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Dallo Stato etico allo Stato confusionale (e criminogeno)

   Culmine e gloria della storia europea, l'idea di Stato voleva mettere la Ragione al governo dell'umanità. Lo Stato sociale, poi, per autori come Dahrendorf rappresenterebbe una svolta storica di portata epocale, perchè tende a liberare da miserie plurisecolari. Si tratta certamente di una conquista costituita dalla convergenza di esperienze maturate in contesti molto diversi, ma che nel tempo si sono influenzate reciprocamente: il liberalismo interventista di Lord Beveridge; l'eredità storica della socialdemocrazia tedesca; il pensiero sociale cattolico; il paternalismo statalista della tradizione francese. Lo Stato sociale ha rappresentato il sostegno primario per i successi straordinari della economia sociale di mercato.

    Lo Stato sociale era l'ultima versione di un processo storico complesso; una versione tra le molte dell'idea di Stato. In Italia abbiamo avuto durante il fascismo un tipo di Stato che con Hegel e Gentile si definiva uno Stato etico. Per avversione nei confronti del fascismo, molti hanno rifiutato l'idea che ci dovesse essere etica nello Stato e hanno piuttosto pensato alle mille altre versioni esistenti dell'idea di Stato: lo Stato minimo, lo Stato di polizia, lo Stato provvidenza, lo Stato del benessere, lo Stato guardiano notturno, lo Stato partito, lo Stato totalitario, e così via. Soprattutto, in Italia si è affermata una particolare versione di quello che in Europa si chiama lo Stato sociale: lo Stato assistenziale, caratterizzato spesso da fenomeni di esasperato clientelismo, cattiva gestione, pratica spartitoria o consociativa, estesa corruzione, inefficacia e inefficienza.    

   E' consolidata opinione comune che in Italia la situazione dell'insieme delle strutture pubbliche sia decisamente grave. In tutti i paesi moderni esistono problemi di sovraccarico burocratico, di elefantiasi legislativa, di crisi del diritto, di trasformazione della giustizia in spettacolo, di inefficienza istituzionale, di disaffezione dei cittadini nei confronti della politica. Ma ogni paese vive questa situazione a modo suo: alcuni problemi sono particolarmente gravi in un paese, ma inesistenti in un altro. Secondo una metafora felice di Luciano Gallino, una persona può soffrire di artrite, un’altra di allergia, un’altra di sifilide, un’altra di arteriosclerosi, e così via, ma è raro che la stessa persona possa soffrire contemporaneamente di tutte queste malattie. La situazione italiana è caratterizzata dalla compresenza di una serie di gravi malanni, che hanno la loro origine in gravi inefficienze istituzionali. In nessuno degli altri paesi economicamente e socialmente comparabili con l’Italia c’è lo stesso numero enorme di leggi e regolamenti, vecchi e contraddittori; in nessun altro paese c’è la stessa crisi del sistema legale nei suoi aspetti preventivi, repressivi, regolativi.

   Ignoti gli autori di oltre il 90 per cento dei furti e di oltre l’80 per cento delle rapine, anni per fissare la prima udienza in tante vertenze, anni d’attesa per una risposta a denunce indignate, la giustizia tributaria paralizzata da milioni di liti pendenti, la giustizia civile paralizzata da milioni di cause che procedono lentamente, migliaia di ricorsi presentati alla Corte europea per i diritti dell'uomo, discussioni infinite a proposito di cause e rimedi.

    L'arretrato della giustizia civile viene definito <<allucinante>> o <<spaventoso>> dai maggiori studiosi italiani, e davvero molte cose sono fuori dalla comune immaginazione, a cominciare dalla sproporzione enorme tra i circa due milioni di cause civili pendenti e i circa duemila giudici che dedicano la loro attività costantemente al civile. Dalle straordinarie differenze di valutazione dei diversi tribunali della libertà sino alle straordinarie differenze di valutazione delle diverse amministrazioni pubbliche, tutto il sistema della giustizia è schiacciato da una definizione della legalità troppe volte di difficile o controversa lettura. In un sistema pachidermico, complesso quanto caotico, in cui vengono compiute ogni anno milioni di operazioni di controllo (che a volte sono ripetitive, a volte sono controverse, a volte sono strumentali) la certezza del diritto diventa sempre più problematica.

   In un certo senso, l'attesa di legalità spesso è argomento che riguarda i posteri non i contemporanei: milioni di reati caduti in prescrizione, milioni di giudizi amministrativi, tributari, civili e penali pendenti, di denunce inevase, di cause che tra primo grado, appello e Cassazione, sfidano ogni umana pazienza e sopportazione. Uno sfacelo che tocca quasi tutti gli italiani, sia quelli che affrontano un'attesa pluriennale, sia quelli che hanno semplicemente rinunciato alla speranza di avere giustizia. Qui non si tratta delle per così dire normali incongruenze di un sistema giuridico: ad esempio, il fatto che in una determinata pretura per il tentato furto si rischia la condizionale, e ad un metro di distanza, in un’altra pretura, un anno di carcere da scontare per intero e in galera. No, qui si tratta della incertezza elevata a sistema, sotto il profilo delle regole che dovrebbero motivare le azioni. Problema diffuso ad ogni livello. Secondo dati Sogei del 16 ottobre 1998, efficacemente commentati da Antonio Uricchio, all'epoca erano iscritte a ruolo circa 1.860.000 controversie dinanzi alle commissioni tributarie locali; circa 300.000 controversie dinanzi alle Commissioni tributarie regionali; circa 500.000 controversie dinanzi alla Commissione tributaria centrale. Un ministro delle finanze, Tremonti, ha messo in rilievo che la giustizia tributaria è massicciamente paralizzata e che il nostro sistema fiscale <<legalizza l'evasione>>. Come si fa ad accusare l'illegalità diffusa se il sistema nel suo complesso è incapace di funzionare secondo i criteri formali di legalità che ha determinato come vincolanti? Tremonti parla di leggi inadeguate e sostanzialmente criminogene. Egli ha sostenuto che questo Stato italiano favorisce l’aumento degli illeciti e la loro banalizzazione nell’opinione pubblica, ed è dunque in un senso specifico criminogeno. Che cosa aggiungere quando un ministro delle Finanze sostiene che l'evasione fiscale è legalizzata e la giustizia è paralizzata? Che cosa aggiungere quando illustrissimi studiosi sostengono che per certi aspetti la giustizia civile funziona in maniera <<allucinante>> o <<spaventosa>>?

    Che cosa aggiungere quando il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura nell’agosto 1999 descrive <<una giustizia in larga misura virtuale, dove talvolta neppure si riescono a determinare i processi, dove il condannato definitivo alla reclusione molte volte non varca nemmeno la porta del carcere, e dove il condannato a pagare denaro di regola non paga>>?

   Preoccupazioni di questo tipo sono state formulate innumerevoli volte, con toni quasi sempre indignati e a volte decisamente sbalorditivi; basti ad esempio ricordare che l’80% dei condannati a pene definitive resta impunito, oppure basti ricordare che sono state contate più di 100.000  indebite sospensioni condizionali della pena a condannati plurirecidivi, motivate dalla incapacità del casellario giudiziale di riportare tutte le precedenti condanne. Il punto ha rilevanza devastante: non soltanto c'è una grandissima maggioranza di reati impuniti, ma quando si riesce ad acchiappare e condannare il colpevole, questi spesso sfugge ala pena.

    In una intervista, il procuratore capo di Milano, Gerardo D’Ambrosio, ha sostenuto che alcuni di questi, come dire?, disservizi, avrebbero potuto essere modificati a costo zero. Egli descriveva un esempio a proposito della legge che impedisce di arrestare chi evade gli arresti domiciliari: questo soggetto, anche se viene sorpreso in evidente violazione dei suoi obblighi, <<non può essere arrestato: né in flagranza né su ordine di custodia. Torna in carcere solo quando gli vengono revocati i domiciliari. Folle!>>. Doppiamente folle, se possibile, si potrebbe aggiungere, visto che l’esempio in questione è riferito ad una riforma che avrebbe un costo zero e che potrebbe essere fatta con una semplice modifica.

   Per riassumere una situazione esistente in molti settori della vita pubblica, vari termini perentori sono spesso usati; il termine confusione è tra quelli più eufemistici, per indicare una situazione complessa, carica di ignoranza, di impotenza, di sfiducia, di rabbia. Quando le opposizioni propongono una commissione bicamerale d’inchiesta (che ha nientemeno i poteri dell’autorità giudiziaria) per venire a capo della condizione realmente esistente nel settore pensionistico, si appellano proprio a <<una situazione molto confusa>>, che, dicono, fa pensare all’esistenza di un <<imbroglio>>. Parole pesanti ma non gratuite, visto che nel 1999 il presidente della Corte dei Conti ha pubblicamente sostenuto che il pagamento delle pensioni in futuro <<potrebbe>> far nascere seri problemi

   In questa ricerca non difendo nessuna idea estremistica: condivido pienamente l'opinione di un osservatore come Tremonti, che certo non è di sinistra né tanto meno di estrema sinistra: lo Stato confusionale è uno Stato criminogeno, in molti sensi: genera crimini dove li dovrebbe punire; ridicolizza l'idea di legge; banalizza l'idea di giustizia; trasforma la legalità in eroismo; induce la maggioranza della popolazione a comportamenti illegali, come nel caso dell'evasione fiscale, cioè un fenomeno di massa e di maggioranza, così centrale nell'analisi di Tremonti. In un paese siffatto, in un sistema siffatto, non dovrebbe sorprendere la descrizione di quegli aspetti della giustizia amministrativa che la rendono simile per certi aspetti ad un manicomio, per certi altri ad una lotteria e per certi altri infine ad un covo di briganti. 

 

 

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