamenti che arrivano dal ministero che <<c’è il problema della loro attribuzione, spesso burocratica, che segue criteri non sempre chiari>>.

   Assolutamente chiara è invece la situazione esistente presso il Consiglio nazionale delle ricerche, massimo ente che sovrintende la ricerca in Italia. Alla fine del 1997 fu pubblicato il rapporto della Corte dei Conti al Parlamento sulla gestione del Cnr, in cui erano esaminati gli esercizi dal 1991 al 1995 e in cui viene descritto un istituto che <<naviga negli sprechi e nell’inefficienza>>. Basti un dato per tutti: l’ente pubblico che dovrebbe sovrintendere alla ricerca spende il 69% del suo bilancio nelle spese di funzionamento: personale, affitti, bollette, stipendi, missioni. Per quanto riguarda quel poco rimasto alla ricerca, si riscontrano consulenze superpagate ad emeriti sconosciuti, distribuzione di soldi a pioggia per progetti improbabili, miliardi e miliardi buttati via. Nel mentre, l’istituto toglieva lo stipendio al premio Nobel Rita Levi Montalcini, perché <<il suo contratto è scaduto e non si può rinnovare>>!

    Questa idiosincrasia con i premi Nobel sembra una costante della nostra struttura universitaria. Carlo Rubbia, premio Nobel, venne bocciato dall’università italiana e poté ritornare soltanto dopo <<30 anni di ostracismo da parte degli atenei del nostro paese>>. Il premio Nobel Renato Dulbecco ha raccontato nel 1997 come il problema dei finanziamenti fosse al centro della sua decisione di ritornare negli Stati Uniti, nonostante vivesse benissimo in Italia e fosse innamorato del nostro paese. Mentre l’università navigava negli sprechi e nell’inefficienza, il premio Nobel Renato Dulbecco soffriva questo tipo di problemi: <<Vado a Roma e non posso prendere un taxi dall’aeroporto all’istituto o all’albergo; dovrei andare in treno o a piedi. In città dovrei usare il tram o l’autobus. Lo stesso vale per il soggiorno: non posso scegliere, dovrei andare in uno di quegli alberghi di infimo ordine previsti dal regolamento…>>.

    Come è stato messo bene in rilievo nel volume di Raffaele Simone, L’università dei tre tradimenti, Laterza 2000, in ogni sede universitaria c’è un blocco sociale che dall’università si allarga a quasi tutti i centri di potere locale. Molti magistrati vengono spesso irretiti e inseriti dentro questo blocco sociale, attraverso mille espedienti. Di tanto in tanto un giudice coraggioso compie un’irruzione, e sono dolori, come nel caso recente (sentenza del tribunale di Roma del 8 giugno 1999) di quei professori condannati per reati che vanno dal falso all’abuso d’ufficio e alla violenza privata, dopo cinque anni di indagini e di processo, di intercettazioni, interrogatori, perquisizioni.

   Ma processi di questo tipo sono eccezioni, mentre la norma è il contrario: un muro impenetrabile che con la scusa della cooptazione permette la continuazione di un degrado che prima ancora che illegale e immorale è antieconomico. Da  quanti punti di vista, quantitativi e qualitativi, dal numero dei brevetti al prestigio di titoli e istituzioni, l’Italia è troppo distante rispetto agli altri paesi moderni! Se, ad esempio, si guarda il lungo numero di articoli dedicati dalla rivista Nature agli scandali universitari, si nota che <<il fenomeno riguarda quasi esclusivamente l’università italiana>>; così leggiamo nel libro di Froio, p. 90, che ricorda anche le ben diverse procedure di valutazione seguite negli altri paesi (p. 214), e il ritardo denunciato dagli osservatori più autorevoli. Dice ad esempio Carlo Rubbia che la nostra situazione è <<assolutamente anomala>> a paragone con gli altri paesi del G7 (p. 199).

   Rispetto a quando fu pubblicato il libro di Froio, sono avvenuti molti altri casi di scienziati scappati all’estero, anche recentemente. Come Roberto Crea, l’inventore dell’insulina artificiale, che aveva anche tentato di tornare in Italia, ma gli hanno fatto subito decidere di cambiare idea e di rimanere in California; oppure il caso di Enrica Alteri, stimatissima studiosa della farmaco-vigilanza, che ha rilasciato dichiarazioni di fuoco sui bassi motivi accademici che le fanno preferire di rimanere a lavorare a Basilea.

    Non per niente molte spinte a favore della introduzione di nuovi criteri organizzativi dell’università italiana provengono dalla Confindustria o dalla Bocconi, mentre il grande arcipelago del malaffare è compattamente schierato nella difesa dell’ordine esistente. Quanto è grande l'arcipelago del malaffare? Su questo punto ritorneremo più avanti; intanto vale la pena segnalare che ovviamente esiste nell'università italiana tantissima onestà e correttezza e dedizione esemplare, ma è altrettanto ovvio che in una ricerca sulla criminalità dei colletti bianchi  gli aspetti più deprecabili siano quelli maggiormente presi in considerazione. 

Il volume di Giliberto Capano (L'università in Italia, Il Mulino 2000) è tutto proteso a dimostrare con efficacia e rigore che la situazione dell'università italiana non deve essere analizzata soltanto attraverso l'analisi della corruzione; afferma ad esempio che il tasso di clientelismo <<è sostanzialmente fisiologico>>, ma a parte una elementare considerazione su quello che è il tasso fisiologico di clientelismo in Italia, lo stesso autore in parte si smentisce quando si esprime a proposito dell'università come risorsa <<sprecata>> per il paese, come sistema in cui <<nessuno è responsabile di alcunché>>, eccetera (cfr. p. 36, pp.106-107 e passim). L'università italiana contiene il bene e il male; sicuramente moltissimo di buono e forse troppo di male. Proprio per consentire una più attenta riflessione su questi temi è stata promossa la presente ricerca sulla criminalità dei colletti bianchi.

 

 

 

 

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