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FLAIANO
O SHAKESPEARE ?
C'è una
mezza paginetta di Ennio Flaiano che ho riletto spesso durante gli anni recenti.
E' una metafora agghiacciante, che quasi sembra scritta dopo avere studiato la
vicenda di cui stiamo parlando: "Il calabrone entra nella stanza
illuminata, va a battere velocemente contro la lampada, le pareti, i mobili.
Rumore secco delle sue zuccate. Dopo un po’ si acquatta per riprendere forze.
Ricomincia contro la lampada, le pareti, i vetri, e daccapo la lampada. Infine
cade sul tavolo, zampe all'aria, la mattina dopo è secco, leggero, morto.
Non ha capito niente, ma non si può dire che non abbia
tentato".
Flaiano è tra i miei autori più amati; tra quelli che veramente vorrei
aver conosciuto e frequentato; credo di sapere a memoria quasi tutte le sue
battute mitiche. Di quella stagione gloriosa della cultura italiana è rimasto
in vita soltanto Pinelli, a 92 anni, il leggendario sceneggiatore dei capolavori
di Fellini, insieme a Flaiano. Sono andato alcune sere fa alla festa tenuta in
suo onore in un teatro romano. Ammiro sommamente, ma non incondizionatamente,
quella tradizione culturale. Perché non è la mia. Osserva tanto da vicino la
tradizione del menefreghismo e del pressapochismo
italico da confondersi in un certo senso con l'oggetto di osservazione.
Soprattutto, è una scuola che certo non pensa a far tragedie.
Non è la mia scuola. In un certo senso cresciamo tutti a
scuola, ma in un altro senso a ognuno la propria scuola gli cresce dentro: le
diverse evenienze della vita sono una scuola. Tanti anni fa, quando mi
chiedevano che cosa avrei voluto fare da grande, dicevo sempre: <<vorrei
fare il custode del teatro greco di Taormina>>. Non so se conoscete la
struttura. Alla sommità della collina scavata in cui si nasconde il teatro
greco di Taormina, quasi nascosta, c'è una vecchia casetta, porta e finestra,
saranno due stanze in tutto. Sono tuttora candidato, mi piacerebbe fare il
custode del teatro greco di Taormina, vivere dentro la classicità, la grecità,
l'eternità, lì presenti e palpitanti, in maniera tremenda e avvolgente. Sono
le stesse emozioni che nello stesso posto provò Goethe più di tre secoli fa.
Per sensazioni di questo tipo Kant coniò la sua celebre ridefinizione del sublime:
una soddisfazione estetica così intensa da comunicare anche la percezione
sottile e devastante della nostra tragedia personale: la nostra umana debolezza
e insignificanza. Non è la stessa scuola di Flaiano, con tutto il rispetto.
Il cuore del dramma greco è la lotta per la giustizia, una ricerca di
giustizia che può diventare ossessione, colpa, castigo, vendetta, tragedia. Non
è una cultura solamente greca o siciliana, tanto è vero che Shakespeare
condusse all'apoteosi quella tradizione.
Ricopio quanto ho scritto ad Alberto De Roberto in una situazione
veramente tragica; gli ho ricordato <<gli avvocati di Shakespeare, che
personalmente fu spesso protagonista nei tribunali, in misura assolutamente
eccezionale per il suo tempo. Aveva più di qualcosa da ridire con la legge: il
padre fu duramente condannato per una specie di lite temeraria giusto in tema di
diffamazione.
Due terzi delle opere di Shakespeare hanno scene di tribunale e spesso in
un modo o nell'altro egli ritorna sulla Giustizia e sui giuristi, anche quando
apparentemente non c'entra niente. Offre spazio a molte interpretazioni. Ad
esempio, è stato interpretato in un modo, e anche nel suo esatto contrario,
l'ambizioso programma di Dick il macellaio nell'Enrico
VI, parte seconda, 4.2.78: "Innanzitutto, ammazziamo gli avvocati"
(The first thing we do, let's kill all the lawyers). E’
un’argomentazione che ha suscitato discussioni pensose, delicate, infinite,
tra i giuristi più rappresentativi della cultura anglosassone; in particolare,
nel suo libro capitale in questa bibliografia specializzata, il Chief Justice Lord John Campbell nel 1859>>.
La cultura napoletana di De Roberto non so quanto abbia a che fare con quella di Eschilo o di Shakespeare. Tanto è vero che proprio non se n'è curato. Mi hanno detto che neanche è il genere di Franco Scoca. Tanto è vero che proprio non se n'è curato. Tutti e due dunque probabilmente non sanno niente del fantasma di Banquo, che appare a Macbeth e gli rovina il suo spocchioso trionfo. Macbeth sapeva di averlo ucciso, invece Banquo è risorto ed è un'accusa vivente per quella scelleratezza che Macbeth custodisce magnificamente segreta: <<ora i morti risuscitano, anche con venti ferite mortali, e ci cacciano dal nostro trono>>, dice Macbeth a vedere che il morto non è morto e vuole giustizia. Il fantasma di Banquo è ben diverso dal calabrone di Flaiano. Sarà pure vero che il calabrone finisce secco, leggero morto, ma è anche vero che Macbeth finisce decapitato.
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