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Gli avvocati e i magistrati
Le continue polemiche sul funzionamento del sistema della giustizia hanno spesso sottolineato i problemi relativi alla figura dei giudici e in particolare del pubblico ministero. Poco si parla dell'avvocato, che fino agli anni sessanta era il protagonista delle aule giudiziarie e che poi progressivamente è diventato meno visibile.
Comparando la figura dell'avvocato e quella del pubblico ministero, alcuni osservatori (come Carlo Nordio) hanno sottolineato che l'avvocato difensore e il pubblico ministero sono esattamente delle parti processuali contrapposte. Altri hanno sottolineato che l'ordinamento giudiziario, articolo 73, affida al pubblico ministero di <<vegliare sull'osservanza della legge>>, mentre l'avvocato avrebbe il dovere professionale non di far trionfare la legge, ma di difendere il cliente, anche a scapito della legge e della verità. Per quanto assai differenziati, i due punti di vista concordano nel dare per scontata la parzialità dell'avvocato. Ma fino a qual punto questa parzialità può arrivare?
Il tema è
trattato nel Codice Deontologico Forense, approvato dal Consiglio
Nazionale Forense. In molti articoli sono sottolineati i doveri
di lealtà e correttezza. Ma, nei fatti, come vanno in realtà le
cose? Può essere interessante ricordare due episodi che
rischiano di essere dimenticati troppo velocemente.
Nel 1998, nelle
sue rubriche su <<Telemontecarlo>> e sul
<<Corriere della sera>> Indro Montanelli ha detto e
scritto parole al vetriolo sugli avvocati, accusati (anche dopo
le proteste dellon. Alfredo Biondi, che protestava come
avvocato e come ex Ministro della giustizia) di mentire e
imbrogliare sistematicamente: <<nel costume e nella morale
di quella categoria professionale vengono considerate lecite, se
fanno comodo, anche l'adulterazione delle prove, l'occultamento
dei documenti, e perfino la corruzione dei testimoni>>. Per
motivare un giudizio così duro, Montanelli cominciava dai suoi
più lontani ricordi: <<Quando, negli ultimi anni
Venti, ero studente di Legge a Firenze, frequentavo i tribunali.
Vi erano spesso di scena i mattatori di quel tempo
cercavano
di aggirare la legge attaccandosi a tutti i cavilli della
procedura, ed anche inventandone. A quattr'occhi gli sentivo dire
che questo era il loro dovere: difendere il cliente a tutti i
costi, compreso l'inganno e la menzogna. Ti sembrerà assurdo ma
io non ho mai accettato questa etica. E uno dei motivi della mia
ammirazione per gli inglesi è che nei loro tribunali l'ho vista
rifiutata. Non è che neanche lì non ci siano dei penalisti che
ricorrono agli stessi truchetti di quelli nostri. Ma, se colti
in fallo, ci rimettono il prestigio non soltanto davanti al
Giudice, ma anche alla clientela. Il penalista inglese, nel
concertare la difesa, esige dal cliente la confessione sincera.
Se si persuade della sua innocenza, cerca di farla valere in
forza di prove, non di cavilli. Se lo sa colpevole, esige che
tale si riconosca anche di fronte al Giudice, impegnando tutta la
sua abilità nel far valere le circostanze attenuanti. Il
penalista che ricorre alla menzogna e al raggiro può anche
vincere la causa, ma viene squalificato.
Dimmi
una cosa, caro Biondi: questa è anche l'etica dei penalisti
nostri? Io non me ne sono mai accorto. A parte il trombonismo che
mi rivolta lo stomaco per motivi, se vuoi, estetici, nei processi
italiani ho sempre visto tanto più levitare il prestigio (e le
parcelle) del mattatore di turno quanto più e meglio aveva
saputo mettere nel sacco la Legge e i suoi custodi con qualsiasi
mezzo, anche la corruzione dei testimoni, l'adulterazione delle
prove, eccetera>>.
Non si tratta di
una voce isolata. A fine novembre 1998, il ministro delle
Finanze, Vincenzo Visco, in un convegno ha fatto alcune
osservazioni a commento di una sentenza della Cassazione. Secondo
il ministro esisteva <<una banda di avvocati penalisti che
persegue scientificamente un'azione dilatoria e in tutta questa
follia normativa e procedurale, che noi abbiamo messo in piedi,
alla fine chi perde è lo Stato>>. Nelle sue osservazioni
erano particolarmente rilevanti gli aspetti che si riferivano
all'esistenza di avvocati organizzati per bande ed in grado
perfino di influenzare le sentenze della Cassazione. Le
osservazioni del ministro erano esplosive e furono travolte dalle
polemiche relative a quella specifica sentenza; presto non se ne
parlò più. Ma non possono essere sottovalutate, per la persona
che le ha pronunciate e per la gravità di quanto asseriscono.
In breve, se
osservatori tanto autorevoli asseriscono che esistono problemi
così gravi, perché dobbiamo pensare che esistono soltanto in
America e nei romanzi di Grisham e di Turow?
L'America è il
paradiso dei lawers. Ma l'odio, la paura, la disistima che gli
americani ostentano nei confronti degli avvocati, ha assunto
dimensioni leggendarie, ben rappresentate da quella sconfinata
collezione di barzellette che in un certo senso ricorda quella,
altrettanto sconfinata e devastante, creata a suo tempo in Unione
Sovietica contro il comunismo.
Una delle più
celebri, anche perché ripresa in un film di Spilberg, dice
pressappoco: <<-Adesso nei laboratori di ricerca, per gli
esperimenti, non usano più i sorci ma gli avvocati.
-Perché?
-Perché gli avvocati sono facilmente
disponibili a fare cose che neanche i sorci sono disponibili a
fare>>.
Ce ne sono anche
molte altre, non meno feroci. Ad esempio quelle raccontate
da Turow nell'appendice al suo primo grande successo:
<<Harvard Facoltà di legge>>:
<<-Come fate a sapere che un avvocato
mente?
-Muove le labbra>>. Significativa
anche questa, sempre raccontat da Thurow: <<-Come potete
avere la certezza che l'Iddio onnipotente, il quale ha creato il
mondo dal caos e dalle tenebre, era un avvocato?
-Proprio perché aveva creato tenebre e
caos>>.
Negli Stati Uniti, nel
processo, le parti sono libere di scambiarsi ogni genere di colpi
bassi, allo scopo di raggiungere la verità. Ma ciò non vuol
dire che tutto sia permesso: la discriminante fondamentale
riguarda il fine; altrimenti, anche la semplice misleading
conduct viene sanzionata con estrema severità.
Negli Stati Uniti dominano i
princìpi della partisanship (per la quale la vittoria del
cliente è la stella polare della professionalità) e della non-accountability,
che esclude responsabilità civili e penali dellavvocato.
Ma l'avvocato può esercitare la sua faziosità allinterno
dei rigidi Standards deontologici dellAmerican
Bar Association e di una legge penale che è tra le più
inflessibili del mondo: lavvocato non può <<engage
in conduct involving dishonesty, fraud, deceipt or
misrepresentation>>. Quando questi comportamenti
configurano un unprofessional conduct, scattano le
sanzioni, che in America sono esemplari.
In conclusione, non
soltanto nel Regno Unito, come dice Montanelli, ma anche negli
Stati Uniti la professione di avvocato viene esercitata dentro
limiti che in Italia ad alcuni non sembrano altrettanto
vincolanti e vigenti. Ovviamente non stiamo parlando di problemi
che riguardano tutti gli avvocati, ma sono problemi che non
sappiamo in quale misura sono avvertiti dagli avvocati e dagli
organi forensi. Ha scritto Claudio Castelli, segretario generale
dell'Associazione Nazionale Magistrati: <<negli ultimi
dieci anni sono state iniziate ben 902 azioni disciplinari, su un
corpo di circa 8 mila magistrati, ovvero oltre il 10 per cento e
ben 467 (oltre il 5 % di tutti i magistrati italiani) hanno avuto
sanzioni o si sono dimessi per evitarle>>.
Questi numeri dimostrano che,
in anni di furibonde polemiche sul funzionamento della giustizia,
il sistema disciplinare dei magistrati è stato indubbiamente
attivo e operante; lo stesso può dirsi per i vari ordini degli
avvocati?
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