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L'esamificio della giustizia (2000)

 Quando frequentemente abbiamo occasione di lamentarci del funzionamento del sistema della giustizia, non sempre contemporaneamente ricordiamo che una delle cause di questo insoddisfacente funzionamento è il sistema formativo e selettivo del personale della giustizia: di certo paurosamente arcaico e, secondo alcuni, per certi aspetti immorale, per altri clientelare, familistico, nepotistico, correntizio, e via seguitando, comunque troppo spesso fuori o ai margini della legalità - ed è veramente troppo, visto che stiamo parlando di chi alla legalità (degli altri!) dovrebbe dedicare la propria vita professionale. Quis custodiet custodes?

L'estate del 2000 ha pesantemente fatto venire il sospetto che l'intero sistema dei concorsi in Italia sia all'italiana. Questa realtà peculiare non sempre è oggetto di adeguata riflessione: dai concorsi della scuola ai concorsi degli avvocati, il sistema dei concorsi in Italia lascia a desiderare sotto molti profili. Professioni, carriere, studi e apprendistato sono organizzati attraverso un esamificio che fa acqua da tutte le parti.

La recente catena di scandali negli esami di abilitazione all'insegnamento ha fatto risaltare quanto in molti casi sia duro, miserabile, sboccato, greve, svergognato il metodo di selezione dei futuri insegnanti. Dalle intercettazioni telefoniche grondano bestemmie, milioni, collanine, mutandine, <<che cazzo>> e <<fregna>> come unanime punteggiatura. Quando Tullio de Mauro è andato in televisione a dire che si trattava di casi isolati, ha suscitato giovialità maggiore di quando aveva additato Marx come esempio di pensatore liberale. In un suo articolo di commento alla vicenda, Giampaolo Pansa ha riportato una opinione assai diffusa: meglio evitare di prendersela troppo; i concorsi per la scuola hanno rivelato una Concorsopoli che non deve scoppiare per carità di patria: <<Chissenefrega di qualche ragazza che ha comprato un posto da maestra. Poveraccia: se andava a battere fingendosi albanese, avrebbe fatto i milioni e si sarebbe divertita di più>>.

Ovviamente più compassato e felpato l'eloquio a commento della tragicomica barzelletta degli esami da avvocato a Catanzaro (con 2295 compiti uguali perché dettati da un esaminatore!), in cui si sono uniti molti protagonisti del mondo migliore che ci aspetta: supremi cultori del formalismo giuridico, intemerati copiatori provenienti da tutta Italia (inclusa la Padania) e da tutte le categorie sociali (incluse le forze dell'ordine). Il presidente del Consiglio nazionale forense ha osservato: <<Un esame fatto così non ha senso e verrebbe quasi la voglia di abolirlo. Va cambiato. Favorisce lo scadimento della professione...>>. Più sarcastico il vicepresidente dell'associazione nazionale praticanti avvocati: <<Dopo tanto si è scoperta l'acqua calda>>. Più insidiosa la candidata che dice così a Gian Antonio Stella: <<Io mi son fatta l'idea che ci fossero tra di noi figli di papà raccomandati che dovevano passare. Amici di amici. Tutto qui. Non vedo tutto questo scandalo. E' sempre andata così. … Per mettere nei guai noi, dovrebbero mettere nei guai un sacco di giudici e commissari di questi anni. Ma quando mai gli conviene?>>.

Nei guai anche dei giudici? A proposito, e che succede nei concorsi dei magistrati? Gli addetti ai lavori sanno benissimo quante polemiche sono state sollevate in merito a concorsi per magistrati in cui i tempi di correzione sono apparsi assai improbabili. Bene: tempi e modi di correzione sono per molti versi opinabili o, anche se palesemente iniqui, legalmente non perseguibili; i contenuti invece sono al di fuori d ogni sospetto: si può diventare magistrato in Italia senza avere mai studiato psicologia, criminologia, sociologia e senza avere letto una riga di Cesare Beccaria. Si possono esaminare casi di miliardi con sparute conoscenze economiche o casi di rilievo internazionale senza aver mai studiato una parola d'inglese e del funzionamento dei sistemi legali anglosassoni.

Ovviamente, mentre sul piano dei criteri formativi non esito a definirli arretrati e pericolosi, non posso pronunciarmi a proposito dei criteri morali preminenti nelle commissioni d'esame. Come tutti, conosco magistrati veramente integerrimi e profondamente preparati, tanto da essere di gran lunga più preparati di molti miei colleghi professori universitari. Ma sono minoranza o maggioranza? C'è da dubitare di un sistema che ha consentito ad Antonio Di Pietro di superare gli esami scritti di ben tre prove concorsuali?

Negli Stati Uniti, l'organo di stampa più autorevole per quanto riguarda gli addetti ai lavori, nel settore della giustizia, è il prestigiosissimo Journal dell'American Bar Association. Nel numero dell'agosto 2000, fresco di stampa, c'è un articolo di John Gibeaut, senior writer del Journal, dal titolo inequivoco: Who Really Controls the Judge Selection Game? Nell'articolo (che può essere comodamente letto e meditato attraverso un semplice collegamento al sito dell'American Bar Association: www.amebar.org) si possono, fra l'altro, leggere istruttivi e corposi riferimenti ai pareri di Seth S. Andersen, direttore del Judicature Society’s Hunter Center for Judicial Selection, che ha promosso uno studio complesso su questi temi, e di Don L. Horn, membro del Florida Bar Board of Governors, che ha fra l'altro affermato: <<ogni idiota può diventare un giudice, e, credetemi, ce ne sono>>. Non equivochiamo: sono problemi dell'America. Viva l'Italia!

 

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