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IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI STATO

 

    Tra tutti i palazzi romani, inclusi quelli che hanno meritata fama universale, come il mio preferito, la Galleria Borghese (storicamente primo museo del mondo e ancora oggi er migliore der monno), palazzo Spada ha un fascino davvero singolare, fiabesco, impareggiabile. E' la sede del Consiglio di Stato, in piazza Capodiferro, dal nome del cardinale Girolamo Capodiferro, che si valse dell'opera dei più rinomati architetti, umanisti, matematici, quadraturisti dell'epoca. Tra cartigli, nicchie, centauromachie, il continuo rinvio tra magnificenza e finzione, tra verità e imbroglio, è una caratteristica ricorrente nel palazzo, che giusto in tema di illusione ospita uno dei capolavori di Francesco Borromini, quella Galleria Prospettica che in qualche metro ti suggerisce la profondità di trenta metri. Veramente splendido e favoloso palazzo. Già dall'esterno è assai sorprendente, per come appare all'improvviso dietro una stradina che parte da Campo de' fiori, e per quella sua facciata, con una romanità sbalzata e risorta, eterna, che quasi ti parla attraverso i personaggi mitici scolpiti sul prospetto e per quelle memorabili iscrizioni murarie, esemplari della più collaudata classicità. Una forza contenuta, non roboante, ma come compressa in una molla vibrante: secoli e secoli di saggezza latina e rinascimentale in un colpo solo.

     Il sanca sanctorum è nell'interno, che ovviamente non è visitabile per lo spettatore comune, e che è quasi celato al popolo bue dei frequentatori che si aggirano alla ricerca della giustizia nei vari piani, senza sospettare lo splendore nascosto nel Piano Nobile. Si raccomanda in particolare, accanto alla Stanza delle Quattro Stagioni, lo spettacolare salone di Pompeo, con l'aura leggendaria che l'attornia e un sovraccarico di mistero e di magnificenza. Ci fosse stata la statua di Augusto, di Cesare o di Cicerone, grosso modo sarebbe comprensibile. Ma in un salone così solenne una statua così solenne, a Pompeo, l’aristocratico Pompeo, un Pompeo genericamente noto come infine sconfitto e perdente, introduce alla dimensione più esoterica del mistero, dell'ineffabile e del superumano. Il visitatore capace di sfuggire alla presa dei commessi, superato il salone di Pompeo ed uno spontaneo sentimento di contrizione, si troverà subito sommerso in un tripudio di stucchi, ori, putti, affreschi, dipinti, arazzi, allegorie, dove comincia il fastoso, sfarzoso, sontuoso, celeberrimo corridoio della Meridiana, che porta al tabernacolo: la presidenza! La Presidenza del Consiglio di Stato!

    L'abito non fa il monaco e neanche il corridoio fa il presidente. In maniera assai prosaica ho già notato che il pesce puzza sempre dalla testa: la testa del sistema amministrativo italiano è il Consiglio di Stato; la testa della testa è il presidente del Consiglio di Stato. Se latinità e rinascimentalità congiunte possono essere celebrate al massimo della loro maestosità cabalistica nel palazzo Spada, il presidente del Consiglio di Stato riporta la metafisica sulla terra, incarnando la quotidianità nella sua versione più pedestre: biglietto di sola andata dall'ultraterreno a ciò che è non soltanto terrestre, ma proprio terra terra.

    Maestro di Renato Laschena e di Luigi Cossu, decano della categoria, presidente del Consiglio di Stato negli anni favolosi in cui il debito dello Stato raddoppiava e chi se ne frega, Giorgio Crisci è stato per eccellenza il presidente più rappresentativo del Consiglio di Stato. Dopo una vita di sacrifici al servizio della bandiera, fino alla fine si immolò sul fronte degli arbitrati, accettando nel giorno triste del suo pensionamento una clamorosa assegnazione di arbitrati. Uno soltanto riguardava un'opera da 120 miliardi, dico centoventi miliardi. I soliti miliardi che si affiancavano a quelli provenienti da varie parti e che si congiungevano con i redditi spettacolari della pensione. Un altro illustrissimo presidente del Consiglio di Stato, Aldo Quartulli, andò in pensione con una liquidazione di un miliardo e 713 milioni, al netto delle tasse. Era lo stesso presidente del Consiglio di Stato che a proposito degli arbitrati coniò una frase rimasta leggendaria perché da sola riassumeva una cultura e una prassi: <<Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante>>.

    Per dare a chi legge la dimensione di che vuol dire impegno morale e civile per un presidente del Consiglio di Stato, mi limiterò a ricordare quanto Giorgio Crisci ha scritto su Il Foglio del 25 febbraio 2000, a commento di una esternazione del famigerato Jovanotti in occasione del controverso Festival di Sanremo di quell'anno, a proposito dell'azione governativa nei confronti del debito dei paesi del Terzo mondo. Vorrei essere per cinque minuti Beppe Grillo, in maniera da potere commentare adeguatamente la prosa monumentale, irraggiungibile, ultima, solitaria e definitiva di Giorgio Crisci in quella occasione. Nell'ambito di una virile e accigliata rampogna, egli così fra l'altro scrive: <<Ragioni  di opposizione e di decenza consigliano tuttavia ai responsabili della trasmissione di effettuare precisazioni o quanto meno, di vigilare al fine di evitare il ripetersi di simili accadimenti.

    Desideriamo solo segnalare la macroscopica violazione a opera della televisione di stato, e dei responsabili della trasmissione di Sanremo, della recentissima legge la quale vede chiaramente garantite la parità di trattamento e l'imparzialità delle trasmissioni rispetto a tutti i soggetti politici. Jovanotti, avvalendosi della potente suggestione insita nella sua popolare figura, ha a lungo appoggiato l'azione di D'Alema (e del governo da lui guidato)>>! Forse pure Beppe Grillo si troverebbe in difficoltà. C'è l'imbarazzo della scelta: senso del ridicolo, senso delle proporzioni, senso della legalità, e soprattutto e innanzitutto l'arroganza di un uomo che dopo essere stato duramente e pubblicamente criticato per comportamenti di assai dubbia correttezza, veste inopinatamente i panni del moralista inflessibile, del legalitario intransigente, dell'austero uomo di diritto e di scienza che si ribella contro quella che descrive come una inqualificabile e comunque indegna violazione della legge. E pensare che Giorgio Crisci dal vertice delle Ferrovie dello Stato (un altro degli innumerevoli incarichi ricoperti), dice Mario Giordano nel suo bel libro sui clan del potere in Italia, era stato <<ignobilmente scacciato a mezzo stampa>>.

   I nostri predecessori sono per noi una sfida ed un monito. Dopo Giorgio Crisci, Renato Laschena non poteva avere vita facile, ma ha dimostrato di essere all'altezza della tradizione presidenziale del Consiglio di Stato. In un dibattito organizzato dalla società italiana degli avvocati amministrativisti, svolta nella già citata cornice di palazzo Spada, quando l'illustre avvocato Sanino sostiene che il legislatore è <<inaffidabile>>, Renato Laschena subito dichiara di condividere le affermazioni dell'esimio professore. E afferma senza mezzi termini, audacemente e perentoriamente, che in questa situazione <<le responsabilità sono a carico dei magistrati e degli avvocati>>. All'intervistatore di un grande quotidiano che gli dice: <<Ci sono casi in cui, oltre all'essere conta l'apparire>>, Renato Laschena risponde: <<E' vero, conosco l'insofferenza nei nostri confronti>>. La conosce, ma se ne fa carico?

     Ho chiesto a Renato Laschena di intervenire sulle tematiche trattate in questa mia ricerca. Ritenevo che come presidente avrebbe dovuto e potuto prendersi cura di una situazione morale e legale che non poteva non interessarlo. Dall'alto del suo ruolo e del suo scranno, dalla cornice fiabesca e maestosa di palazzo Spada, non si è curato di rispondermi. Peccato, perché di cose ne avrebbe da spiegare. Ad esempio a proposito delle comunicazioni giudiziarie che ha ricevuto, come quella a suo tempo notificata dal pubblico ministero Giancarlo Armati.

    Anche a proposito degli arbitrati avrebbe molto da spiegare. Infatti, è un vero esperto in materia, visto che ha guadagnato una fortuna in tal modo. Appena eletto, nel 1996, alla guida del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, Renato Laschena, aveva sostenuto: "Ci siamo resi conto che l'istituto degli arbitrati era ormai sotto accusa da parte dell'opinione pubblica la quale critica non tanto la partecipazione dei magistrati ai collegi quanto l'arbitrato in sé, definito uno dei sistemi per dare l'assalto alla diligenza dello Stato. Ci siamo detti: se le cose stanno in questi termini, è necessario togliere gli incarichi extra".

  Incredibilmente, nonostante questi termini inequivoci, nonostante avesse usato proprio lui l'espressione "assalto alla diligenza", nonostante l'abolizione degli arbitrati decisa dal governo già nel 1993 sulla spinta di un'indignazione universale, nonostante la fermissima opposizione del Consiglio superiore della magistratura, nonostante la fermissima opposizione dei magistrati dei TAR, nonostante tutto questo, Renato Laschena è stato successivamente l'impavido protagonista della rinascita del sistema degli arbitrati, in una tragicomica riunione del Consiglio superiore della giustizia amministrativa che rimane negli annali del grottesco, come è stato sostenuto dai più qualificati osservatori e dai molti magistrati onesti che pubblicamente espressero accuse pesantissime: "Lasciatemi esprimere tutto il senso di frustrazione, di scoramento, di impotenza, di umiliazione...".

     Dopo essere sempre stato ai primi posti per ammontare delle controversie e miliardi giudicati, Renato Laschena passa dunque alla storia come il presidente del Consiglio di Stato che ha avuto il coraggio leonino di sfidare tutta l'opinione pubblica e far passare sotto banco la rinascita del sistema degli arbitrati, cioè di quel sistema che è stato definito "assalto alla diligenza", "scandalo", "pacchia", eccetera.

 

 

 

 

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