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Riportiamo l'indice e l'introduzione al volume, pubblicato da

Edizioni Libreria Colacchi

L'Aquila (telefono 0862-25310)

300 pagine piene piene, al modico prezzo di 16 euro

   

L’INVESTIGAZIONE COME SCIENZA.

Un Corso di Laurea e gli interventi di magistrati, avvocati, giornalisti, storici, criminologi, psicologi, sociologi, investigatori pubblici e privati.

 

 

INTRODUZIONE

 

Carlo Mosca

Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno

 

 

 

PREMESSA

 

Piero Martello

Vice Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati


INDICE

 

Parte prima.

 

Introduzione……………………………………………………….…... Carlo Mosca

 

Premessa…………………………………………………….……….. Piero Martello

 

Il Corso di laurea in Scienze dell’Investigazione………………… Francesco Sidoti

 

Parte seconda.

 

Il volume e gli autori……………….……………………….

 

Psicologia e investigazione…..…………..…… F. Agresta, R. Facchini, M. Gammone

 

Privacy e investigazione……………….….. ………….………… Giovanni Buttarelli

 

Intelligence e investigazione………………            ………Roberto Cirese

 

Lo storico e l’investigatore…………………………………………..Osvaldo Croci

 

Criminalistica e investigazione………… ……..……………… Giulio Di Feo

 

Neuroscienze e investigazione………. ……………..…………  Antonella Gasbarri

 

Giustizia e investigazione …..…………………….………   Ferdinando Imposimato

 

Il processo e le indagini preliminari……………….…..  Giuseppe Pisauro

 

Investigazione giornalistica e investigazione penale………...……...Massimo Russo

 

Vittimologia e investigazione …. …………………   .  Rosantonietta Scramaglia

 

Avvocatura e investigazione ……………….…………………… Eraldo Stefani

 

Terrorismo e investigazione….……………….………… ……….Rosario Taurisano

 

Criminalità organizzata e specifiche tecniche investigative…………Luca Tescaroli

 

Investigazione, ascolto ed intercettazione ambientale ……….…….   .Luigi Vellone

 

Parte prima

 

Carlo Mosca

Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno

 

INTRODUZIONE

 

Ho accettato di presentare il volume “L'investigazione come scienza” mosso non solo dall’intenzione di assecondare la richiesta del Professore Francesco Sidoti, studioso brillante e stimato nel campo della scienza e della ricerca, ma soprattutto per significare un contributo convinto all’iniziativa da lui promossa presso l’Università degli Studi di L’Aquila, per l’attivazione di un ciclo di studi sulle scienze dell’investigazione, iniziativa che potrà sollecitare ulteriori sviluppi in altri Atenei italiani e rivelare così poco conosciuti campi di azione verso cui canalizzare partecipazione e condivisione scientifica ed operativa.

Il lavoro collettaneo che ho letto con sincera ammirazione per la complessità dello sforzo posto in essere dagli Autori, è una erudita sintesi di diversi saperi destinata a costruire una piattaforma nonché un tessuto connettivo teorico e pratico su cui imbastire le molteplici esperienze didattiche previste da un interessante itinerario di studi specificamente strutturato per il corso di laurea.

Il volume raccoglie lezioni e saggi accreditandosi come momento di confluenza di innumerevoli spunti dottrinari da cui è facile fare emergere una cultura e una coscienza investigativa alimentata da una tensione conoscitiva verso l’individuazione di una nuova identità scientifica e professionale.

Il testo contiene in tal senso un messaggio che è del resto speculare al nucleo stesso dell’attività investigativa fondata sul paradigma indiziario.

Viene così progressivamente a svelarsi un’identità investigativa che assume i connotati di una moderna professione resa difficile dalla complessità e dalla naturale indeterminatezza, ispirata dal dubbio e orientata alla scoperta dell’errore prima ancora che alla ricerca della verità. Una professione che espone al molteplice, al plurimo, all’imprevisto e lascia l’artefice dell’investigazione solo anche quando agisce in gruppo, pure cioè allorché con altri pazientemente costruisce i vari tasselli utili ad evitare possibili errori giudiziari e a sostenere adeguatamente le esigenze poste da un giusto processo.

In siffatta prospettiva il ricorso, sotto lo stesso profilo redazionale, ad un approccio indiziario che consente solo al termine dell’esperienza cognitiva, di ricostruire dal molteplice l’unitario e dall’eterogeneo lo specifico, indica una scelta coraggiosa e un espediente valido che ripaga del rischio di esporsi a critiche di insufficiente strutturazione manualistica, pur di ottenere una plusvalenza epistemologica.

L’avvertita destrutturazione risponde allora alle leggi della Gestalttheorie o psicologia della buona forma, secondo cui sono i destinatari dell’opera a decidere di ristrutturare spontaneamente il loro campo cognitivo, all’interno però di un comune quadro di vincoli e di un sistema fisso di relazioni.

In questa maniera l’esperienza di studio vissuta dopo la lettura del volume dovrebbe avere come esito quello di conseguire un’autonoma capacità di indottrinamento, facilitando la comprensione dall’interno del senso realistico di una vocazione professionale, della sua fenomenologia e del suo stesso scopo.

L’elaborato di esordio dell’opera vede Francesco Sidoti impegnato ad esporre in modo fluido, tramite il penetrante rinvio alle teorie mutuate dai più diversi ambiti disciplinari, non solo cosa dovrà fare lo studente ma anche e in particolare come dovrà essere la sua stessa esperienza umana e professionale di investigatore. Lo sforzo, invero riuscito, è quello di illustrare una visione peculiare e deontologica insieme, del modo di essere e di vivere la scienza delle investigazioni.

La molteplicità delle concettualizzazioni, lo spessore dei contenuti e la complessità dei diversi punti di vista assunti, consentono al lettore una comprensione e una immedesimazione nell’autenticità di un ruolo peculiare e diverso da quello in genere conosciuto attraverso gli stereotipi e le connotazioni più evidenti.

Il nucleo centrale dell’esperienza umana e professionale dell’investigatore si radica a partire da due assunti di fondo.

Da un lato vi è la presa di coscienza della fallibilità delle azioni e il conseguente approccio teleologico improntato, come già evocato innanzi, prima ancora che sulla ricerca della verità, sulla ricerca dell’errore interpretativo e sul dubbio sistematico, nella consapevolezza di disporre di una razionalità limitata e di poter raggiungere solo un’approssimazione alla verità.

Dall’altro lato v’è la esigenza di riferirsi, nello svolgimento della professione di investigatore, ai principi derivanti dalla psicologia cognitiva e da quella umanista, quest’ultima indispensabile per riconoscere che all’inizio e alla fine di ogni investigazione, c’è sempre un essere umano.

Tutto ciò senza cadere nelle trappole del moralismo, dello psicologismo e del giustizialismo intese quali aberrazioni ed esaltazioni acritiche più pericolose negli effetti di altri errori cui l’investigatore, al pari di altri, può essere esposto nella vita come nella professione.

L’elaborato del Sidoti è ricco di suggestioni e risponde in modo eccellente ed originale al delicato compito di stabilire un contatto iniziale sia con i fruitori del corso in Scienze dell’investigazione, sia con la Comunità scientifica allargata.

La scelta di una strategia comunicativa di tipo emozionale risulta poi idonea a stabilire una sorta di legame affettivo con le menti degli interlocutori. Il lasciare cadere una miriade di indizi culturali, dottrinali e scientifici, la disinvoltura con cui si presentano corpi disciplinari fino ad ora poco esplorati, tutto questo cattura l’attenzione e fa sorgere quella curiosità e quel senso della ricerca di saperne di più, presente in ognuno indipendentemente dal ruolo e dalla funzione assolta.

Questa tecnica espositiva sollecitata dall’emozione per il mistero e dallo slancio immediato per l’esplorazione del mondo conduce al bisogno quasi istintivo di voler diventare investigatori, colti dal fascino di una professione nuova che apre a prospettive di lavoro nel pubblico e nel privato.

In proposito è rilevante nel volume l’elaborato di Fausto Agresta, Rudi Facchini, Mariateresa Gammone, che si sofferma sull’investigazione in psicologia, partendo da una disamina delle teorie classiche sull’argomento. Nella trattazione si mette in evidenza una sostanziale analogia tra il modo di procedere investigativo e quello psicologico, entrambi fondati sul paradigma indiziario, cioè sull’idea che si possa ricostruire una verità storica, diagnostica, giudiziaria, esaminando frammenti, indizi, segnali nascosti o eventi apparentemente insignificanti. Con questa logica vengono esplorate la teoria freudiana e altre teorie psicologiche per ricondurre poi il discorso alla realtà investigativa, ripercorrendo la casistica degli errori percettivi di cui tener conto per decodificare una testimonianza o evitare errori giudiziari.

Interessante appare in particolare la disamina tendente a sfatare alcune convinzioni diffuse sulle percezioni immediate dei testimoni migliori che non sempre coincidono con quelli che rendono una testimonianza fluida e puntuale. Di qui l’indicazione generale di valutare il contenuto di una testimonianza sempre come la risultante di elementi oggettivi ed elementi più o meno ascrivibili al soggetto che li racconta, nonché il bisogno che la scienza testimoniale sia sempre più supportata dalla psicologia.

Le argomentazioni sono apprezzate per la semplicità e incisività dei contenuti, sostanzialmente orientati al sapere ma anche al saper fare nella parte riferita alle investigazioni vere e proprie e specificatamente al come acquisire le prove testimoniali.

Il rinvio ad esperienze di vita quotidiana configura peraltro una modalità didatticamente proficua, poiché consente, soprattutto al neofita, di acquisire eventi altrimenti difficili da decifrare.

Sull’analisi strategica si sofferma il contributo di Roberto Cirese che illustra con uno stile dosato e ben articolato gli obiettivi e le caratteristiche intrinseche della complessa attività di intelligence volta a prevenire il crimine organizzato. Detta attività si sostanzia nel procedimento con cui un insieme di fenomeni diversi e frammentari vengono tradotti dagli analisti in un insieme coerente di informazioni volte a supportare sia l’avvio di ulteriori indagini che l’impedimento di eventi delittuosi.

Il Cirese fa riferimento a tre metodi: il deduttivo, utilizzato in genere dalla polizia giudiziaria, l’induttivo, tipico dell’attività di intelligence che partendo dall’analisi dei singoli eventi ricostruisce un quadro generale di un determinato fenomeno, l’abduttivo, tendente a formulare, sulla base di alcuni dati accertati, ipotesi verosimili per indirizzare le investigazioni verso peculiari campi di indagine.

      Ad una disamina delle analisi tattiche, fa seguito l’esame dell’analisi strategica finalizzata ad individuare gli obiettivi del crimine organizzato, a cogliere gli indicatori della presenza mafiosa non palese, ad ipotizzare il possibile sviluppo organizzativo e criminogeno di organizzazioni delittuose già note. Il Cirese si sofferma poi con efficacia sul modello applicativo di analisi strategica utilizzato dalla Direzione investigativa antimafia.

Il volume annovera poì uno studio di Giulio Di Feo sull’importanza del repertoriamento, che rileggo insieme alle pagine di Eraldo Stefani sull’investigazione privata e sul Giusto Processo. Da più parti si auspica che nel nostro Paese che già dispone di importanti conoscenze investigative e di preziose tecnologie tra le più moderne, vada a consolidarsi anche una coscienza investigativa in grado di concorrere alla creazione di una figura professionale capace di rispondere adeguatamente alle esigenze probatorie poste dal principio del giusto processo, così come sancito dal nuovo testo dell’articolo 111 della Costituzione. Ciò implica sia la capacità di non inquinare la scena del crimine, sia quella di procedere ad una corretta acquisizione, conservazione e presentazione dei reperti. Nel commentare taluni macroscopici errori commessi nell’espletamento di tali attività, il Di Feo evidenzia come delle tre possibili tecniche per risalire alla verità di un crimine – ossia confessione di un colpevole, dichiarazioni dei testi e prove acquisite sulla scena del crimine – sia proprio quest’ultima acquisizione a garantire i risultati più attendibili ai fini processuali in quanto prodotto di elementi oggettivi e imparziali.

Da qui la centralità della scienza criminalistica che utilizza i risultati di altre discipline e tramite un processo interpretativo volto all’esame scientifico e giuridico, consente di risalire all’autore di un crimine con risultati documentati e riscontrabili. In tal senso sono determinanti il sopralluogo, l’osservazione e le rilevazioni sulla scena del crimine, nonché il repertamento che, nel descrivere, prelevare e conservare una serie di elementi, implica una conoscenza avanzata di molti profili chimici, biologici, fonici, dattiloscopici, ecc..

Il Di Feo si sofferma così a disaminare con significativo interesse una serie di caratteristiche tecniche e tecnologiche connesse alla modalità di rilevamento, di confronto e di valutazione di diversi tipi di impronte dattiloscopiche, foniche, grafiche, genetiche, precisando per le prime in particolare i criteri di utilizzazione ai fini processuali, i sistemi di classificazione e le tecnologie di supporto tra cui la recente anagrafe delle impronte ottenute con il sistema Afis.

Pur risultando gran parte dell’analisi condotta dal Di Feo acquisibile ed utilizzabile da destinatari esperti o motivati dall’interesse verso studi specialistici, l’elaborato va segnalato per la rilevante serie di cognizioni specifiche che gli allievi del corso universitario dovranno saper apprendere e padroneggiare per poter poi affermare di essere in grado di svolgere l’ambita professione di investigatore.

Oggettivamente impegnativo al fine dell’acquisizione dei suoi contenuti è l’elaborato di Antonella Gasbarri che tratta della neurofisiologia del comportamento aggressivo cercando di stabilire una correlazione tra determinate caratteristiche morfologiche, funzionali e biochimiche del cervello e la maggiore o minore presenza statistica di attività violente.

Muovendo dal presupposto che nelle scienze umane il comportamento sia sempre la risultante di una combinazione di fattori genetici e ambientali, l’Autrice esamina le implicazioni connesse agli aspetti genetici, a quelli biochimici e farmacologici e a quelli fisio-morfologici, per ciascuno dei quali l’analisi parte dai risultati di esperimenti condotti su animali per poi estendersi alle risultanze emerse da studi e ricerche su esseri umani.

Orientato a trasmettere un sapere, lo studio fa propria una scelta espositiva che forse risente un po’ di una impronta di tipo deterministico, in quanto prevalentemente incentrata sugli aspetti funzionali. Infatti, nonostante i riferimenti al valore relativo di determinate relazioni sull’osservazione di esseri umani, le argomentazioni di fondo restano ispirate alle certezze del modello scientifico tradizionale fondato sulla relazione causa-effetto.

Il contributo di Giuseppe Pisauro reca una sintesi rielaborata degli argomenti trattati in uno dei laboratori del corso. Esso illustra in chiave critica e problematica le esigenze che hanno reso necessaria la riforma del codice di procedura penale e soprattutto l’insieme degli interventi legislativi e giurisprudenziali che dal 1989 in poi hanno resa ambigua la stessa definizione della scelta iniziale e che vedono oggi il testo oscillare tra il modello accusatorio e quello inquisitorio. La disamina del Pisauro prosegue con una estesa riflessione sulla natura e sulle forme tipiche del processo penale per approdare alle esigenze ritenute prioritarie - di riequilibrare l’impianto accusatorio di cui l’Autore è tenace assertore. Ciò attraverso la divisione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l’abbandono della obbligatorietà dell’azione penale a vantaggio della sua opportunità di esercizio, la finalizzazione delle indagini preliminari verso la ricerca e l’assicurazione delle fonti di prova e non verso la formazione della prova.

La parte conclusiva è destinata ad una serrata confutazione dei criteri previsti per la valutazione della prova, in particolare la valutazione della dichiarazione dei coimputati dello stesso fatto o di reati connessi o collegati. L’Autore ritiene in proposito che alle dichiarazioni medesime possa attribuirsi valore di prova solo in presenza di riscontri probatori oggettivi di altra natura.

Di impostazione assai differente sono i contributi di noti magistrati: Giovanni Buttarelli, Ferdinando Imposimato, Massimo Russo, Luca Tescaroli. Questi interventi costituiscono una parte tra le più penetranti del volume, per la rilevanza degli Autori e di quanto argomentano su temi di straordinario rilievo, dalla differenza tra investigazione giornalistica ed investigazione penale alla specificità delle indagini sull’associazionismo mafioso; dalle tematiche specifiche dell’investigazione privata alla verità giudiziaria come ricerca tormentata e problematica.

Di rilievo anche le pagine di Osvaldo Croci che, muovendo dalla profonda analogia esistente fra il lavoro del magistrato e il lavoro dello storico, evidenzia come in entrambi i casi sia fondamentale procedere secondo una rigorosa ed obiettiva analisi dei fatti, nonché secondo una etica imparziale della ricerca. Cosi operando possono talvolta emergere dagli archivi verità inesplorate e inaspettate.

Un altro importante contributo di studio è offerto da Rosantonietta Scramaglia, che si sofferma sul tema della sicurezza e della vittimologia. L’analisi nasce dall’esigenza di trasmettere ai futuri investigatori una maggiore sensibilità nei confronti delle vittime attraverso un processo di immedesimazione con gli stati d’animo delle stesse. Il testo evidenzia in particolare la peculiarità dei rapporti che si instaurano tra le persone e i loro oggetti che vengono percepiti spesso come estensione di sé e come fattore costruttivo di identità, con una funzione quindi di radicamento della memoria e di sostanzialità. La Scramaglia cura altresì di descrivere le condizioni che tipizzano i furti in appartamenti con riguardo specificamente al tipo di comportamento tenuto dinanzi alla scoperta di un furto, sia da parte della vittima che delle Forze dell’ordine.

Il genere e il tipo di emozioni connesse sono attentamente registrate alla pari dalle risposte attivate in seguito agli eventi; risposte che a volte consistono in comportamenti attivi, a volte in comportamenti passivi. Il carattere dello studio è descrittivo e facilita la trasmissione di un sapere che è anche frutto di un’accurata disamina di accadimenti quotidiani.

Il terrorismo globale è trattato poi da Rosario Taurisano che molto accuratamente coglie le differenze tra le diverse tipologie terroristiche di cui offre una vasta panoramica a livello nazionale e internazionale, esplorata alla luce dell’assetto storico e politico istituzionale con riferimento a problematiche quali la globalizzazione, il radicalismo religioso e l’eversione. Il discorso mira ad esaminare i singoli gruppi terroristici focalizzandone scopi, formule organizzative, linguaggi e modi operanti. A partire dalle differenze teleologiche, logistiche ed operative, viene rimarcata quindi la difficoltà di pervenire ad una definizione univoca del terrorismo qualificato in ambito giudiziario e del gruppo K4, in quest’ultimo caso quale uso della violenza da parte di un gruppo strutturato non necessariamente clandestino, per ottenere un fine politico.

L’elaborato si chiude con l’indicazione delle misure di contrasto e con l’evidenziazione della utilità di una cooperazione internazionale attenta e convinta, rafforzata da comuni misure di ordine finanziario, normativo ed operativo non disgiunte dal potenziamento delle risorse tecnologiche e di organismi specializzati.

Rilevante anche la trascrizione di una conferenza di Luigi Vellone tenuta durante il corso di laurea. Essa illustra le diverse fasi che caratterizzano le operazioni di ascolto ed intercettazione ambientale, riferendosi ad esse come a due distinte attività ciascuna caratterizzata da regole e mezzi propri.

A partire da una serie di definizioni operative volte a chiarire la differenza fra le diverse tipologie di ascolto e intercettazione (mutuare le comunicazioni da linee telefoniche, da onde radio, da informazioni su computers, dall’ascolto diretto, etc.), vengono illustrate le modalità con cui deve procedersi per pianificare le operazioni, eseguirle e rendere possibile per gli inquirenti l’utilizzo dei risultati.

Per ciascuna delle fasi, vengono via via indicati i profili normativi ed i vincoli cui strettamente attenersi onde procedere in forma legittima e consentire l’utilizzo giudiziario dei dati.

Il testo della conferenza reca un’impronta manualistica e risponde direttamente ad esigenze propriamente didattiche connesse al “sapere” ed al “saper fare”. L’impostazione è ispirata a criteri logico-deduttivi e consente di cogliere adeguatamente le differenze concettuali e tecniche fra le diverse fasi di ascolto e d’intercettazione.

Due, in particolare, i pregi: a) la costante attenzione ai risvolti deontologici; b) il tentativo di ricondurre le nozioni e gli aspetti tecnici ad una plusvalenza creativa, trasmettendo oltre ai meri contenuti anche un’emozione per quello che si compie e un rinvio alla possibilità di ricorrere anche a capacità non esclusivamente razionali (intuito, fantasia, creatività, plasticità, etc.). In ciò il tentativo è anche quello di trasmettere un “saper essere”.

La complessa articolazione di cui si è dato atto attraverso una sintesi di riflessioni e segnalazioni su ciascun contributo non deve portare il lettore a guardare con sospetto la necessaria frammentarietà dell’opera quanto invece ad apprezzarne lo spessore e la profondità dei contenuti, la molteplicità degli approcci, la padronanza professionale dei diversi campi oggetti di esplorazione, l’estrema accuratezza delle cognizioni scientifico-strumentali.

Da ultimo ringrazio la dottoressa Annamaria Carrasco per il copioso materiale di analisi critica che mi ha fornito e che mi ha facilitato non poco nella stesura di questa presentazione.

 

 

 

 

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