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Brevissima e incompiuta filmografia su legalità e intelligence, in ordine alfabetico, mescolando classici e attualità
Un mercoledì
da leoni (Big Wednesday, prodotto in USA nel 1978) di John
Millius con Jan-Michael Vincent, William Katt, Gary Busey, Lee Purcell, Patty DArbanville, Robert Englund.
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Secondo i suoi ammiratori, John Milius ha fatto alcuni dei film più belli e più <<cinematografici>> della storia del cinema. Questo è il film intimista di un autore veramente e integralmente cinematografico, fondamentalmente epico, capace di sublimare nellepica le proprie contraddizioni (Milius ha fra laltro collaborato con Oliver Stone e ne condivide alcune tendenze di fondo, sia nella maniera di fare cinema sia nella maniera di interpretare la politica in un senso antisistema).
Negli anni sessanta tre amici vivono in sintonia assoluta col surf sulle spiagge della California. Il tempo fugge irreparabile e il destino cinico li divide, ma un grande appuntamento finale li riunisce sulle onde di una colossale mareggiata. Scandito su 4 tempi, che sono 4 stagioni e 4 celebri mareggiate (estate 62, autunno 65, inverno 68, primavera 74), allineate su quattro tempi critici della storia politica americana, il film è una saga in parte mistica e in parte leggendaria, sul malessere di una generazione americana e sullamicizia come via duscita, come speranza, come illusione forse, come antidoto per disperati. Di criminologico il film avrebbe poco da dire, ma come riflessione sul male di vivere non è da buttar via. In particolare il male di vivere dei registi hollywoodiani, che ci hanno consegnato una visione del mondo costruita sui propri incubi.
Ricordo che Aristotele è stato il primo teorico dell'amicizia nel senso moderno, priva dei contorni peculiari che si ritrovano in Platone. Tuttavia, il celebre frammento di Diogene Laerzio (che trascrive soltanto l'inizio di un'orazione di Aristotele non pervenutaci e sulla quale quasi non sappiamo niente) presenta Aristotele che comincia un suo discorso sull'amicizia dicendo: <<Oh amici, non ci sono amici...>>, e qui il frammento si interrompe sul più bello, lasciando spazio aperto ai commenti eterogenei di legioni di interpreti (alcuni eminentissimi, come Montaigne). Il punto è che il secondo segmento della frase non può essere letto separato dal primo; eppure, il primo è il contrario del secondo! Nietzsche poi capovolse lo stesso concetto, scrivendo: <<Oh nemici, non ci sono nemici...>>.
Antiamericanismo
"Dogville" had its première at last spring's Cannes film festival -
where many of the 4,000 journalists present were on the lookout not only for
great movies, but also for signs of anti-American sentiment as the Iraq war
surged through its early stages.
Danish director Lars von Trier is uncannily gifted
at pushing cultural and emotional buttons. He couldn't have made "Dogville"
in response to current world tensions, since it takes a long time to produce
such a lengthy, ambitious picture. Still, its debut came at exactly the right
moment to set pulses racing and spectators arguing. Politically, some found it an astute analysis of
contemporary mores - while others called it an anti-American diatribe by a
blowhard who's never visited the country he's criticizing. Artistically, some
hailed it as a cinematic breakthrough, while others moaned at its three-hour
length and groaned at its style, which uses a kinetic camera wandering around a
stylized stage set made of painted cardboard. This gives a deliberately artificial look to the
action, playing serious events against a setting that combines the ambience of
Thornton Wilder's play "Our Town" with something like a giant Monopoly
board. The main character is a woman (Nicole Kidman) who
arrives in fictional Dogville, Colo., on the run from dangerous criminals. The
villagers want no part of her, but a young man (Paul Bettany) persuades his
neighbors to shelter her for a while. Soon they start asking for services in
return, and as time passes she becomes a dehumanized servant of the whole
community. Then the criminals show up, throwing everything
we've seen into a new perspective that's at least as unsettling as what we've
seen so far. Does this add up to a ferocious critique of
American society, full of hypocrites masking selfishness and materialism beneath
a wafer-thin veneer of "individual responsibility" and "free
enterprise" values? Or is it more about the state of humanity in general
than the failings of Americans in particular? Cannes viewers were all over the map about this,
and a few internalized the debate, reaching highly conflicted conclusions. A critic friend of mine called it "a
masterpiece that is nearly unwatchable." I think the movie's style provides the key to its
substance. Style is always at the forefront of Mr. von Trier's imagination, and
he follows no self- imposed rules. He helped initiate the no-frills Dogma 95 movement
with "Breaking the Waves," and then broke all its rules by shooting
the flamboyant "Dancer in the Dark" with 100 choreographed cameras. Now he has entered yet another dimension, directing
one of the most stage-bound movies ever made. The main effect of his visual approach in "Dogville"
is to point up the illusory underpinnings of human experience itself, with all
its philosophical and ideological self-delusions. It also spotlights the existential isolation that
weighs on people who don't look beyond their own limited mentalities for larger
visions of what life, individuality, and community really are. Rather than a denunciation of American ways, it's a
cautionary tale about the dangers faced by any society that becomes smug,
self-indulgent, and arrogant. Von Trier relishes his reputation as a cinematic enfant
terrible, and he certainly tweaks American viewers during the final credits,
showing photographs of poverty and affliction in the American past. Look beyond such roguish gestures, though, and
you'll find a dramatic, challenging movie with messages that are as constructive
as they are radical
Mery per
sempre (prodotto in Italia nel 1989) di Marco Risi
con Michele Placido, Claudio Amendola, Alessandro Di Sanso,
Francesco Benigno, Roberto Mariano. 110.
Storia di un
insegnante democratico nel riformatorio Malaspina di Palermo:
fa scoprire limportanza della fiducia e del rispetto nei
confronti di ragazzi che quasi sempre sono soltanto sbandati e
vittime a loro volta. Di grande rilievo il testo originario di Aurelio Grimaldi. L'autore, fra
gli altri meriti, riesce a tirare fuori una grande capacità
espressiva da attori spesso non professionisti (che poi hanno seguito in parte
una vita parallela alle vicende raccontate nella finzione). E stato
giudicato il più rilevante film italiano degli anni Ottanta.
Anche oggi è un racconto per molti versi sconvolgente, che può
essere letto da diversi punti di vista, anche da destra, come amara riflessione
sulla difficoltà di costruire un carcere umanamente e politicamente
accettabile.
E la continuazione del film precedente; mostra, con grande pessimismo, quel che accade ai giovani, <<devianti minorili>>, quando escono da un riformatorio per troppi versi inadeguato al compito immane che dovrebbe affrontare. Ancor più che il film precedente, ripreso negli interrogativi sociologici e criminologici cruciali (rieducazione, repressione, contesto sociale, e così via), può essere letto da diversi punti di vista, soprattutto in considerazione della sorte tragica che nella realtà ha accompagnato alcuni dei protagonisti non professionisti. Come possiamo costruire quel carcere della rieducazione e della speranza di cui tanto si parla, quando la società fuori dal carcere è quella che è? Scritto anche questo da Aurelio Grimaldi.
In Italia il 53 % delle prigioni sono sovrappopolate, il 25 % sono vecchie di più di cento anni e in uno stato di drammatico bisogno di interventi ricostruttivi. Inoltre il 40 % dei prigionieri è nel carcere in attesa di giudizio. Secondo alcuni osservatori, l’aspetto più traumatico e sconvolgente dell’esperienza carceraria si dispiega pienamente sopra i non pochi innocenti, vittime di errori giudiziari, che indebitamente e inaspettatamente sprofondano in mezzo a quella varia umanità di sieropositivi (8 % circa della popolazione totale delle prigioni), tossicodipendenti (30 % circa della popolazione totale delle prigioni), spacciatori, assassini, immigrati che precedentemente non avevano avuto il piacere di frequentare; mentre i carcerati provenienti dalle subculture delinquenziali si ritrovano in cella insieme alle solite facce di famiglia e a volte vivono la galera alla stregua di un corso di specializzazione destinato ad essere presto esibito all’esterno come un titolo accademico ufficialmente conferito dai pubblici poteri: chi vuole esibire una patente delinquenziale vede la prigione come una tappa utile e necessaria di un curriculum formativo.
Separati e distinti dai delinquenti professionali e dai responsabili di gravi delitti, i delinquenti occasionali e i responsabili di delitti inoffensivi hanno pieno diritto a fruire di tutte le misure che mirano al reinserimento e sono alternative alla pena carceraria (affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, liberazione anticipata, detenzione domiciliare, liberazione condizionale). E’ accettabile che la pena diventi giudiziabile, cioè determinata non dalla sentenza ma dalle decisioni del Tribunale di sorveglianza (anche se non è augurabile che questo trattamento sia esteso a tutti i reati). E’ opinione comune che il carcere dovrebbe essere sostituito quanto più è possibile da soluzioni che siano contemporaneamente miti e tali da garantire l’incolumità dei cittadini. Ad esempio, per molti tipi di reati, la pena detentiva potrebbe essere efficacemente sostituita da una pena di carattere economico o riparativo nei confronti delle persone e dei beni danneggiati (come si comincia a fare nei frequenti episodi di teppismo e di vandalismo). Soltanto nei casi estremi, la reclusione rimane l’unica via percorribile, con a volte una sua evidente utilità per lo stesso detenuto (oltre che per le potenziali vittime).
CIA
The Quiet American ( e "A proposito di Schmidt")
Un
uomo si pulisce il sangue dai pantaloni. Intorno c'è un tappeto di cadaveri,
bambini con le budella per terra. Un attentato. Realizzato con la complicità
dei servizi segreti degli Stati Uniti d'America. Saigon, 1952. Un altro uomo, da
poco in pensione, piange. Ha appena
ricevuto per lettera un disegno. Di un bambino in Africa, Ngubu, che il signore
ha adottato a distanza. Il disegno mostra un adulto che tiene la mano di un
bambino. Nebraska, 2003.
Due
facce di una nazione. Quella dei quiet americans. Americani tranquilli.
Carini, affabili. Corretti, idealisti. Innocenti, diresti
quasi, soprattutto e proprio quando parlano di ideali. Gli ideali sono il loro
forte: la libertà degli altri paesi è una loro passione, anche quando
viene brandita come una clava. L'innocenza americana è uno dei grandi totem
della cultura e dell'immaginario collettivo degli Stati Uniti: l'innocenza
perduta è uno dei temi ossessivi dell'America e del cinema americano, che parli
di Vietnam o dell'assassinio Kennedy, che parli delle guerre indiane (Piccolo
grande uomo di Arthur Penn) o del seme della violenza su cui è fondata la
nascita dello Stato americano (vedi Gangs of New York, l'ultimo Martin
Scorsese).
Un'innocenza
di cui l'America si nutre e di cui bombarda il mondo. Un'innocenza - che ama
rappresentarsi come candida, infantile, ingenua - che non è mai esistita. Ma
quest'innocenza idilliaca affonda le sue radici nell'immagine che ha di sé la
grande, immensa, provincia americana. È fatta di piccole cose: la candida
casetta con il garage, l'hamburger, gli affetti familiari, la dedizione per il
lavoro. È lì, nella provincia, che trova la sua somma celebrazione, lì trova
linfa vitale, lì inizia a fluttuare dalla dimensione personale a quella
collettiva, da quella collettiva fino a quella mondiale.
E’
un duro (e dolente) viaggio alle radici dell'interventismo Usa: non solo e non
tanto quelle, per così dire storiche (siamo nel Vietnam del '52, quando il
paese era ancora sotto controllo francese, e l'«ingerenza» statunitense è
appena agli albori), ma anche e sopratutto «ideologiche», nel senso più
squisitamente culturale del termine.
Un
film, per così dire, di marca «democratica», bloccato, congelato per oltre un
anno, dopo il crollo delle Twin Towers: troppo imbarazzante, per la casa
produttrice, la Miramax di Harvey Weinstein, perché racconta con grande
efficacia e franchezza le radici dell'interventismo a stelle e strisce nel
Vietnam.
Troppe,
per il prudente Weinstein, le analogie con l'imminente tragedia irachena: il «quiet
american», l'americano tranquillo cui fa riferimento il titolo, è nientemeno
che un agente della Cia (Brendan Fraser)... costui si finge un volonteroso
idealista venuto a Saigon per
«motivi umanitari», e usa le stesse parole - le stesse - che oggi
rimbombano dalla Casa Bianca: noi siamo chiamati a liberare questo paese, è
nostro dovere. Allora era la «lotta al comunismo», oggi è Saddam il
dittatore, ma la sostanza non cambia. È un uomo che mostra sempre di essere corretto,
valoroso, anche per le strade di Saigon porta sempre a spasso il suo cane,
vestito con la camicia simil-hawaiana: pure quando annuncia al suo rivale che
sta per soffiargli la donna, sempre tranquillo e ragionevole, anche mentre
complotta con un losco generale vietnamita in barba ai militari francesi, ancora
impantanati tra le risaie vietnamite.
Tutta
farina del sacco di Graham Greene, per la verità, che scrisse il romanzo da cui
è tratto il film negli anni cinquanta. Profetico.
Questo film ha avuto vita difficile, s'è detto. È stato ad un passo dal
boicottaggio: Michael Caine e Sydney Pollack, qui nelle vesti di produttore
esecutivo, si sono dannati non poco per salvare la pellicola, aiutati in questo
da un nutrito gruppo di critici cinematografici, convinti
dell'importanza del progetto. Facile riconoscere nel film i «semi» del
presente, il fantasma dell'Iraq. Lo dice a chiare lettere lo stesso
Pollack: «The Quiet American mostra come andammo a cacciarci in una
situazione politica e militare impossibile, avendone sottovalutato
complessità e rischi. Quello era il Vietnam, ma non mi sorprende che oggi il
pubblico vi riconosca il presente».
Eppure
(o probabilmente proprio per questo) negli Stati Uniti fanno la fila per
vederlo. Attualmente è diciottesimo nella classifica dei film più visti in
America. L'ingenuità - ottimistica e sentimentale, culturale fino ad essere «politica»
- è il fondamento su cui poggia l'interventismo complottardo dei Pyle: crede a
Pyle chi non ha dubbi sull'ineluttabilità, unicità e indubitabilità dell'american
way of life. La quale è fatta
delle certezze degli Schmidt: la carriera, la famiglia, la purezza del sogno a stars
& stripes (un estasiato - e ingenuo - Schmidt ad
un certo punto visita un museo che celebra le immortali gesta dei pionieri).
Non a
caso, ambedue i film raccontano con attenzione quasi «antropologica» i tratti
dell'americano cosiddetto «medio»: la passione per piccoli ninnoli di ceramica
per Schmidt, la sua insistita gentilezza, la distanza siderale (ancora una
volta: culturale) che lo separa dal resto del mondo; la camicia hawaiana, il
cane da passeggio, le coloratissime cartoline dalle cascate del Niagara,
l'insistente «correttezza» nei modi e nei rapporti per Pyle.
Soprattutto,
i due mentono allo stesso modo: il primo alla figlia, al bambino adottato a
distanza della Tanzania, e soprattutto a se stesso; il
secondo all'opinione pubblica, e cioé al corrispondente del London Times
(un grande Michael Caine), apparentemente cinico, britannico, e
perdutamente innamorato di una bellissima vietnamita («l'ho iniziata alla
musica di Bach...» dice all'avversario) che Pyle il sempliciotto gli
soffierà col sorriso sulle labbra, sempre con l'aria di chi ti sta dicendo «è
tutto normale, è tutto giusto, siamo sempre animati dalle migliori
intenzioni», sempre con quell'espressione imperturbabile che ti dice «non c'è
dubbio, siamo noi i buoni».
Finché
non iniziano ad emergere i traffici di Pyle, sei portato a volergli pure bene,
come sei portato a voler bene al meschino Schmidt, con tutte le sue paure e le
sue bugie: ambedue sono talmente compresi nella loro visione del mondo da non
concepire altra possibilità che imporla. Il primo alla figlia (Schmidt non
vuole che si sposi con un tale che lui considera un idiota), il secondo
nientemeno che al Vietnam. Ovvero, al resto del pianeta.
Bugie
che The Quiet American disvela un bel giorno, quando due autobombe
esplodono al mercato di Saigon. Le immagini corrono impazzite da un ferito
all'altro, da un cadavere carbonizzato ad un bimbo mutilato.
L'«americano tranquillo» Adrian Pyle con un lindo fazzolettino bianco si
pulisce il sangue dai lindi pantaloni. È stato lui ad aver fatto avere agli
attentatori il materiale esplosivo. «L'ho fatto per dare un futuro a questo
paese», dirà al reporter del London Times. Ma la verità è
un'altra. È quella che al giornalista sussurra l'informatore vietnamita: «Arriva
un momento in cui devi schierarti, se vuoi continuare a
considerarti un essere umano». Non c'è spazio, in questa storia, per
l'innocenza.
-Questa recensione non l'ho scritta io e non la condivido, ma mi sembra comunque interessante e per questo la pubblico, ricordando che il New York Times ha aperto nell'Aprile 2003 un forum sull'argomento, preceduto dalla seguente premessa:
7. In the Forums: "The Quiet American,"
by Graham Greene
========================================================
The Reading Group is discussing Graham Greene's 1955 novel
about a jaded European journalist (Fowler) and an idealistic
American with a bold agenda for Vietnam (Pyle). Responding to
one reader who suggested an allegorical interpretation, a
reader commented, "There is a level at which Greene wants us
to take" the personal relationships in the book "as
emblematic of the struggle for southeast Asia."
"The book is about Fowler," says another reader; "The book's
allegorical characteristics are useful to the extent that
they provide context for Fowler." There is a discussion about
the motivation of Pyle. Responding to a previous post, a
reader said, "Your point about Pyle perhaps being more
disinterested than naive goes right along with my feeling
that he might not be as innocent as he seems. He reminds me
of other well-meaning people on a mission who are quite
capable of overlooking just about anything in the service of
their ideal."
http://www.nytimes.com/ref/books/review/reading-group-picks.html?8bu
**1/2 (PG-13)
January
31, 2003
BY
ROGER EBERT
'The
Recruit" reveals that the training process of the Central Intelligence
Agency is like a fraternity initiation, but more dangerous. At one point
would-be agents are given a time limit to walk into singles
bar and report back to the parking lot with a partner willing to have sex with
them. Uh, huh. As for the Company's years of embarrassments and enemy spies
within the ranks? "We reveal our failures but not our successes," the
senior instructor tells the new recruits. Quick, can you think of any event in
recent world history that bears the stamp of a CIA success?
The
senior instructor is Walter Burke, played by Al Pacino in a performance that is
just plain fun to watch, gruff, blunt, with a weathered charm. He recruits an
MIT whiz-kid named James Clayton (Colin Farrell), who turns down a big offer
from Dell Computers because he wants to know more about the fate of his late
father, a CIA agent. Or maybe because he uses a Macintosh.
Clayton
is taken to The Farm, a rustic hideaway somewhere in Ontario, doubling for
Virginia, where during the entrance exam he locks eyes with the lovely and
fragrant Layla (Bridget Moynahan). He also meets Zack (Gabriel Macht), a former
Miami cop who speaks English, Spanish and Farsi.
The
training process involves a series of Bondian sequences in which the agents
learn such skills as blowing up cars: (a) throw bomb under car; (b) detonate.
They are also taught about biodegradable listening devices, weapons usage and
how to shadow someone. And they are told of an agency superweapon that (I think
I heard this right) can plug into an electric socket and disable every digital
device connected to the grid. Agents: Be sure Mr. Coffee has completed his
brewing cycle before employing weapon.
The
early scenes in the film are entertaining, yes, because Pacino works his
character for all its grizzled charm, and Colin Farrell is not only enormously
likeable but fascinates us with his permanent four-day beard. His chemistry with
Layla is real enough, but come on: When he walks into that bar to pick up
someone, doesn't it occur to him that it is hardly a coincidence that Layla is
already there? Mata Hari would make mincemeat of this guy, but the girl shows
promise; as Marlene Dietrich usefully observed, "It took more than one man
to change my name to Shanghai Lily."
Still,
it's intriguing to see these young trainees learning their job, and to hear
Pacino's observations, which are epigrammatic ("I don't have answers. Only
secrets."), hard-boiled ("They show you your medal. You don't even get
to take it home."), complacent ("Our cause is just") and helpful
("Nothing is what it seems. Trust no one."). Pacino's character wisely
sticks to political generalities, so that the film can play in foreign markets;
the closest it comes to current events is in the mention of Farsi, which is the
language of Iran, although, as Michael Caine likes to say, not many people know
that.
The
first two acts of the film are fun because they're all setup and build-up, and
because the romance between James and Layla is no more cornball and contrived
than it absolutely has to be. The third act is a mess. It saddles Pacino with
the thankless role of the Talking Killer (not that he necessarily kills). That's
the guy who has to stand there and explain the complexities of the plot when any
real CIA veteran would just blow the other guy away. By the time Pacino wraps
things up, we're realizing that the mantras "Nothing is what it seems"
and "Trust no one," if taken seriously, reveal the entire plot. There
is however a neat little misunderstanding at the end that earns a chuckle.
The
movie was directed by Roger Donaldson, who does political thrillers about as
well as anyone; his "Thirteen Days" (2001), about the Cuban missile
crisis, and "No Way Out" (1987), about a scandal in the Pentagon, were
gripping and intelligent, and "The Recruit" is so well directed and
acted that only a churl such as myself would question its sanity. It's the kind
of movie you can sit back and enjoy, as long as you don't make the mistake of
thinking too much.
Assassinio
sullOriente Express (Murder on de Orient Express, prodotto
in Gran Bretagna nel 1974) di Sidney Lumet con Albert
Finney, Lauren Bacal, Martin Balsam, Ingrid Bergman, Jaqueline
Bisset, Jean-Pierre Cassel, Sean Connery, John Gielgud, Anthony
Perkins, Vanessa Redgrave, Richard Widmark, Michael York, Colin
Blakely. 131.
Dietro
lapparenza di una scelta in favore delle geometrie
razionalistiche, in verità Agatha Christie frequentemente
intraprendeva spericolate e pensose incursioni nella meccanica o
nella giustificazione dellassassinio. Come in questo caso,
o come nello straordinario e rivelatore Curtains, che fu
il suo canto del cigno. La vicenda si snoda nel 1934, sul celebre
treno, che viaggia da Istanbul a Calais, bloccato dalla neve. Se
lambientazione perfetta e i molti interpreti di gran classe
non distraggono, si potrebbero trarre varie discutibili morali da
questo miracolo di montaggio narrativo: ad esempio, <<tutti
siamo colpevoli>> o <<tutti ci dovremmo forse dare da
fare per leliminazione di certa gente che non merita di
campare>>. Dietro la scelta per moduli narrativi tecnicamente perfetti, la
Christie aveva anche una sua filosofia del delitto, che in Curtains è
svelata in un suo aspetto essenziale: si può uccidere con la parola e spesso
molte morti apparentemente naturali sono il frutto di un tentativo riuscito di
ammazzare moralmente e civilmente. Oscar per lattrice non protagonista a
Ingrid Bergman.
CORLEONE
by Roderick T. Beaman
The Oscar ceremony, Hollywood's annual spectacular of self-adulation by the chronically self- adulatory, is over. None of the venerated movies will ever have the impact of 'The Godfather'. Marlon Brando reportedly sought the role of Don Vito Corleone because of the similarities between American business and organized crime exemplified by the line, 'It's not personal. It's just business.' I was impressed more by the symbiosis between organized crime and government.
It's obvious that organized crime would not exist without government. No one disputes that if it weren't for Prohibition, organized crime would never have gotten the foothold that it did in the United States. After repeal, organized crime had to look elsewhere for its livelihood. It found it in gambling, prostitution, labor unions and, eventually of course, illegal drugs which was the central conflict of 'The Godfather'.
Organized crime exists only to provide goods and services that the government has declared illegal. Crime bosses are simply businessmen who operate on both sides of the law. With government touching all aspects of our business and daily lives, everyone must exist in some type of illegality and so we all become criminal. Of course, organized crime works these avenues for others that they have worked so often in the past for themselves, at a fee, of course.
In all three Godfather movies, it is astonishing how often the law, government and politicians intersect with the various criminals. Politicians and judges send their regrets at not being able to attend Don Vito's daughter's wedding but nevertheless send their gifts and letters. They don't have the courage to acknowledge their own truths, rising to their usual level of principle. A corrupt cop smashes Michael Corleone in the face for blurting the truth that he's been bought off by Corleone family enemies. He can't face the truth either. A Nevada senator does not hide his contempt for the Corleones but then goes to them for help when a woman winds up dead in his bed at a brothel. Then he becomes a Corleone family sycophant. The question then becomes who's worse - the politicians, the law enforcement people, the government or the gangsters? For me the gangsters are the best of them. They know what they are and don't pretend otherwise.
In a pivotal scene in 'The Godfather', Barzini, played to perfection by Richard Conte, tells Don Vito Corleone that he must share his connections with judges and politicians, otherwise they can not do their drug business. Earlier, Sollazzo, played perfectly by Al Lettieri, had referred to the judges that he (Don Corleone) carries in his pocket like so many nickels and dimes. And that is the absolute truth. They are morally nickels and dimes and have been bought off. Barzini finishes by saying that if Don Vito cooperates, he can expect reimbursement for it because, 'After all, we are not communists'. The other Dons present, laugh in agreement. Barzini acknowledges that Don Vito deserves compensation.
While the Dons may not be communists, working as they do with a risk-reward ethic, it should be obvious that communists are all gangsters. They rely on the same violence and fear to impress their wills on the reluctant. And that is the same force that the collectivists rely upon.
But there is another difference. Along with their non-pretensions, it's obvious that the gangsters are filled with self-loathing. Immediately, after the scene where Barzini, Tartaglia and Corleone arrive at their truce, Vito Corleone tells Tom Hagen, Robert Duvall's character, 'Tartaglia's a pimp'. There is no doubt that Barzini and Tartaglia are saying the same thing about Corleone. They all know what they are but you can never say the same about a government official. Pimps, yes, but they think they are righteous.
The book, 'The Godfather' begins with a quote from Voltaire, 'Behind every great fortune is a crime'. Quite so. Wherever there is a huge accumulation of wealth, you'll find that somewhere along the line someone got cut a deal, a deal that excludes competition under threat of government violence. That is gangsterism.
The movie has a grip on our psyches unlike any other. It speaks to the fundamental truth that we all inherently accept. Gangsters and government, whether this socialized system that we have installed or the totalitarianism of national socialism or communism, are like two sides of the same coin. One can not exist without the other. They operate under a system of coercion to enforce their wills. That is the nature of all government. Our American system uses fear, no differently from the others and it is arrogant of us to think otherwise just because we elect ours. We are corrupt like the empires of Adolf Hitler, Joseph Stalin, the Corleones, Gambinos and our great national fortunes like the Carnegies, Kennedys, Rockefellers and Bushes. Our system's violence while far less pervasive, nevertheless is as complete in the ultimate threat that it holds over us for non-compliance.
Wherever money grows, power, corruption and violence eventually graze. And they will all meet for their common meal until they and we die. In the meantime, they win and we lose.
Pasolini un
delitto italiano (coproduzione italo-francese del 1995) di Marco
Tullio Giordana con Carlo De Filippi, Giulio Scarpati,
Claudio Bigagli, Andrea Occhipinti, Nicoletta Braschi, Massimo De
Francovich, Claudio Amendola, Ivano Marescotti, Adriana Asti.
Il film è a
mezza strada tra romanzo e realtà, anche da un punto di vista formale:
mescola parti ricostruite per la macchina da presa e parti tratte
da materiale di repertorio, in bianco e nero. Tratta
della morte di Pier Paolo Pasolini, novembre 1975, lido di Ostia,
e del processo contro Pino Pelosi. Gli autori insistono nel
sottolineare che la verità definitiva su quellomicidio non
è chiara; tanto è vero che la prima sentenza sul caso
condannava il Pelosi per omicidio <<con il concorso
di ignoti>>. Anche se quella sentenza fu successivamente
modificata da altre sentenze, qualche ragionevole dubbio
rimane; anzi per molti amici di Pasolini (a cominciare da Alberto
Moravia, che scrisse chiaramente in tal senso, accusando se non ricordo male il
capitalismo e la borghesia) su quella morte
rimane un mistero. Ma non è un film su un mistero: è un
atto daccusa, non si capisce chiaramente contro chi, allo
stesso modo quasi delle accuse pasoliniane, che erano gravissime
e orgogliosamente rifiutavano di esibire nomi e cognomi precisi e
prove inconfutabili, ritenendo che in alcuni casi la logica e gli
indizi siano più forti e convincenti della mancanza di dati
sicuri.
JFK Un
caso ancora aperto (JFK, prodotto in USA nel 1991) di
Oliver Stone con Kevin Costner, Gary Oldman, Sissy Spacek, Jack
Lemmon, Walter Matthau, Kevin Bacon, Tommy Lee Jones, Michael
Rooker, Joe Pesci, Donald Sutherland, John Candy, Vincent
DOnofrio, Thomas Milian. 188.
Secondo alcuni è
tutto tranne che un film storico, eppure si presenta
immodestamente come tale, perché basato sul libro Il
complotto che uccise Kennedy, scritto da un procuratore di
provincia, fermamente convinto che John Fizgerald Kennedy sarebbe
stato assassinato, il 22 novembre 1963, da una cospirazione,
coronata dal successo grazie alla compiacenza dei più alti
papaveri del Governo e della CIA. Quella che in una bella scenetta di Io e
Annie era soltanto l'occasione di una straordinaria serie di battute, qui diventa ponderosa impresa
storiografica. L'assassinio di Kennedy da occasione per sbeffeggiare i poteri
costituiti, diventa occasione per spiegare i poteri costituiti. Secondo il regista,
John Kennedy sarebbe stato eliminato perché voleva svincolare
gli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam, danneggiando il
complesso militare industriale, che dalla guerra ricavava
giganteschi benefici. 8 nominations ai premi Oscar e due premi,
fotografia e montaggio, che secondo alcuni critici rivelerebbero la
vera natura dellopera: un film dazione,
paranoico per scelta e forse anche per ragioni di mercato, con vaghi
riferimenti ad una realtà ben più complicata. Quando la realtà
supera limmaginazione, allimmaginazione spesso non
rimane che una narrazione semplificata della realtà.
DROGA
'El Rey" is probably the only film among the 50 in the running for this
year's foreign-language Academy Award that had its reels searched for cocaine as
they left Bogotá's El Dorado airport, en route to France, where the film was
edited.
"There's always suspicion if anything leaves Colombia,'' says the film's
director, Antonio Dorado. "They figure there's got to be something
inside." Luckily, none of the reels was damaged by prying hands. Still, the search had
its built-in irony, considering that "El Rey" ("The King")
is a fictionalized account of Jaime Caicedo, Colombia's largely unknown first
cocaine drug lord, a violent but Robin Hood-type figure who rose to power during
the 1970s in Cali, Colombia's third-largest city. Dorado, a native of Cali, sees the film as Colombia's chance to tell its own
version of the drug war's beginnings, decades before the country became the
third-largest recipient of US military aid that it is today. Having police manhandling his reels wasn't the only hurdle Dorado had to
overcome, however. Colombia initially nominated "Maria Full of Grace,"
a high-profile favorite among US critics, as its entry for the Oscar for Best
Foreign Film. But the choice ran up against a little-known Academy of Motion
Pictures Arts and Sciences rule: Foreign-language films must be made largely by
people from the country doing the nominating. "Maria" was written and
directed by Joshua Marston, a US native. Colombia's answer was to choose "El
Rey." The five candidates for the foreign-language Oscar will be announced
Jan. 25. The series of events only served to underscore Dorado's belief that Colombia
needs to tell its own story. "This movie was made in answer to all the movies that have been made in
North America about 'the other' - about us,'' Dorado says. "I think Colombia is sufficiently mature to begin talking about this
whole thing with the drug trade, through real-life characters - characters that
we all know, events that we have all lived,'' he adds. Daniel Lesoeur, owner of Eurocine, the French company still looking to broker
a deal that would bring the film to US theaters, chose to back the film because
of Dorado's compelling characters. "The main character doesn't even realize that he is betraying his own
wife and his friends just to stay at the top. It's crazy,'' Mr. Lesoeur says. The movie, which is being shown on the US festival circuit, has outsold
"Maria" at Colombia's box office since its release. Carlos Llano, distribution director for Cine Colombia, says "El Rey"
has been "one of the top 10" movies of the year for Colombia in a
field crowded with Hollywood productions. Nearly 400,000 have seen the movie,
compared with about 150,000 for "Maria." Colombia's population is
about 40 million. "It's a credible, well-told story ... that creates a sense of identity
for people. Everyday people are more likely to see this movie than one about
rich people out of Hollywood,'' Mr. Llano says. Interestingly, the movie mixes biographical fact with the urban legend that
members of the Peace Corps opened the market for Colombia's cocaine three
decades ago. In the film, a Peace Corps worker named Harry works with El Rey to
move cocaine to New York and other US cities. "This is important because it offers an alternative to the idea that
Colombia has always been guilty of trafficking and the US has been the victim of
the trade,'' says Dorado. "This shows that the US also had a role in the
whole thing.'' Juan Carlos Vallejo, a former professor of international human rights law in
Colombia, believes that Dorado's film not only captures the cultural touchstones
of Cali's ambience in the 1970s but also avoids cops-and-robbers stereotypes
that Hollywood movies - such as "Collateral Damage" with Arnold
Schwarzenegger - have peddled. " 'El Rey' shows how drug trafficking permeated the entire society - to
the point where few of us can raise our hands and say, 'We had nothing to do
with that,' " Mr. Vallejo says. Vallejo knows about the social impact of Colombia's troubles: Threats he
faced due to his human rights work led him to seek political asylum in the US.
He now lives in Vermont and works with Amnesty International on Colombian issues. The former academic observes that many figures were sucked into El Rey's
vortex as his drug trade grew. But "Maluco," a policeman in the film,
resists bribery for years even though his colleagues are on the take. "Maluco shows that Colombia doesn't only have bad guys," Vallejo
says. "It also has people who struggle to make a better country even while
others are sinking it into international infamy by turning [it] into a 'narcodemocracy.'
" By Timothy Pratt | originariamente pubblicato su The Christian Science
Monitor, 2005
L'uomo della pioggia (Rainman, prodotto in USA nel 1997) di Francis Ford Coppola, con Matt Dammon, Claire Danes, John Voight, Mickey Rourke, Danny De Vito.
Coppola conferma in questo film la sua straordinaria capacità di fare cinema e di riuscire a trasformare in mito anche aspetti sgradevoli della realtà americana. Da una delle tante storie di ambito giuridico-forense di Grisham, qui è tratta un'opera lancinante, tenera, stupenda, perfetta per la capacità di mettere il generale nel particolare. Coppola ha trasformato in saga anche le più grandi schifezze, dalla mafia al Vietnam; stavolta è toccato all'avvocato semplice ed onesto, in lotta contro gli squali del mondo della giustizia, che per molti osservatori negli Stati Uniti rappresenta il peggio del peggio: proprio la quintessenza del peggio, come dice Michel Crozier in Le mal americaine). Il protagonista è Matt Dammon: una delle facce più pulite del cinema hollywoodiano, già interprete del memorabile remake di Profumo di donna. E' una storia alla Frank Capra: l'uomo comune contro tutti, da vittima ad eroe, in un mondo di oggi che è molto più squallido di quello di Frank Capra.
La morale del film è che l'idealismo soltanto, l'idealismo puro, in un certo senso disperato, temerario, donchisciottesco, l'idealismo metafisico di Parsifal, può essere contrapposto all'impudenza, al cinismo, all'avidità delle tante iene che sotto forma di avvocati, assicuratori, eccetera gravitano in particolare nei tribunali, intenzionati soprattutto a sbranare i malcapitati che si ritrovano negli ingranaggi della macchina giudiziaria. Film epico, eppure profondamente malinconico quanto soltanto le musiche indimenticabili del Padrino potevano Interpretazioni semplicemente strepitose, scene indimenticabili, colori tristi e dolorosi, grandissimo cinema soprattutto se visto nella sua immediata capacità di parlarci di uno dei massimi problemi del nostro tempo: il dramma della corruzione, dell'inganno e della frode nell'amministrazione della giustizia, negli Stati Uniti (e peggio ancora, peggio del peggio del peggio, in Italia). Grisham-Coppola dicono ad altissima voce che è un mondo talmente sordido da poter essere contrastato soltanto da eroi - e senza il lieto fine delle storie di Frank Capra.
La donna che
visse due volte (Vertigo, prodotto in USA nel 1958) di
Alfred Hitchcock con James Stewart, Kim Novak,
Barbara Bel Geddes, Tom Hellmore. 128.
Questo capolavoro di Alfred Hitchcock si basa su un copione deccezione: il romanzo Dentre les morts (1954) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Spunto di partenza è la storia di un investigatore che soffre di vertigini ed ha lincarico di sorvegliare la moglie di un amico. Lei si butta da un campanile, ma lui stranamente poi crede di riconoscerla in unaltra donna incontrata casualmente. Anche in questo caso pare proprio che il regista metta nel protagonista tutte le contraddizioni e tensioni del proprio inconscio gonfio di problemacci faticosamente pilotati: una vertigine di complessi, frustrazioni, repressioni, fobie e manie (qui incluse anche la necrofilia e il feticismo) che avrebbero riempito un volumone di psichiatria e sulla quale si sono esercitati un esercito di commentatori e ammiratori. Quasi tutti persuasi che la fantasia criminosa del loro regista preferito attingeva direttamente ad una difficile situazione personale, sublimata e decantata in vari modi. Nel film cè fra laltro una celebre rappresentazione cinematografica di un sogno-incubo-inconscio, costruita, se non ricordo male, con la consulenza di Salvador Dalì. Hitchcock si sfogava sublimando le sue inquietudini nelle avventure terrificanti di bionde irraggiungibili e glaciali; ma le persone comuni come possono fare?
Il mistero del
Falco (The Maltese Falcon, prodotto in USA nel 1941)
di John Huston con Humphrey Bogart, Peter Lorre, Mary
Astor, Sydney Greenstreet, Elisha Coork Jr., Walter Huston.
100.
Film
leggendario e
prototipo per la successiva mitologia cinematografica dellinvestigatore privato, qui Sam
Spade alle prese con variopinti farabutti in contesa per appropriarsi la statuetta di un falcone, che si presume sia
doro puro e alla fine si scopre essere invece una misera patacca (metafora
plateale). E la
celebre opera prima di John Huston, con
uno straordinario senso del ritmo, dellironia, e una grande
capacità di trarre il meglio dagli attori. Il copione si basa su un romanzo celebre di Dashiell Hammett, che fu
perseguitato dai maccartisti per i suoi rapporti con i comunisti
americani. Hammett, come Chandler in altre opere che diventeranno
altrettanto famose, dà unimmagine balzacchiana (o criptocomunista?) della
società americana: dominata dallinteresse, dalla
corruzione e dallillegalità, dove linvestigatore si
aggira come un cavaliere puro e duro. La classe dirigente a
livello locale e nazionale viene vista sotto unottica che
forse pretendeva di essere marxista, ma che in realtà era
macchiettista: un brando di farabutti; invece,
linvestigatore privato appare quasi un santo, una specie di Don
Chisciotte votato al fallimento, più romanticamente in Chandler,
più scetticamente in Hammett, ma sempre destinato al fallimento.
Intellettuali di due generazioni hanno guardato la società americana
attraverso questa immagine, per molti versi artificiosa e
ideologica, per quanto descritta in maniera avvincente. Il
film ebbe tre nomine per i premi Oscar; è visibile anche
in una versione recentemente colorizzata.
Quarto potere (Citizen Kane, prodotto in USA nel 1941) di Orson Welles con Orson Welles, Joseph Cotten, Alan Ladd. 119'.
E' l'indagine di un giornalista sul
mistero della morte di un magnate della stampa, che viene descritto in modi
diversi dalle diverse persone intervistate. Il mistero non è svelato, tranne
che per gli spettatori. Citizen Kane è un capolavoro, che regolarmente viene giudicato dai
critici cinematografici il più grande film di tutti i tempi; si apre e si
chiude inquadrando l’avvertenza No
Trespassing e si svolge tutto intorno al tema della impenetrabilità e della
enigmaticità di ogni esistenza.
Nella lettera in cui proibisce ad Arnold Zweig di scrivere una sua biografia, Freud dice: <<Chiunque si avventura nell’impresa di scrivere una biografia, soggiace per ciò stesso alla menzogna, alla dissimulazione, all’ipocrisia, all’insulsaggine e perfino alla necessità di nascondere un’inevitabile mancanza di comprensione, in quanto il materiale biografico non dovrebbe cadere nelle mani di nessuno, e se ciò accadesse, non dovrebbe venire utilizzato. La verità è inaccessibile: l’umanità non la merita. Non aveva forse ragione il principe Amleto quando si domandava chi mai potrebbe sfuggire ai colpi, se ognuno avesse quanto si merita?>>. Come Freud, in maniera analoga e con motivazioni analoghe, Orson Welles dice in una celebre intervista: <<Distruggete tutte le biografie....L’arte può spiegare la vita; la vita non spiega l’arte>>.
Quando Amleto si chiede chi mai potrebbe sfuggire alla giustizia, o
quando Montaigne afferma che il migliore di noi potrebbe essere impiccato per
almeno dieci buoni motivi (Essais, III, 9) entrambi mettono in rilievo il tema della difficoltà
di distinguere tra colpevoli e innocenti, che è ricorrente in tutta la storia
del pensiero umano. Se il segreto di ogni vita è impenetrabile, diventa non
sempre facile distinguere nettamente tra colpevolezza e innocenza.
Bronx (A
Bronx Tale, prodotto in USA nel 1994) di Robert De Niro
con Robert De Niro, Chazz Palminteri, Lillo Brancato, Katherin
Narducci, Joe Pesci, Francis Capra. 121.
Le opere che
trattano con un occhio di riguardo le storie dei mafiosi non sono
poche, e introducono riflessioni che si possono trascurare
sdegnosamente o che si possono leggere in maniera non
preconcetta. Diretto da un esordiente De Niro e tratto da un
intelligente atto unico di Chazz Palminteri, il film racconta
come nel Bronx italiano degli anni sessanta, un ragazzo subisce
linfluenza del boss del quartiere, che lo tratta con i
guanti gialli e lo prende sotto la sua affettuosa protezione,
come un altro padre, premuroso come quello vero, che è amante
della legge e non vede per niente con piacere il rapporto del
figlio col mafioso. Il messaggio finale dice che i veri duri sono
quelli che vanno tutti i giorni a lavorare, ma il racconto lascia
spazio a molte descrizioni clementi della malavita
italo-americana di quellepoca.
Il giorno della civetta di Damiano Damiani (prodotto in Italia nel 1968) con Franco Nero, Claudia Cardinale, Lee J. Cobb, Serge Reggiani. Sceneggiatura di Ugo Pirro.
Come e meglio di altri film rilevanti (ad esempio, In nome della legge di Pietro Germi), questo film straordinario può servire ad illustrare magnificamente la differenza tra vecchia mafia e nuova mafia. E può anche servire ad illustrare un problema che soltanto gli stupidi non vogliono vedere: è indubbio che la vecchia mafia ha suscitato anche momenti di comprensione in persone che personalmente con la mafia non avevano niente a che fare, o addirittura la combattevano coraggiosamente. E' proprio il caso di Sciascia, che in questa posizione non è per niente isolato: basti pensare a quell'altra testimonianza parallela sulla camorra che Eduardo De Filippo ci ha lasciato in Il sindaco del Rione Sanità.(che può essere rivisto in una videocassetta nell'impareggiabile interpretazione dell'autore). Nella luce dei molti autori classici che si sono occupati della criminalità organizzata di una volta, deve essere visto in questo film il famoso (e controverso!) scambio di battute a proposito di uomini, mezzi uomini, ominicchi e così via, che si conclude con un reciproco riconoscimento di superiorità umana tra il capitano dei carabinieri e il capomafia. Sciascia era un fiero avversario della mafia, ma ne sentiva in qualche modo il fascino ne comprendeva le ragioni (ovviamente, pur senza approvarle minimamente); in questo non era un isolato, tanto è vero che persino il giudice Falcone scrisse pagine apparentemente incomprensibili sulle lezioni morali che la mafia gli aveva dato! La distinzione tra vecchia e nuova mafia è importante e documentata al meglio da film come questi (anche se ovviamente rimane chiaro, come era chiaro a Sciascia e agli altri, che pure la vecchia mafia era spesso prevaricatrice ed assassina).
E' un aspetto della storia della mafia che è certamente difficile da digerire, ma va studiato, altrimenti chiudiamo gli occhi e rinunciamo a capire gente come Pietro Germi, Leonardo Sciascia, Edoardo De Filippo, Giovanni Falcone. Anche da questo punto di vista il cinema rivela la sua grande capacità di aiutarci a cogliere aspetti inesplorati e complicati, aiutandoci a capire, meglio e più di ponderose analisi storiche, criminologiche, sociologiche.
I cento passi di Marco Tullio Giordana (prodotto in Italia nel 2000) con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Tony Sperandio. Sceneggiatura di Marco Tullio Giordana, Monica Zapelli, Claudio Fava.
Il cinema italiano può ancora fare grandi film con pochi mezzi: è la migliore notizia cinematografica dell'anno. Fuori dal cinema, la realtà supera l'immaginazione, dalle polemiche di Alleanza Nazionale contro la designazione all'Oscar (tra parentesi, proprio studenti di Alleanza Nazionale mi hanno parlato del film in termini entusiastici), alle osservazioni di Liberazione, 2 ottobre 2000, che ha accusato perfino i carabinieri e il Corriere della Sera, chi per aver tentato di ostacolare chi per aver tentato di screditare le indagini sull'omicidio di Peppino Impastato. Il 6 dicembre 2000 la Commissione antimafia ha approvato all'unanimità un documento che, dopo un lavoro di anni diretto da Giovanni Russo Spena, ricostruisce lo stato di asservimento dl territorio in cui è maturato il delitto, e quel sistema di relazioni per il quale <<può essere avanzata l'ipotesi che l'aprioristica esclusione della pista mafiosa abbia potuto trovare una ragione nei rapporti tra la cosca di Cinisi e segmenti delle istituzioni con essa compromessi>>.
M Il
mostro di Düsseldorf (M, prodotto in Germania nel
1931) di Fritz Lang con Peter Lorre, Otto
Wernicke, Gustav Grundgens, Theo Lingen.
118.
Il film è un
capolavoro carico di temi straordinari della cultura
espressionistica e di quella weimariana, a cominciare dalla
rappresentazione di un tribunale dei criminali per molti versi
simile a quello rappresentato da Bertold Brecht in Lopera
da tre soldi. E la società dei criminali (abbastanza
organizzata anche nella Germania di quegli anni a quanto pare)
che infatti sotto la pressione della polizia riesce a trovare e
condannare il maniaco che violenta e uccide bambine senza farsi
mai acchiappare dalla polizia, che mette alle strette i
delinquenti professionali, danneggiandoli negli affari, e
costringendoli a organizzare una colossale caccia alluomo
(questa delinquenza organizzata viene rappresentata come uno
stato parallelo, che sul punto si rivela più efficiente di
quello ufficiale). Fritz Lang scrisse la sceneggiatura con la
moglie Thea von Harbou riprendendo un fatto di cronaca realmente
avvenuto. Insieme alla trattazione di varie tematiche classiche,
a cominciare dalla contrapposizione tra giustizia pubblica e
privata, il film raccoglie innanzitutto una forte meditazione
sulla colpevolezza universale, soprattutto nella celeberrima
arringa di autodifesa che il protagonista proclama davanti al
tribunale dei malfattori. Dicono che Peter Lorre avrebbe qui
interpretato per la prima volta il suo personaggio di deviante pseudolombrosiano, che potrà redimersi soprattutto nelle scene
esilaranti di Arsenico e vecchi merletti: gli assassini
più temibili hanno lapparenza più innocente.
Shining (The
Shining, prodotto in Gran Bretagna nel 1980) di Stanley
Kubrik con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd,
Scatman Crothers, Barry Nelson, Philp Stone, Joe Turkel.
120
Tutti quelli che
almeno una volta nella vita hanno avvertito qualche disagio
davanti ad una pagina bianca (incluse quelle del computer) non
faranno fatica a riconoscere un altro capolavoro del genio di
Stanley Kubrik, che qui prende spunto da un altro genio:
Stephen King. NellOverlok Hotel, sulle Montagne Rocciose
del Colorado, Jack Torrence, scrittore momentaneamente in crisi e
incapace di riempire la pagina bianca, costretto dal perfido
destino a sbarcare il lunario come guardiano dinverno,
capisce a poco a poco che la cosa migliore è fare fuori a colpi
daccetta i suoi cari: la moglie e la figlia. Come mostro
non cè male, ma quanta normalità cè, luccicante, shining,
dietro quella mostruosità, e come è forte a volte la tentazione
a lasciarsi andare! Allo stesso modo che per 2001: Odissea nello
spazio o per Arancia meccanica o per Lolita o per Il
dottor Stranamore, anche per questo film di Kubrik sono stati citati
archetipi e miti di tutti i generi, ad esempio quello di Saturno,
quello di Teseo, quello del Minotauro, quello di Edipo. Per
alcuni la filosofia generale dellautore culminerebbe in un
pessimismo assoluto sulle radici umane del male, per altri,
invece, cè sempre in Kubrik la possibilità di una
riconciliazione, dimostrata anche in questo caso da una luccicanza, shining, in verità non molto specificata.
Come in molti altri film di Kubrik, la versione in circolazione è
stata abbreviata, senza lapprovazione
del regista
PAURA
Io
non ho paura è il
primo film «su commissione» di Gabriele Salvatores. Ed è anche il suo film più
bello. In questo paradosso si nasconde il fascino di quest’opera davvero
singolare, che si candida fin d’ora all’impegnativo titolo di miglior film
italiano
del 2003. L’anno è ancora
lungo, staremo a vedere.
Io
non ho paura nasce da
un’idea prima soggetto cinematografico, poi romanzo di Niccolò Ammaniti:
una storia ambientata in una Lucania assolata (stupenda fotografia di Italo
Petriccione) che non sembra neanche il Sud dell’Italia, una terra di campi di
grano uscita dai Giorni del cielo di Terry Malick o da un film sovietico,
tipo La terra o La storia di Asja Kljacina. Sotto quella natura
bellissima, abbagliante e vuota si nasconde un segreto: in un buco nella terra,
è sepolto un bambino; un piccolo sequestrato, di nome Filippo. Un altro
bambino, Michele, lo scopre giocando. Rimane spaventato e incuriosito. Si reca a
trovarlo; gli dà dell’acqua, del pane. Diventa suo amico e pian piano scopre
perché Filippo è incatenato là sotto, e soprattutto scopre CHI l’ha
incatenato. Fermiamoci qui.
Questa
trama, sceneggiata dallo stesso Ammaniti assieme a Francesca Marciano, arriva al
produttore Federico Tozzi che contatta il suo quasi omonimo Maurizio Totti.
Assieme, decidono di affidare il film a Salvatores. Che rispetta scrupolosamente
il copione e aggiunge, come unica firma «dautore», la presenza di Diego
Abatantuono in un fantastico, coraggioso «cammeo»: sicuramente il ruolo più
sgradevole di una lunga carriera. Il film è bellissimo perché Salvatores ha
perfettamente azzeccato il tono (narrativo e visivo) che Ammaniti aveva
suggerito con il suo testo: nonostante si parli di anonima sequestri, e un tg
Rai letto da un giovane e sorprendente Emilio Fede collochi la vicenda
nell’anno 1978, non si tratta di un’opera realistica, né tanto meno di una
versione cinematografica di prodotti tv in stile Piovra o Montalbano.
Io non ho paura è un film mitico: non a caso Filippo, prigioniero in una
caverna, pensa di essere morto e si convince che Michele
è il suo angelo custode; e non a caso lo stesso Michele si inventa, per
giustificare la presenza di Filippo, una storia che allude al biblico
sacrificio di Isacco. Siamo in un mondo fuori dalla storia, in cui la natura è
bella e indifferente, gli onnipresenti animali (galline, cani,
rospi, bisce, formiche, gufi, lombrichi) osservano come muti testimoni il
dibattersi degli umani (in questo senso il riferimento a Malick, dal quale
Salvatores è giustamente onorato, è tutt’altro che una strizzata d’occhio
cinefila). In questa chiave è perfettamente accettabile un finale (da non
rivelare) che in un contesto realistico sarebbe suonato melodrammatico; il tema
del sequestro esce dalla sua dimensione di cronaca ed entra, appunto, nel Mito,
che è orale, poetico e anche cinematografico: il bimbo incatenato sottoterra è
per Michele una creatura delle fiabe, ma è anche un piccolo Filottete sporco,
macilento e ferito alla gamba dalla catena, nonché un novello E.T. (fate caso
come siano le braccine, magre e protese, ad entrare per prime
nell’inquadratura).
Come
tutti i miti riletti dal cinema, Io non ho paura ci dice cose profonde su
di noi, sulla nostra vita in questa assurda modernità: esattamente come i film
di Muccino e di Ozpetek, tanto per citare due ottimi incassi delle ultime
settimane, si interroga sulla famiglia italiana e sui mostri che si possono
annidare nel suo seno; ma mentre Ricordati di me e La finestra di
fronte parlano di una borghesia medio-piccola che ha solo sogni piccoli e
paure piccole, Io non ho paura ci parla di un terrore ancestrale e dei
mezzi, altrettanto primari, che un essere indifeso come un
bambino può usare per affrontarlo.
Il titolo, va da sé, è un esorcismo: e che cos’è l’arte, fin dai tempi della tragedia greca, se non un modo di esorcizzare la morte?
(non è una recensione mia, ma mi è sembrata interessante e per questo la pubblico)
Rashômon (Rashômon,
prodotto in Giappone nel 1950) di Akira Kurosawa con
Toshiro Mifune, Takashi Shimura, Masayuki Mori, Machiko Kyo.
88.
Liberamente ispirato dalla sovrapposizione di due racconti di Ryumosuke Akutagawa (1892-1927), il film di Kurosawa vinse il Leone doro a Venezia nel 1951 (e il Premio speciale agli Academy Awards del 1951), consacrando la fortuna di quello che viene considerato tra i più grandi registi della storia del cinema, già autore di opere straordinarie e successivamente di altri capolavori. La vicenda si svolge nel portico del tempio del dio Rasho a Kyoto nel XV secolo. Un servo, un boscaiolo, un bonzo rievocano un tragico fatto di sangue, davanti al quale hanno deposto in tribunale come testimoni, in merito alla aggressione e alla morte di un samurai che con la moglie, violentata, attraversava una foresta. A proposito della verità sul come si erano svolti i fatti, il boscaiolo racconta la versione del bandito e poi quella della donna. Ma il bonzo riferisce unaltra versione (completamente diversa dalle prime due, che erano a loro volta diverse tra loro): è la versione del samurai assassinato, che può raccontare la sua verità grazie allintervento di una maga. A quel punto, il boscaiolo riprende la parola, dice di avere assistito al delitto e narra una versione ancora diversa.
Non soltanto i testimoni possono sinceramente proporre verità diverse, ma lo
stesso testimone può fornire differenti versioni della verità. Estremo e
barocco, abissale ed alato, impregnato di echi della storia più inquieta della cultura
occidentale (da Faulkner a Pirandello,
che a prima vista hanno poco da spartire) come tante opere dello stesso regista
il film tra laltro
mostra quanto è grande il terreno comune tra cultura orientale e
cultura occidentale.
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