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Aspettando la riforma nel settore della sicurezza (pubblicato nel maggio 2008)

Le elezioni del 2008 si sono chiuse con un risultato netto. Da molte parti si aspetta una riforma, o meglio una serie di incisive riforme nel settore della sicurezza. E' un problema urgente e grave?

A fine maggio 2008, davanti alle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato,  il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha disegnato un quadro della sicurezza definito «preoccupante» da Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl; «un vero e proprio grido d’allarme» secondo Filippo Berselli, presidente della Commissione Giustizia del Senato. Secondo un giudizio grosso modo unanime "le affermazioni del capo della Polizia sono risuonate secche come scudisciate". Questi commenti sono stati minimalisti: la situazione della legalità e dell'ordine pubblico, in Italia, è drammatica: da Torino (dove i vigili che prendono le contravvenzioni aggrediti) sino alla monnezza napoletana, che ha esaurito ogni possibile parola di biasimo e di commento.

Che si può fare? Mi limito a ribadire alcune argomentazioni meglio  e più ampiamente ragionate in vari volumi e in queste pagine.

Innanzitutto sarebbe necessaria una forte riduzione dell’incertezza normativa e sostantiva. Infatti, ad inizio 2006 si chiuse in Italia una legislatura nella quale i temi della sicurezza risultavano nell’opinione comune tanto controversi quanto nebulosi. In seguito la situazione non è migliorata per niente. Simbolo di questa situazione è forse la mancata riforma di un codice penale che nella sua stesura originaria è vincolato ad un’età storica assai diversa dalla presente; è vero che la mancata riforma si protrae da molte legislature, ma anche quando c’era una maggioranza parlamentare solida (che era stata eletta anche perché innovasse decisamente in materia di sicurezza) non è stato possibile innovare significativamente nel settore. A parte alcune misure che avevano  suscitato larga discussione (ad esempio, nel caso della legittima difesa), anche quando c'è sta una maggioranza abbastanza ampia, non è avvenuta quella incisiva riforma e sistemazione che molti si augurano da tempo.

   Il problema è di particolare evidenza in riferimento ad esempio alla mancata definizione della figura professionale del criminologo, in Italia lasciata all’immaginazione dei cittadini. Soprattutto evidente è la situazione precaria della vigilanza privata e della investigazione privata, lasciata ad un Testo che era stato redatto negli anni trenta del ventesimo secolo! La mancata approvazione della cosiddetta legge sulla sicurezza sussidiaria riflette in pieno la situazione arretrata ed intricata nella quale si trovano ad operare decine di migliaia di addetti nel campo privato della vigilanza, dell’investigazione, della sicurezza.

   Se l’investigazione privata naviga in acque paludose e stagnanti, l’investigazione pubblica naviga invece in acque livide e  tempestose. Secondo gli esponenti più qualificati dalla magistratura italiana ci sarebbe una “guerra contro la magistratura” condotta dalla principale forza politica italiana; mentre secondo gli esponenti più qualificati della forza di governo ci sarebbe “un piano antidemocratico” capitanato da eminenti magistrati, rivolto a contrastare o a deviare le libere consultazioni elettorali. Queste inquietanti prospettive non sono di poco conto, visto il ruolo della magistratura nel sistema investigativo italiano; e visto inoltre che questo ruolo è assai contestato: la riforma dell’ordinamento giudiziario mette in questione l’organizzazione e il compito finora svolti dalla magistratura e i rapporti tra magistratura e forze di polizia nello svolgimento delle indagini. Mentre si confrontano opzioni contrapposte, il comune cittadino percepisce il problema della sicurezza come sempre più grave e si chiede quale sia la giusta natura di una delle più interessanti idee apparse in questi anni, relativa all’esistenza di uno Stato criminogeno.  Di fatto, rimangono enigmatici non soltanto gli eventi investigativi apparentemente più semplici (e da questo punto di vista il caso Cogne è veramente paradigmatico), ma anche i casi più noti della nostra storia giudiziaria, dai compromessi eccellenti nella questione mafiosa all’attentato al Papa Giovanni Paolo II, fino all’uccisone di Aldo Moro, di Pasolini, di Mattei, e così via. Da Ustica all’Italicus, esiste una serie molto ampia di casi giudiziari irrisolti; da questo fatto elementare discendono conseguenze di carattere generale. Le vicende giudiziarie sulla strage di Piazza Fontana sono il simbolo della storia dell’investigazione pubblica nell’Italia repubblicana: dopo più di trenta anni e di undici processi, il mistero d’Italia per eccellenza rimane senza mandanti ed esecutori. Esistono  molte altre vicende simili, come la strage di Piazza della Loggia, ma questo è il maggiore degli insuccessi investigativi in merito ad una stagione che, dal 1969 al 1980, costò 12.690 attentati, 362 morti, 4490 feriti. Come ha notato il senatore Guido Calvi non si può dire che non sappiamo completamente nulla in merito a quella stagione; anzi, molti segmenti di verità sono stati acquisiti per via giudiziaria. Ma, nel complesso, le aspettative di verità sono rimaste largamente insoddisfatte, sia in riferimento ai grandi casi politici, sia in riferimento ad una miriade di casi criminali “normali”, dal caso Adriano Sofri al caso Simonetta Cesaroni.

        Insieme agli insuccessi dell’investigazione, nel corso degli anni è diventato rilevante il problema della crescita della illegalità, come è dimostrato sia da quelle carceri europee che tutte scoppiano di detenuti, sia da quella sorta di guerra civile silenziosa che è descritta da alcuni autori e che sembra minare dall’interno le nostre società (e che secondo molti sarà ulteriormente aggravata dall’avvento di una collettività pienamente multietnica). Nel sistema giuridico italiano sono preminenti gli aspetti non soltanto enigmatici, ma soprattutto inefficienti o contraddittori; in questo senso, per avere una misura del ritardo istituzionale ed intellettuale  basta rileggere le pagine luminose di Cesare Beccaria, con il richiamo alla necessità di una pena non già severa, ma pronta e certa: sono righe scritte nel Settecento, ma ancora di bruciante attualità, soprattutto per quanti si occupano di investigazione.

Molto dovrebbe essere fatto da un punto di vista istituzionale. Vista la preminenza dei problemi del terrorismo, sarebbe necessaria una ridefinizione della missione dell'intelligence in un mondo sempre più disordinato e pericoloso (il nuovo mondo rivelato dall'11 settembre); una nuova legge (che per cominciare ridefinisca le garanzie funzionali, riprendendo il disegno di legge Frattini dell'altra legislatura); una nuova struttura (nata dall'accorpamento di Sismi e Sisde); gente nuova (trasferendo i raccomandati e i nipoti dove possono fare meno danni); una nuova mentalità (apertura al mondo esterno e ai controlli, in maniera da non ripetere casi come Abu Omar).

Avvenimenti come il caso Telecom insegnano che in Italia è importante ed urgente intervenire nel settore ristabilendo confini ideali, legalitari, funzionali.

Ci sono stati in Italia uomini e tempi dell'intelligence come quelli rappresentati dall'ammiraglio Martini. Una nuova stagione può e deve ricominciare, che coinvolga la parte operativa, quella programmatica, quella formativa dell'intelligence. I progettati attentati di Londra, 10-8-2006, dovrebbero spingere molto in tal senso. E' questa la lezione di una crisi profonda del settore.

 

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