PUBBLICATO SU "AVVENIRE" DEL 12 NOVEMBRE 2007

LE PREOCCUPAZIONI DELLA GENTE E LE RISPOSTE DELLA POLITICA
  Sicurezza, qualcosa si muove Ma a quando la certezza della pena?

 MARCO TARQUINIO
 L’ hanno definita una decisa «risposta alla paura» e, persino, un vaccino contro il dilagare di 'ronde' espressione di un rischiosissimo fai-da-te della sicurezza pubblica. C’è del vero in entrambe le definizioni del 'decreto espulsioni' varato mercoledì sera dal governo sull’onda delle tragiche emozioni suscitate da una violenza assassina accaduta a Roma, vittima una donna italiana e protagonista un immigrato romeno. C’è del vero perché quando lo Stato mostra di voler agire d’urgenza fa sempre impressione.
  Foss’anche solo per lo stridente cigolio dei 'meccanismi', spesso mal oliati, che finalmente mette in moto. Ma c’è un’altra parte di verità che non viene detta e che, pure, non può essere taciuta. Ed è una verità dura e difficile. Perché quella risposta di fermezza data d’improvviso, dopo snervante e infine concitata negoziazione tra le diverse parti della maggioranza, suona alle orecchie di tanti italiani come tardiva e ancora reticente. E perché quel vaccino – che non è certo superfluo – minaccia di rivelarsi purtroppo debole per smorzare febbri xenofobe, rabbie giustizialiste e improbabili iniziative di autoprotezione.
  Alla radice di tutto c’è una manciata di semplici domande: perché si batte un colpo solo adesso? Perché lo stato d’emergenza viene fatto scattare soltanto dopo un’aggressione efferata eppure terribilmente simile a tante altre registrate con tragica continuità dalle cronache del 2007?
  Come sì è fatto – e ci limitiamo a quest’unico esempio – a non considerare della stessa lancinante gravità le mortali sevizie alle quali un paio di mesi fa vennero sottoposti nella loro stessa casa due anziani coniugi del Trevigiano?
  C’entra, dunque, qualcosa il fatto che l’«intollerabile» sia accaduto a Roma e non in qualsiasi altro luogo della nostra Italia? Ma se questa è la logica, perché non si sarebbe stati spinti a intervenire già dopo la selvaggia rapina di metà agosto a un sessantenne ciclista romano, morto dopo 49 giorni d’agonia?
  C’entra, allora, di più il momento politico e il ruolo da leader del principale partito di governo assunto dal sindaco della capitale e – meglio tardi che mai – la sua perentoria invocazione di «misure straordinarie»?
  Domande che si rincorrono e, come si vede, finiscono per rispondersi l’un l’altra. Non fugando, comunque, la sensazione che dai palazzi del potere non si guardi con la stessa attenzione a tutte le parti del Paese. E facendo eco allo sgomento di chi si era magari illuso che con il varo, martedì scorso, tra grandi clamori mediatici, del famoso 'pacchetto' fossimo tutti un po’ più sicuri e che, ventiquattr’ore dopo, ha avuto la conferma che per l’ennesimo intervento-tampone era stato invece indispensabile ricorrere a un decreto.
  Domande e sgomenti che si accompagnano ad almeno due amare constatazioni.
  La prima è che – ancora oggi, mentre continuano a crescere i crimini in grado di esasperare l’allarme sociale – in Parlamento e all’interno della stessa compagine ministeriale a proposito di sicurezza dei cittadini, di uso degli spazi delle nostre città e di regolazione dell’immigrazione straniera si continuano a parlare tre o quattro linguaggi diversi e, per molti versi, aspramente contrapposti. La seconda constatazione è che le norme d’urgenza che assegnano ai prefetti ampi poteri di espulsione affrontano e tendono a risolvere uno specifico problema (recepire immediatamente una direttiva Ue che consente l’allontanamento forzoso da un Paese membro anche dei cittadini comunitari «pericolosi» o, da più di tre mesi, «senza mezzi di sostentamento legali»), ma non sfiorano neanche il tema della «certezza della pena», che è diventato ormai da tempo la questione cardine nella lotta alla criminalità, nostrana e d’importazione.
  In Italia, chi delinque – e nulla importa che sia nato qui o altrove – ha imparato che non necessariamente subirà conseguenze proporzionate ed effettive per il suo atto. Gli sviluppi e le polemiche delle ultime ore confermano che il tentativo di cambiare questo stato di cose resta affidato a un ddl avviato, in un clima di irosa divisione e contrapposizione politica tra Unione e CdL e dentro alla stessa maggioranza, a un più che incerto iter nelle aule di Camera e Senato. Una cattiva notizia, un pessimo segnale.
 

 

 

 

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