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L'infamia di un Capo
Su <<come pensano le istituzioni>>, c'è già una bibliografia rilevante nella letteratura internazionale. Certo non è semplice tratteggiare la maniera di pensare di consiglieri di Stato coinvolti in un caso tipico della criminalità dei colletti bianchi.
Per quanto siano incredibili le cose dette durante conversazioni private,
certo non poco sorprendenti sono le cose pubblicamente dette e scritte dagli
stessi consiglieri di Stato in molte documentate
occasioni. Ad esempio, uno dei più noti consiglieri di Stato ha pubblicato un
illuminante romanzo, in parte a luci rosse, in cui racconta dettagliatamente i
problemi di un signore che aveva un coso <<grosso come un wurstel>> e di una signora che
aveva una cosa <<vogliosa come
una mula>>. Queste e molte altre piccanti e imbarazzanti annotazioni si
possono leggere nel volume di Corrado Calabrò, Ricordati di dimenticarla, edito da Newton & Compton, insieme a
molte altre stupefacenti descrizioni di <<deliri d’amore>>,
narrate da questo magistrato, autorevolissimo ma <<un tantino
chiacchierato, a cominciare dalla sua amicizia con il discusso giudice di
Cassazione Corrado Carnevale>>.
Se il linguaggio pubblico ed esplicito di qualche consigliere di Stato può suscitare
perplessità in merito alla maniera di percepire i doveri del proprio ruolo, la
propria vocazione personale e il proprio rapporto con gli utenti, ancora più
perplessità possono suscitare le maniere di concepire la giustizia che vengono
confessate attraverso l'espediente narrativo. Ad esempio, il libro di un altro
autorevole consigliere di Stato (Domenico Cacopardo, Il
caso Chillé, editore Marsilio), è centrato su una storia di mafia, ma, si
badi, nella vicenda narrata
dal consigliere Cacopardo, leggiamo che <<i poteri forti riescono ad
inceppare la macchina della giustizia. E quando la verità sembra a portata di
mano, tutti concorrono a seppellirla in fretta e furia>>!
Fatte queste premesse, non possiamo che vedere con grande preoccupazione
quanto ha scritto il presidente della sesta sezione del Consiglio di Stato,
Alberto De Roberto partecipando nel 1998 ad uno degli innumerevoli convegni in
cui è facilissimo incontrarlo. Dopo aver ricordato di aver fatto parte per anni
di una commissione che avrebbe dovuto semplificare la legislazione nei settori
in cui risultava particolarmente aggrovigliata e indecifrabile, il presidente De
Roberto afferma che <<un sistema contrassegnato da norme indecifrabili e
oscure comporta inevitabili alterazioni negli equilibri dei poteri pubblici.
L’amministrazione e il giudice finiranno per assumere, infatti, in un tale
sistema, prerogative e poteri spettanti ad altra autorità. Rendersi interpreti
di una norma misteriosa significa, infatti, per l’amministrazione e il
giudice, espletare non più il compito di interprete della norma ma di creatore
del diritto>>.
Quanto è lungo il passo dalla creazione del diritto alla legittimazione dell’abuso? Quali conseguenze possono derivare dalla commistione tra una potenzialità creaturale e la mancanza di modestia? Ricordo quanto è scritto nel libro di un presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Elena Paciotti, Sui magistrati. La questione della giustizia in Italia, Laterza 1999, p. 13): <<vi è il rischio che l'aspirazione a un ruolo di amministratori di giustizia solleciti vocazioni di soggetti privi della virtù della modestia>>. Sono note e discusse le possibili conseguenze presso i magistrati ordinari della commistione tra mancanza di modestia e potenzialità creaturale. Tra i consiglieri di Stato, le conseguenze invece sono meno note, ma aggravate dall'ulteriore influenza esercitata dai problemi derivanti dagli arbitrati e dagli altri conflitti d'interesse.
Il consiglio di Stato è depositario di un potere enorme, che in molti casi, secondo osservatori importanti, ha dato alla testa di singoli consiglieri. Infatti, sulla scia di molti episodi di incerta definizione, abbondano sulla stampa più autorevole i giudizi inclementi. Gian Antonio Stella in molte occasioni ha esplicitamente e dettagliatamente raccontato episodi assai significativi della situazione in cui versa la giustizia amministrativa, al limite della correttezza morale e legale. Sul Corriere della sera del 9 settembre 1999, a proposito di un consigliere di Stato che è anche stato presidente del Consiglio di Stato, Gian Antonio Stella ha ricordato che era <<bollato come uomo di molti salotti, molti collaudi, molti arbitrati, profumatamente pagati...per molti decenni vicino a un po' tutti i satrapi della I Repubblica, dai quali aveva avuto in dono una leggina varata per rinviare il pensionamento suo e del procuratore capo di Roma che faceva da sentinella dei buoni costumi dal terrazzo di un appartamento di 226 metri a palazzo Blumenstihl con stucchi intarsi caminetti di marmo e soffitti affrescati con disegni policromi per il quale pagava 198.400 lire al mese>>.
Osservazioni di questo tipo, molto frequenti sulla stampa e nelle interviste, delineano la cornice nella quale può essere inquadrata anche la gestione di episodi minori. Infatti, mentre sui grandi interessi c'è la convergenza di pressioni, visibilità e controllo, sui piccoli interessi c'è una ben maggiore autonomia del consigliere di Stato, che può sia decidere secondo giustizia sia decidere secondo pressioni particolaristiche. Bisogna vedere a chi la determinata pratica sta maggiormente a cuore e a come viene presentata. Se il consigliere di Stato è persona moralmente integerrima (come certamente tante ce ne saranno all'interno del Consiglio di Stato) allora la pratica viene trattata nella maniera giusta, se si tratta di una persona sensibile alle pressioni e abituata alle pressioni, allora la pratica può essere trattata in un modo diverso. Paradossalmente la piccola pratica apre più eventualità di abuso: cosa succederà, ad esempio, se un grosso avvocato, che è stato in compagnia di un determinato consigliere di Stato in arbitrati e collaudi di rilievo, fa capire a quel consigliere di Stato (in quella occasione giudice, ma nella precedente complice, per così dire) che preferirebbe un determinato esito? Cosa succede se un avvocato fa intendere ad un consigliere di Stato che una delle due parti in causa è moralmente indegna di avere ragione? Le complicità dentro gli arbitrati, i collaudi eccetera possono favorire una molteplicità di situazioni ambigue, che a volte sfociano in vere e proprie infamie. Come abbiamo visto, il 90 per cento dei magistrati ordinari nutre forti perplessità sulle modalità di esercizio della giustizia amministrativa. Visto che stiamo parlando di magistrati ordinari, che non possiamo immaginare preda di ingiustificati allarmismi, questo fatto clamoroso non nasce dal nulla e deve essere considerato in tutte le sue implicazioni...
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