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PAGINE INIZIALI DEL VOLUME:
F. Sidoti (a cura di), SICUREZZA E INTELLIGENCE, edito da Colacchi, L'Aquila 2006
Questo volume è un’antologia preparata a scopi didattici e composta in prevalenza di interventi precedentemente apparsi su altre pubblicazioni. Si propone in primo luogo di mettere in rilievo i seguenti nodi concettuali, attraverso argomentazioni teoriche, storiche, pratiche:
1) Il valore della sicurezza;
2) la nozione di sicurezza globale;
3) l’importanza dell’intelligence, distinta dallo spionaggio e focalizzata sulle informazioni;
4) la rilevanza delle distorsioni dell’informazione;
5) i controlli in una società democratica;
6) la probabilità della Quarta guerra mondiale;
7) il ruolo dell’università.
Può sembrare semplice, ma così non è. Su ognuno dei punti in questione esistono (e sono spesso maggioritarie) anche idee diametralmente opposte a quelle qui sostenute; in particolare:
1) Per molti anni è stata dominante una cultura che vedeva la sicurezza come una parole d’ordine eminentemente fascista ed autoritaria; oggi è dominante una cultura dell’insicurezza per molti pseudodemocratica.
2) A parte la retorica, gli Stati e le istituzioni continuano a ragionare prevalentemente o esclusivamente in termini di sicurezza nazionale.
3) L’intelligence viene giudicata tuttora, spesso, come una cosa sporca, coinvolta prevalentemente in attività illegali o schifose, tipo la tortura.
4) L’informazione viene adorata e ricercata in maniera del tutto acritica, che in un linguaggio tecnico direi paleopositivistica.
5) I controlli danno fastidio: si preferisce controllare anziché essere controllati. Anzi, in genere non si ha neanche l’idea delle ragioni profonde di una cultura dei controlli nell’ambito della sicurezza; in genere, si pensa soltanto che la magistratura ti può mettere le manette se ti fai scoprire.
6) Per molti la Quarta guerra mondiale sarebbe soltanto una figlia in provetta dell’industria della paura: un’invenzione di Bush e di una belluina cricca di guerrafondai.
7) Per molti l’università è un mondo illibato che si dedica alla scienza e alla cultura: si deve fare i fatti suoi e deve rimanere fuori da quanto riguarda sbirri e spioni.
Tanto sottolineato, sinteticamente anticipo che tutti i pezzi che compongono l’antologia vanno a scontrarsi con almeno uno di questi pregiudizi, luoghi comuni, fraintendimenti, errori interpretativi. Sono pezzi assai diversi per natura e contenuti, inclusi per coprire i profili più rilevanti ad un fine didattico (gli utenti del volume saranno in primo luogo gli iscritti a corsi su tematiche criminologiche e investigative; la lettura del testo sarà guidata ed accompagnata da altre riflessioni e da altre letture). Per difendere un approccio critico, problematico, dialettico, ho incluso innanzitutto i testi di tanti autori classici, poi di ambasciatori, prefetti, militari, studiosi, opinionisti, professori, dal prestigio noto ed indiscusso. Li ringrazio di cuore per aver concesso l’autorizzazione alla ripubblicazione dei testi. Avranno anche pazienza per essersi ritrovati insieme con autori a volte sconosciuti, giovani o giovanissimi, neolaureati o addirittura laureandi (il record è di Danilo Valleriani, ventidue anni, che non va giudicato dal punto di vista anagrafico, leggere per credere). E’ una scelta deliberata: in quasi quaranta anni di università ho contato tantissimi giovani che avrebbero potuto dare contributi considerevoli ad una cultura della sicurezza adatta ai tempi e degna di quel grande paese che certo è l’Italia. Hanno fatto un altro mestiere e se ne sono andati poi per le strade più diverse della vita, dalle ASL a Kinshasa. Dunque, con giudizio, ma largo ai giovani. Per mia parte ho accettato il rischio, offrendo l’opportunità di farsi conoscere ed apprezzare in buona compagnia.
In tanti anni di vita universitaria, ho visto i temi della sicurezza spesso trattati con sopportazione o con condiscendenza. Sulla importanza dei temi, sulla fondatezza delle inquietudini e sulla urgenza dei tempi riprendo brevemente i sette punti precedentemente sottolineati.
1. Oggi il termine sicurezza è onnipresente e banalizzato in riferimento ad una sterminata serie di accadimenti, dalla sicurezza alimentare alla sicurezza sui luoghi di lavoro. In questo volume ci occuperemo del nesso tra sicurezza e intelligence, tentando di portare in primo piano l’aspetto più dignitosamente culturale: parleremo della sicurezza in Rembrandt, nei versi di Orazio, e così via. Offriremo ampie citazioni di autori classici, da Hobbes a Marx, che si sono occupati di sicurezza, di servizi segreti, di spionaggio. Soprattutto, i classici ci hanno insegnato che la sicurezza è un valore in ogni società. Il valore della sicurezza non è un valore fascista o autoritario: la sicurezza è la precondizione per vivere una vita decente in una società aperta. Rinvio alle splendide pagine in proposito del prefetto Carlo Mosca. Se si ritiene che la sicurezza sia un valore, allora è di grande valore anche l’intelligence, che ha come scopo supremo la salvaguardia delle vite umane, la protezione dell’interesse nazionale, la difesa dei beni e delle persone.
In un travagliato percorso storico, il tema della sicurezza è purtroppo oggi comunemente definito in Occidente come se ci fosse obbligatoriamente un conflitto tra esigenze di sicurezza ed esigenze di libertà. Dopo l’11 settembre più volte alcuni hanno ribadito il primato di una cultura dei diritti: diritti di carcerati, di terroristi, di privacy, di parola, di dissenso, di comunicazione, di spostamento, eccetera. Su questa strada, si contrappongono i diritti individuali e il diritto alla sicurezza; si contrappongono libertà e sicurezza, come se fossero due cose separate e distinte. E’ sbagliato, anzi è assurdo. Come non c’è la libertà di ammazzare, di rubare, di stuprare, così non possono esistere possibilità di esercitare in maniera antidemocratica o illiberale i diritti civili. Pur apprezzando molto la scuola libertaria, ho sempre e sistematicamente difeso la cultura dei doveri, che è vecchia di migliaia di anni e dunque vede la cultura dei diritti per quel che è: una novità mirabolante, promossa da convertiti di fresca data (a cominciare dalla chiesa cattolica, che è benemerita per questa scelta, ma indubbiamente per secoli era stata una cultura dei doveri, come sono in genere le religioni, ad esempio quell’islam che se non si capisce sotto questo profilo diventa un’entità aliena dentro la modernità).
2. Un secondo nodo concettuale riguarda la nozione di sicurezza globale. Sulla scia dei rapporti del Club di Roma, l’idea di una “sicurezza globale” si afferma progressivamente nel corso degli anni Settanta, e durante gli anni Ottanta è recepita in numerosi rapporti ufficiali di organizzazioni prestigiose. Il titolo di uno di questi rapporti[1], presentato dalla Commissione presieduta dal Primo ministro svedese Olof Palme, metteva giustamente in connessione la sicurezza e la sopravvivenza. Anche il rapporto tra sviluppo civile e crescita economica fu messo in discussione: il famoso volume del Club di Roma ha per titolo I limiti dello sviluppo. La caduta del muro di Berlino ha portato anche la caduta di tante altre barriere: viviamo in mondo globale ed esistono problemi di sicurezza globale. Il patriottismo, il campanilismo, la bandiera e le radici non scompaiono, anzi per certi versi e in certi contesti si esasperano, ma debbono essere sentiti e predicati all’interno di questo contesto internazionale fondamentalmente nuovo. La sicurezza globale ha i suoi costi, le sue alleanze, le sue regole. L’11 settembre è simbolo della vulnerabilità delle società contemporanee e della impreparazione culturale a gestire questa vulnerabilità.
3. E’ assolutamente da evitare la confusione tra intelligence e spionaggio. Nella mia impostazione l'intelligence è una cosa molto diversa dallo spionaggio: lo spionaggio può essere sommariamente definito come un traffico di informazioni riservate; l'intelligence può essere sommariamente definita come l'attività di raccolta, valutazione e cura delle informazioni relative alla sicurezza. La controinformazione è necessariamente una parte dell’intelligence. Come deve essere distinta dallo spionaggio l’intelligence deve anche essere distinta dall’investigazione, dagli agenti segreti, dalle forze speciali di intervento militare. Fatta la distinzione si può apprezzare l’intelligence per quel che è stata e per quel che potrebbe ancora essere: uno strumento eccezionale in favore delle democrazie, come è già avvenuto brillantemente nel passato.
Ha scritto perfettamente l’ambasciatore Domenico Vecchioni: “Mai come nel secondo conflitto mondiale la «guerra segreta» ebbe tanto peso nel determinare e condizionare le sorti della guerra palese. Innumerevoli infatti furono i personaggi, gli episodi, le vicende umane, le tecnologie e le sperimentazioni che nei due campi contrapposti caratterizzarono l'utilizzo delle «strutture parallele», in una contesa del resto destinata ad assumere contorni ideologici sempre più definiti: le democrazie contro i regimi totalitari”. L’ambasciatore Vecchioni conclude affermando che si trattò di “una delle più gradi sfide della Storia. Una lotta tra due ideologie contrapposte, tra due concezioni della vita e dello Stato, una guerra, in definitiva, vinta dalle democrazie grazie anche all'efficacia e alla superiorità dei loro mezzi speciali”[2]. Credo che ci sia poco da obiettare sulla legittimità e proprietà di queste tesi; non si tratta soltanto di una ricostruzione storica: c’è in questa impostazione un insegnamento di carattere generale, drammaticamente valido anche oggi, dopo i fatti dell’11 settembre e davanti alla riproposizione dell’alternativa netta tra società aperte e società chiuse, fondate sul totalitarismo e sul terrorismo.
4. E’ noto che attaccando frontalmente tutta la cultura positivista, Nietzsche scrisse: “Non esistono i fatti, esistono le interpretazioni”. E’ un’esagerazione, ma contiene una parte di verità: nel mondo dei professionisti della sicurezza e dell’intelligence l’informazione spesso viene adorata e ricercata in maniera acritica, ignorando in particolare la rilevanza delle distorsioni, che sono spesso enormi, inconsapevoli, pericolose: discendono da una base fisiologica, gnoseologica, psicologica, psichiatrica, antropologica, studiata da autori eccellenti. I professionisti della sicurezza e dell’intelligence non hanno in genere una formazione specifica sull’informazione: hanno prevalentemente una preparazione giuridica o tecnica, ma non hanno mai letto Jaspers o Herbert Simon, non sanno cos’è l’HIP. Poi ci meravigliamo se gli interrogatori sono fatti male o il testimone prende fischi per fiaschi.
In una società caratterizzata dall'asfissiante abbondanza delle notizie l’informazione buona è una pepita dentro una putrida miniera di carbone, sprofondata tra balle, disinformazioni, dicerie, calunnie, sussurri, indiscrezioni, indizi, sospetti, ipotesi, verosimiglianze, mezze verità, pseudo verità, false verità.
5. Il tema dei controlli specifici nel settore della sicurezza, in una società democratica, è un terreno impervio e assai controverso: il problema dei controlli è il problema centrale di una democrazia costituzionale; ed è il problema dei problemi quando si tratta di servizi segreti e di intelligence. Da questo punto di vista l’esperienza degli Stati Uniti è particolarmente illuminante. A proposito della CIA è stato giustamente sostenuto che l’enorme incidenza della ispezione parlamentare è un fatto unico nella storia mondiale dello spionaggio e dell’intelligence. Non è mai esistito un servizio segreto così sottoposto a vigilanza dell’opinione pubblica, degli osservatori, dei gruppi di pressione, della classe politica.
Per varie ragioni è stata spesso prevalente una cultura che (oltre ad enfatizzare il tema dei diritti e sottovalutare il tema dei doveri) ha scusato la violenza politica e ha demonizzato le forze di polizia. Se Marx si è occupato tanto di servizi segreti e di spionaggio, la cosa giusta ci sembra di ritrovare l’attualità della sua lezione nei tentativi di controllare l’intelligence e di renderla struttura efficiente di una società democratica. La legalità e la trasparenza sono valori centrali nel mondo dell’intelligence; rivendico di aver scritto a suo tempo un lungo capitolo sull’ideale del gentleman spy nella cultura anglosassone: una perfetta incarnazione di questo ideale è stato un italiano, l’Ammiraglio Fulvio Martini, che ricordo con deferenza come esempio di dignità e di professionalità. Il settore dei servizi ha visto molti esempi di dirittura morale e di competenza professionale.
6. La Quarta guerra mondiale è cominciata con l’11 settembre, che non è un’invenzione, ma un fatto, suscettibile di molte interpretazioni, ad esempio non si sa bene se si sia trattato di catastrofe o tragedia, come è stato ben detto[3]: la catastrofe è un avvenimento disastroso, ma inopinato ed imprevedibile; la tragedia, invece, deriva dagli atti compiuti da uno o più individui: da ciò che hanno fatto o non hanno fatto; il destino tragico è frutto delle loro passioni o del loro accecamento, e per questo suscita sentimenti di pietà e terrore. In ogni caso, l’11 settembre dimostra un’impreparazione spaventosa; questo giudizio di estrema severità (anche se estremamente generico) è certificato nel rapporto finale della più importante commissione d’inchiesta sull’argomento[4]. Le vicende successive, da Abu Graib alle forced abductions, all’incapacità di riportare la normalità in Iraq, hanno confermato le molte perplessità in merito alla strategia e alla preparazione finora dimostrate (“migliaia di errori tattici” sono stati ufficialmente riconosciuti).
A proposito di questa guerra anche negli Stati Uniti c’è una situazione tutt’altro che monolitica. Non esistono soltanto strategie come quella elaborata a suo tempo dalla fondazione «Project for a New American Century», ispirata da neo-conservatori ed esponenti del complesso militare-industriale, accusata di aver elaborato una dottrina della guerra preventiva già prima dell'arrivo al potere dell'attuale presidente americano. In questa prospettiva gli Stati Uniti sono «l'unica superpotenza planetaria» e dovrebbero avere come obiettivo «la preminenza planetaria», attraverso una politica unilateralista, rinunciando all'Onu, vista come un «forum degli antisionisti e degli antimperialisti».
Non si tratta però dell’unica prospettiva esistente. Ad esempio, a metà marzo 2006 è stato pubblicato un importante rapporto ufficiale, National Security Strategy: ripropone una lotta senza quartiere al proliferare delle armi di distruzione di massa, ma richiama l’importanza della cooperazione con Nato, Ue, Onu. La democrazia viene riproposta come antidoto agli Stati dispotici e al terrorismo. Vengono indicati i successi conseguiti in questi anni: l’indebolimento di Al Qaeda (secondo altri invece si sarebbe rafforzata), i capovolgimenti di regime in Afganistan e in Iraq (secondo altri invece si tratterebbe di cambiamenti precari). Secondo Ivo Daalder, della Brookings Institution, c’è in parte in questo documento un’ammissione dei limiti incontrati e un ritorno ad alcuni principi tradizionali della politica estera americana (gli Stati Uniti sono protagonisti della scena mondiale per promuovere i valori della democrazia e della libertà, in collaborazione con amici ed alleati[5]).
7. Il mondo dell’università e il mondo della sicurezza sono in Italia di fatto separati e distinti. E a molti va bene così. Ognuno si fa gli affari propri senza pestarsi i piedi. Ma questa situazione non rispetta l’interesse generale, che invece avrebbe molti vantaggi dall’incontro di questi due mondi.
In Italia come in molti altri paesi occidentali esistono penosi fraintendimenti e desolanti sottovalutazioni intorno ai temi culturali della sicurezza e dell’intelligence: temi cruciali sono tenuti fuori dall’università e più in generale dai circuiti prestigiosi, come se si trattasse di temi per addetti ai lavori (nella migliore delle ipotesi) o di temi decisamente sporchi (infatti si è parlato e si parla di servizi deviati, di politiche della paura e così via).
Per gli scopi e le conseguenze, per i rischi di manipolazione e di confusione, i problemi della sicurezza debbono essere osservati da una molteplicità di prospettive concorrenziali: i miglioramenti possono avvenire più facilmente attraverso il dialogo, il confronto, la contrapposizione dei punti di vista e delle interpretazioni. In una società aperta, e in particolare in una società caratterizzata dalla rivoluzione telematica, la circolazione della conoscenza e delle opinioni deve essere sottoposta a controllo pubblico, poliarchico, costituzionale. L'università occupa in teoria un posto cruciale da questo punto di vista, anche se di fatto invece può godere altri vantaggi e disinteressarsi della questione. La funzione emancipativa della cultura non deve risparmiare le critiche. Anzi, una consapevolezza critica e pluralistica deve accompagnare costantemente la circolazione delle informazioni.
In assenza di un serio intervento pubblico su questo delicato settore della sicurezza nazionale, il campo è rimasto sgombro per alcune incursioni devastanti: sul piano pratico abbiamo assistito all’esplosione di un’intelligence fai-da-te (con conseguenze che sono sotto l’osservazione di varie Procure della Repubblica) e sul piano più propriamente culturale abbiamo assistito all’incursione in questo campo di pensionati e disoccupati, dilettanti ed amatori. Poiché per leggi di natura gli spazi vuoti vengono comunque riempiti, l’assenza o l’insufficienza dell’intervento pubblico ha determinato il proliferare di iniziative approssimative, confusionarie, spesso al limite o decisamente fuori della legalità. C’è nella società una richiesta notevolissima di sicurezza, di certezze, di informazioni: se le vie pubbliche sono insoddisfacenti, inevitabilmente si farà ricorso ad iniziative private e parallele.
La responsabilità è dei singoli da un punto di vista giudiziario, ma è delle istituzioni da un punto di vista politico. Come varie inchieste di magistrati hanno ampiamente dimostrato, il mondo universitario è attraversato anche da fenomeni corporativi, clientelari, familistici, affaristici. Non può che far bene all’università una maggior presenza nelle università di temi e persone istituzionalmente e professionalmente sensibili ai temi della legalità.
In conclusione, e in omaggio alla teoria della trasparenza (imprescindibile non soltanto per quanto riguarda l’intelligence), è il caso che l’autore si dichiari apertamente: non ho mai avuto tessere di partito; sono politicamente un socialdemocratico che ritiene compatibili e integrati gli ideali di sicurezza, giustizia, libertà; spero nell’avvento di un diritto penale mite, modesto e minimo (oltre che efficace ed efficiente). In questa luce è stata prodotto il volume, che è certo incompleto sotto vari profili e che sarà migliorato nelle successive edizioni. E’ consapevolmente una modesta proposta didattica; nata perché mi pare che niente di simile esista sul mercato, stampata dall’editore sotto casa. Il volume ha origine nel corso di laurea in Scienze dell’investigazione, nell’università di L’Aquila, dove, come presidente del corso di laurea, ho fronteggiato migliaia di iscritti (addirittura tremila nell’anno accademico 2005-2005), che mi hanno insegnato molto, anche perché spesso appartenenti ai corpi dello Stato che si occupano di sicurezza. Non avrei potuto sostenere questo impegno senza la collaborazione dei dottori Mariateresa Gammone e Rudi Facchini, che mi hanno anche materialmente aiutato a mettere in piedi e a finire questa antologia.
Nell’insegnamento ho cercato di trasferire quanto imparato nei miei maggiori luoghi di formazione: il Centro Studi di Scienza Politica di Torino, diretto da Norberto Bobbio; l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi (dove ho conseguito un Doctorat de Troisieme Cycle, sotto la direzione di Alain Touraine); la Brookings Institution di Washington D. C. (dove sono stato Guest Scholar). In questi luoghi di formazione i temi della sicurezza sono stati sempre discussi sotto un profilo eminentemente culturale e civile; nelle intenzioni, con questo volume spero anche di continuare a promuovere (nell’università e fra gli specialisti) la cultura della sicurezza. Ho scritto in Italia il primo volume sull’intelligence e il primo volume sul giornalismo investigativo; ho fondato il primo corso di laurea in Scienze dell’investigazione. So per esperienza personale quanto questi tentativi siano gracili se non hanno il supporto delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Ma come posso lamentarmi, a vedere quanto sono in ritardo altri interventi istituzionali ben più necessari ed urgenti? Mi riferisco ad un ampio campo di problemi irrisolti, che vanno dalla mancata riforma del Codice penale alla mancata introduzione della Procura nazionale antiterrorismo, per non parlare di quella mancata riforma della sicurezza sussidiaria che preoccupa in particolare i miei iscritti e che riguarda un settore con oltre sessanta mila addetti. Nella legislatura appena finita c’era una maggioranza parlamentare solida, che era stata eletta anche perché innovasse decisamente in materia di sicurezza. Invece, a parte alcune misure che hanno suscitato larghe controversie (ad esempio, nel caso della legittima difesa), non è avvenuta quella incisiva riforma e sistemazione che molti si augurano da tempo e che è una necessità urgente dell’Italia, indipendentemente dalle divisioni ideologiche e partitiche.
[1] Common Security. A Blueprint for Survival, Simon and Schuster, New York 1982.
[2] Domenico Vecchioni, Spie della Seconda guerra mondiale, Olimpia, Sesto Fiorentino, 2004, pp. 7-8.
[3] A. Bauer-X. Raufer, La guerre ne fait que commencer, nouvelle édition, Gallimard, Paris 2003, p 138.
[4] The 9/11 Commission, Final Report of the National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, Norton, New York 2004.
[5] Per alcune forti accentuazioni del valore e dei problemi della democrazia, rinvio a A. Touraine, Qu'est-ce que la démocratie?, Fayard, Paris l994; A. Sen, La democrazia degli altri, Mondatori, Milano 2004; N. Sharansky, In difesa della democrazia, Sperling e Kupfer, Milano 2005; C. Salvi, M. Villone, I costi della democrazia, Mondadori, Milano 2005.
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