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Il Corriere della Sera, i Tar e il Consiglio di Stato

Sulle pagine del Corriere della Sera sono comparse in molte occasioni affermazioni al vetriolo nei confronti dei Tar e del Consiglio di Stato. Le firme più prestigiose del giornale, da Angelo Panebianco a Gian Antonio Stella, si sono pronunciate in proposito. Molte di queste affermazioni sono dettagliatamente citate e discusse nel corso di questa sezione. A documentazione di come il problema non sia cambiato nel tempo, ma anzi continui ad impensierire l'opinione pubblica, trascriviamo questo pezzo, apparso sul Corriere del 23 agosto 2002 e firmato da una delle firme più prestigiose: Giovanni Bianconi. Il titolo originario dell'articolo (L'Italia, una repubblica fondata sulle sentenze dei Tar) è tutto un programma; ed è ovviamente il titolo scelto dalla redazione del Corriere. Dimostra, mi pare, che c'è una opinione diffusa, in proposito, nella redazione del Corriere, opinione rispecchiata sia negli articoli sia nei titoli. Questa opinione è sempre critica o ipercritica; se affiancata a quella dei magistrati ordinari (documentata in impeccabili ricerche) può servire a motivare ulteriormente un punto più volte ribadito in queste pagine: la giustizia amministrativa è l'istituzione più scredita d'Italia, come appare sia dalle opinioni dei giornalisti sia dalle opinioni degli stessi magistrati ordinari.

 

 

Dall’economia allo sport, il tribunale può bloccare i provvedimenti amministrativi. I giudici: la soluzione è nel buonsenso

L’Italia, una repubblica fondata sulle sentenze del Tar

Già nel maggio 2001 un ricorso dei docenti aveva messo in subbuglio il mondo dell’istruzione

ROMA - Il titolo di giornale è allarmante: «Scuola, il ministero sospende le nomine dei precari. Almeno ventimila insegnanti rischiano di restare senza cattedra». Dietro la decisione c’era il ricorso al Tar di un gruppo di docenti, contro i criteri di compilazione delle graduatorie. A parte la differenza del numero delle cattedre scoperte, ventimila anziché quarantamila, quel titolo sembra ripreso dai quotidiani di ieri. Invece è del 30 maggio 2001. Allora come oggi, il «contenzioso amministrativo» avviato dai supplenti mise in subbuglio il mondo della scuola. Pochi giorni dopo un’altra ordinanza del Tar bloccò l’efficacia della riforma dei cicli scolastici. Ma il problema non riguarda solo l’istruzione. Dalla sanità alla gestione dei comuni, dallo sport all’economia, dagli appalti ai servizi pubblici, il proliferare di pronunce amministrative contrastate e contrastanti sta facendo assomigliare l’Italia a una Repubblica fondata sui verdetti del Tar. O del Consiglio di Stato, giudice d’appello.
Otto anni fa, nel 1994, proprio il Consiglio di Stato ribaltò la decisione del Tar e accolse i ricorsi contro la nomina del procuratore di Roma stabilita dal Csm, provocando un cambio alla guida dell’ufficio giudiziario più importante d’Italia. E il dirigente della squadra mobile di un’importante città, trasferito per ordine del Viminale, è tornato al suo posto dopo aver vinto la causa amministrativa. Meno di un anno fa, invece, il Tar del Friuli Venezia Giulia ha reintegrato in servizio due poliziotti destituiti perché accusati e condannati per stupro; un errore procedurale commesso dal ministero nella procedura di «licenziamento» ha restituito loro il posto e gli arretrati di stipendio.
I cittadini di Olbia che nel maggio 2001 scelsero il consiglio comunale, sette mesi dopo hanno visto vanificare il loro voto dal Tar della Sardegna che ha annullato le elezioni, accogliendo i ricorsi di tre liste escluse dalla competizione per motivi formali, mentre nel marzo scorso il Tar della Lombardia ha rimesso al suo posto il sindaco di Vailate - paese di 3.500 anime in provincia di Cremona - sospendendo l’efficacia del decreto firmato dal presidente della Repubblica che aveva commissariato il comune. A Roma, nel gennaio ’99, il Tar destituì il comandante dei vigili urbani nominato dal sindaco Rutelli, e contemporaneamente il Consiglio di Stato stabilì che il manager dell’ospedale San Camillo, uno dei più grandi d’Europa, non aveva più i titoli per ricoprire quell’incarico.
Le lamentele arrivano da tutti i settori della pubblica amministrazione: ogni atto che serva a governare una città come qualunque altro ufficio, ha sulla testa la spada di Damocle di un ricorso che troppo spesso, secondo gli amministratori, porta con sé la sospensione del provvedimento in attesa della decisione di merito su chi ha ragione e chi ha torto. Una riforma del 1998 ha allargato di molto le competenze dei giudici amministrativi, estendendole ai «diritti soggettivi» oltre che agli «interessi legittimi»; un’altra del 2000 ha cercato di porre riparo alle disfunzioni con alcune correzioni. Per esempio introducendo l’obbligo di motivare la sospensione dei provvedimenti, o cercando di accelerare l’iter di alcuni processi. Grazie a quelle norme oggi, in alcuni settori, si può arrivare alla sentenza di secondo grado nel giro di un anno. Ma la durata media dei processi esclusi dalla «corsia preferenziale», rimane di almeno due anni per ogni grado di giudizio. Anche la riforma della Sanità del ’97 finì nella rete dei tribunali amministrativi, come la fusione tra Seat e Telemontecarlo del 2001, o la gara per l’assegnazione delle licenze dei telefonini Umts. Questioni di grande interesse pubblico e rilevanza economica, che si mescolano a curiosità come la decisione con cui il Consiglio di Stato ribaltò un’ordinanza del Tar dichiarando che l’apertura a strappo delle lattine di Coca Cola è sufficientemente igienica (1999), oppure la restituzione del passaporto italiano al calciatore argentino del Napoli Quiroga, ritiratogli dal consolato di Buenos Aires (2001). «Il problema esiste - ammette il giudice Filippo Patroni Griffi, del direttivo dell’Associazione magistrati amministrativi -, ma se s’invocano le garanzie per i cittadini non ci si può lamentare dell’intervento del giudice. E se il giudice presume che l’atto contro il quale è stato presentato il ricorso sia illegittimo, quasi sempre scatta la sospensione del provvedimento prima della decisione». Di soluzioni tecniche allo studio per limitare i danni all’amministrazione ce ne sono diverse: restringere al massimo i tempi tra la sospensiva e il provvedimento oppure, in materia di appalti, evitare il blocco dei lavori con il pagamento di una cauzione in favore del ricorrente qualora ne venissero riconosciute le ragioni. Ma al di là di questi rimedi, dice Patroni Griffi, «la strada maestra resta il buon senso del giudice, che deve saper contemperare i diritti del cittadino con le esigenze dell’amministrazione». Perché di ricorsi ne arriveranno comunque in quantità. Come quello della studentessa umbra che nel ’96 cercò di ottenere la maturità chiedendo al Tar di bocciare la sua bocciatura: non ce l’ha fatta.

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